"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

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L'ultimo numero di Zetesis

 

                                                                                     



 
INDICE
 
Editoriale                                                                                   
 
Studi
 
Nicolò Silvio Gavuglio
La disputa letteraria tra Latini e Greci                                                  
 
 
Contributi
 
Gabriella Guarino
L’aquila in Plutarco                                                                           
 
Moreno Morani
Italiam non sponte sequor. Seguire e sequela in Virgilio                                                                                                               
 
Esperienze didattiche
 
Tre figure mitologiche di donne
a cura di Lucia Mattera                                                              
 


Proposte didattiche
 
Luigi Masini
Divagazioni grammaticali
in margine alla “traduzione” svetoniana di un proverbio greco           
 

                                                                                                     

                                 

 


 

 

              

                                                                   

Dall'Editoriale

 

 

C’è in giro molta agitazione: da una parte la polemica sulla versione di latino come seconda prova d’esame (la versione di greco non è nominata, forse s’intende eliminarla del tutto), dall’altra un’affannosa difesa del latino, del greco e del liceo classico, con libri, convegni, articoli, raccolte di firme e diffusione di statistiche. Crediamo che ci siano degli equivoci. L’attacco al latino e al greco come materie inutili ha fatto il suo tempo, dopo decenni di polemiche feroci e difese di ogni genere: non ha più séguito né desta interesse, tanto meno credibilità. Che si tratti di saperi validi e fascinosi è in realtà ormai idea diffusa, quasi scontata, anche se sono ben accetti nuovi libri che ne mostrino diverse sfaccettature di ricchezza, linguistica o letteraria, filosofica e umana. Che dal liceo classico provengano i migliori studenti universitari, i più capaci di studiare con metodo, di fondare su una base solida ogni nuova disciplina, è un fatto certo e dichiarato da molte generazioni di docenti, da miriadi di statistiche. Che tutte le scomposte modifiche del Ministero, dall’alternanza scuola/lavoro alla sperimentazione quadriennale, mirino ad una dequalificazione della scuola in generale, non solo del liceo classico, è un fatto evidente. Che le proposte di cambiare la seconda prova d’esame partano dall’idea che così com’è è troppo difficile e di scarsa riuscita non è sempre dichiarato ma è palese, anche se le proposte difficilmente la renderebbero più accessibile, certo più macchinosa da preparare da parte del Ministero, più rischiosa nell’impostazione e nei dati forniti. Insomma la questione è molto semplice: non è in gioco un giudizio sul latino, il greco e il liceo classico. E’ in gioco un tentativo maldestro di ammorbidire la scuola, si potrebbe quasi dire di farla sparire. Togliamo un anno aumentando le ore, aggiungendo materie, chiedendo e promettendo eccellenze, in un gioco di apparenze che maschera solo la fretta di adeguarsi all’Europa? Togliamo tempo alle materie curricolari per inserire masse di studenti in finzioni lavorative? In molte scuole già esistevano gli stages, ma di libera partecipazione e in situazioni di scelte mirate e controllate di luoghi di lavoro.

 (...)

 
Dallo Studio di Nicolò Silvio Gavuglio, La disputa letteraria fra Latini e Greci

 

L’articolo illustra la posizione che gli intellettuali latini hanno adottato nel corso della storia nei confronti del propri confratelli greci, per redimere una supposta inferiorità culturale attraverso la canonizzazione dell’imitazione dei modelli ellenici, fino al loro superamento e così alla celebrazione della letteratura romana.

1. La proposizione del problema: il complesso d’inferiorità

È noto come la civiltà latina, nel suo lungo percorso di nascita e crescita, appaia impostata sul modello di quella greca, tramite il trait d’union della Magna Graecia, che infatti ricostituisce la fonte dalla quale la latinità ha ripreso, ed anche adattato, molti elementi basilari ed essenziali della propria cultura, come, almeno inizialmente, l’alfabeto e la lingua, la religione e la mitologia, gli usi ed i costumi, e, più prolungatamente, l’arte, la filosofia e la letteratura. Non a caso, si suole definire con l’appellativo di ‘civiltà classica’ un blocco inscindibile ed unico di entrambe le due grandi culture antiche, greca prima e latina dopo, essendo esse il sostegno da cui non si può transigere per la formazione della mentalità e della società occidentali. (...)

                            

Dal Contributo di M. Morani, Italiam non sponte sequpot

Nell’espressione

Italiam non sponte sequor (Aen. IV 361)

il verbo sequor è usato in un significato diverso da quello abituale. L’idea fondamentale di sequor è quella di stare dietro a qualcuno che precede, sia nel senso proprio di seguire una persona o un essere animato che si muove, sia nel senso figurato di seguire una traccia che si prolunga davanti ai nostri occhi e in qualche modo ci disegna il cammino: seguire una strada, seguire un insegnamento, seguire un consiglio. Da qui, con ulteriore passaggio, si arriva al significato ancora più astratto di ‘venire dopo’: aestatem autumnus sequitur (Enn., v. 424 V). Come ci insegnano i lessici, sequi significa fondamentalmente andare dietro, sp. seguir, ir detras de alguno, ingl. to go or come after. In dipendenza da sequi possiamo trovare anche una denominazione geografica, ma allora normalmente il verbo significa ‘proseguire’, giungere da un luogo e procedere verso un altro, come abbiamo p.es. nei due seguenti esempi ciceroniani:

Formias nunc sequimur; eaedem nos fortasse furiae persequentur (Att. X 18, 2)

Totum iter mihi incertum facit exspectatio litterarum vestrarum Kal. Sext. datarum. Nam si spes erit, Epirum, si minus, Cyzicum aut aliud quid sequemur. (Att. III 16, 1)

In questi esempi è difficile stabilire la natura esatta degli accusativi dipendenti da sequor. Nel caso di Formias sembra evidente che si tratta di una indicazione di movimento verso luogo, e lo stesso si potrebbe dire per Cyzicum e, per diretta conseguenza, per Epirum; qualche dubbio insorge quando si prende in considerazione il successivo aliud quid senza preposizione (ci aspetteremmo qualcosa come ad aliud quid): è però possibile che l’accusativo di movimento Cyzicum abbia trascinato con sé anche la successiva aggiunta aliud quid, e non è insomma da dimenticare che, seppure l’uso storico ha un po’ complicato la questione in alcune lingue, accusativo del complemento oggetto e accusativo del moto a luogo non sono altro che due facce di un’unica dimensione originaria: l’estensione dell’azione verbale fino a raggiungere e toccare una realtà esterna (laudo hominem o video hominem come eo Romam). (...)

 

Dalla Proposta didattica di Luigi Masini, Divagazioni grammaticali in margine alla traduzione "svetoniana" di un proverbio greco 

Iacta alea est è la “traduzione” latina di Svetonio (Caes. 32, 3) dell’antico proverbio greco  ἀνερρίφθω κύβος, in greco appunto pronunciato da Cesare, secondo Plutarco (Pomp. 60, 4), al passaggio del Rubicone.

Del proverbio conserviamo numerose attestazioni almeno da Menandro all’Antologia Palatina, fino alla enciclopedia bizantina Suda, in cui si trova anche la lezione  ἀνερρi&πταi; ed è ancor oggi notissimo per la sua presenza nelle varie lingue europee.

In realtà questo proverbio viene oggi ripetuto in latino con una distribuzione dei termini diversa (Alea iacta est) da quella svetoniana, in cui l’accento è posto sul participio diviso per effetto dell’iperbato dal suo ausiliare.

La lezione che i codici e gli editori moderni attribuiscono a Svetonio non fu accettata da Erasmo che la emendò in Iacta alea est<o>, ritenuta più aderente al testo greco e giudicata molto probabile da A. Otto (1890: 12 s), anche sulla base del precedente eatur del passo svetoniano.

Nella letteratura greca il sostantivo κύβος entra in frasi proverbiali fin dai tragici. (...)



 


 

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