Il nuovo numero di Zetesis (1-2010)

 

INDICE

 

Editoriale                                                                                       

 

Studi

 

Pietro Galignani

Aprirò la mia bocca e sarò colmato dallo Spirito

Il canone della Dormizione del monaco Giovanni                                 

 

 

Proposte didattiche

 

Catia Giordan

Ius et natura

Complementarietà e antagonismo

tra legge di natura e stato di diritto nella tradizione occidentale            

 

 

Esperienze didattiche

 

Lucia Bacci

“Ed io che sono?”

La concezione dell’uomo di Giacomo Leopardi

nel confronto con gli autori greci e latini                                             

 

Daniela Muzio

Optimam frugem et vere divinam

Un esempio di insegnamento del latino

al Triennio del liceo scientifico                                                            

 

 

Notizie                                                                                             

 


 

Dall'Editoriale 

 

Quest’anno sono successe molte cose nella scuola superiore, e molte se ne prevedono per il futuro prossimo. La riforma è sul punto di avviarsi, con mutamenti non del tutto condivisibili. L’aver inserito un po’ all’ultimo momento scienze al biennio del classico ha troppo l’aria di un escamotage per essere credibile: bisognava riportare a tre le ore d’inglese nel triennio senza violare il tabu orario, per cui si è dovuto appesantire il biennio con una materia in più, una materia alla cui urgenza crede solo l’Invalsi (e i suoi accoliti ministeriali). Temiamo due conseguenze: un appesantimento eccessivo per i ragazzini che approdano al liceo oppure un approccio ludico alla materia, con depauperamento delle conoscenze quinquennali. Grave ci sembra il fatto che in ogni anno del triennio il blocco scientifico sia passato da sette ore a sei: poco importa che circa le stesse ore siano state spalmate su più anni, ciò che viene meno è la logica della piramide rovesciata che da sempre caratterizza un tipo di scuola aperta ad ogni opzione universitaria: poche materie all’inizio, molte e ben affrontate salendo verso la conclusione. Va da sé che la riduzione dell’italiano e della geografia è stato un pesante scotto da pagare alla scienza, o più probabilmente all’inglese.

(...)

 

 

Dallo studio di

Pietro Galignani

Aprirò la mia bocca e sarò colmato dallo Spirito

Il canone della Dormizione del monaco Giovanni                                 

                                                                    

                                                         

(...)

Annuncio della deificazione della Madre di Dio
Il poeta teologo invita un coro di ragazze a partecipare all’annuale processione commemorativa, ad accennare o a un movimento interiore o a un composto passo di danza, a cantare il suo poema che annuncia solennemente la morte e l’assunzione al cielo della Vergine ed unica Madre di Dio. E’ così delineato l’evento che viene ricordato in questa celebrazione gioiosa che proclama l’apoteosi della Madre di Dio, cioè la sua esaltazione umana e la sua completa trasformazione ad opera delle energie divine. Le immagini che si susseguono mostrano una sorprendente e fondamentale somiglianza tra questo evento e quello della resurrezione di Cristo. Si potrebbe quasi dire che la Dormizione è l’immagine speculare della Pasqua di Cristo. Tale prospettiva apre orizzonti infiniti che è impossibile qui svolgere nelle loro sorprendenti implicazioni perché si andrebbe troppo oltre l’analisi di questo canone. Accontentiamoci di due rilievi metodologici fondamentali. Ogni riflessione teologica importante nasce da una esperienza che è sempre in ultima analisi memoria del fatto di Cristo. Il termine apoteosi, peraltro mai adoperato in modo esplicito da Giovanni, non è usato qui solo come una metafora, ma descrive in modo estremamente realistico quanto Giovanni canta della sorte della Madre di Dio, la quale ha assimilato in modo esistenziale, ha vissuto in sé, la morte e la resurrezione di Cristo. Ella ne ha fatto memoria nel modo più essenziale e profondo. Il poema non fa altro che cogliere in luminose intuizioni le conseguenze di ciò che la tradizione afferma con autorevolezza. Ci invita inoltre a fare memoria della Dormizione perché essa, anche se ciò è affermato solo implicitamente, è profezia del nostro destino. Nel suo transito da questo mondo a quello divino è avvenuto in lei il compimento trionfale della sua umanità, l’espressione totale della sua persona e la esaltazione definitiva del compito che liberamente ha accettato di svolgere. La tradizione dei Padri chiama questo esito donato da Dio θέωσις, cioè deificazione, ed essa è stata degnamente (ἀξίως) ed immediatamente conseguita dalla Madre di Dio nel momento della morte per lo specialissimo rapporto che ella ha instaurato con il Mistero di Dio corrispondendo al compito che il Mistero stesso le ha affidato. Qui si tocca la profondità teologica del mistero di Maria che in questa commemorazione viene celebrato: esso non viene esposto in modo sistematico ma l’impostazione metodologica è precisa e decisiva. La Maternità verginale liberamente accettata e vissuta, celebrata ad Efeso e ribadita a Calcedonia, produce la capacità di essere aperta e di accogliere come dono assolutamente gratuito la divinizzazione immediata della sua persona e la continuazione sotto altra forma del suo compito materno che diventa presenza e protezione della Chiesa che vive nella storia. E’ la maternità di Dio il fondamento di tutte le meraviglie che caratterizzano la Vergine Maria Madre di Dio.
Risulta chiara dunque la trama teologica della composizione che canta le meraviglie della Madre di Dio sviluppandone in immagini poetiche gli aspetti fondamentali. L’articolazione della riflessione può essere colta nei seguenti momenti essenziali: Giovanni parte dalla meditazione della divina maternità verginale di Maria e, nel giorno della sua nascita al cielo, afferma la sua deificazione e la sua permanenza nella storia con la sua materna protezione. Giovanni non indaga se vi sia un rapporto tra deificazione e presenza, neppure si chiede quale sia, bensì si stupisce di fronte ad una tomba che sprigiona vita e grazia.
 

(...)


 

Dall'Esperienza didattica di

Lucia Bacci

“Ed io che sono?”

La concezione dell’uomo di Giacomo Leopardi

nel confronto con gli autori greci e latini                                             

 

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Quanto al nostro tema del destino e della felicità, Leopardi in un primo momento era convinto, come presupposto del suo ‘pessimismo storico’, che gli antichi fossero felici perché vivevano nello stato di natura e che la loro infelicità fosse solo episodica, e infine che una delle ragioni del cambiamento della natura del dolore antico, che non impediva la felicità come quello moderno, era il «Cristianesimo, che ha solennemente dichiarata e stabilita e per così dire attivata la massima della certa infelicità e nullità della vita umana» (Zibaldone 1820).
Quando nel 1823 la sua visione della vita per vari motivi si incupì, cambiò idea, anche grazie alla lettura del Voyage du jeune Anacharsis en Grèce (“Viaggio del giovane Anacarsi in Grecia”), opera di fantasia settecentesca di J.-J. Barthélemy, in cui Leopardi incontrò il tema del dolore della vita in molte citazioni di autori greci che non conosceva per lettura diretta, Teognide, Pindaro, Sofocle, Euripide.
Scoprì così il pessimismo degli antichi, anche grazie ad analoghe testimonianze che aveva reperito nei Moralia di Plutarco, e comprese che lo stesso pessimismo caratterizzava nell’Antico Testamento Giobbe e l’Ecclesiaste (ora Qohelet), libri che pure Leopardi aveva letto in gioventù, ma che dopo ‘incontrò’ in modo diverso secondo il suo nuovo stato d’animo.
Il pessimismo degli antichi convinse ancora di più Leopardi che la felicità non esiste e non è mai esistita, e che, se gli antichi erano infelici, l’infelicità dei moderni non è causata dagli effetti negativi della civiltà, ma è solo un dato caratteristico della natura.
Si veda al riguardo il Dialogo di Tristano e di un amico, dove Leopardi si rende conto che la sua filosofia pessimistica era già presente negli antichi: «Ma poi, ripensando, mi ricordai ch’ella era tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli dei, muore in giovinezza, ed altri altre cose infinite su questo andare...».
Dopo questo indispensabile approfondimento sul rapporto fra Leopardi e gli antichi e presupposta la conoscenza da parte dei ragazzi, in italiano, dell’Iliade, dell’Odissea, dell’Eneide (programma del ginnasio), dei lirici greci (programma di I liceo) e di altre importanti opere dell’antichità, punto di partenza del lavoro è la lettura, commentata insieme da insegnante e ragazzi, di una carrellata di passi tratti da vari autori greci e latini, pagani e cristiani, e dalle opere poetiche e in prosa del Leopardi.
La scelta dei passi è motivata dalla presenza di domande e riflessioni sul destino umano e sulla possibilità di essere felici in modo da poter approntare una base di confronto relativamente al quesito “cos’è l’uomo?”.
Tale confronto non vuole scoprire le possibili fonti antiche di un motivo letterario o di una disquisizione filosofica in Leopardi, o individuare le caratteristiche tecniche di una imitatio dei greci e dei latini da parte del poeta di Recanati. Questo è il compito, benemerito, della filologia e della critica letteraria.
Invece il nostro intento è, anche con l’aiuto della filologia e della critica letteraria e, naturalmente, della filosofia, rintracciare gli elementi che costituiscono il ‘cuore’ degli autori antichi e del Leopardi, cioè il loro volto interiore, quell’insieme di esigenze elementari che caratterizzano l’uomo e che si esprimono nel desiderio di bene, giustizia, felicità, verità, amore, amicizia, ecc. Complesso di esigenze che proietta l’homo religiosus, cioè l’uomo seriamente impegnato a ricercare il significato di se stesso e della realtà, nel confronto con tutte le cose che lo circondano.
Dunque vogliamo scoprire se abbiamo a che fare con lo stesso ‘cuore’ in autori tanto diversi e tanto lontani nel tempo.
Vogliamo rintracciare i vari modi di affrontare il “problema uomo” ed instaurare un paragone tra noi lettori moderni e gli autori esaminati riguardo a questi modi, tra la nostra esperienza di vita e la loro esperienza di vita.
E tutto deve avvenire nella consapevolezza che Leopardi non avrebbe espresso in modo tanto sublime gli interrogativi sul destino umano se non si fosse confrontato, arricchendosi interiormente, con gli autori precedenti, in particolare con gli antichi Greci e Latini da lui tanto amati, e che noi lettori moderni non possiamo non essere più seri nell’affrontare personalmente l’enigma umano proprio nel confronto con l’esperienza di Giacomo Leopardi e degli antichi su cui lui si fonda.

(...)
 


 

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