Le vie romane: valore didattico

 

 

 

"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

HomeChi siamoLa rivistaTestiDidatticaAttivitàGuestbookVariaCerca

 

IL SIGNIFICATO DIDATTICO DELLE VIE ROMANE

PER L’ILLUSTRUZIONE DELL’“IDEA EUROPA”

 

di Rainer Weissengruber

 

… solo una breve riflessione su un tipo di progetto interdisciplinare 

al di là delle solite “ore di latino”

 

 

Le vie che attraversano la nostra Europa sono arterie di comunicazione, da secoli, in alcuni casi da millenni. Sono elementi della nostra vita quotidiana, ma di solito non vi facciamo caso. Tutti  noi le usiamo, per il passaggio dalla casa al lavoro, per le gite domenicali, per i grandi viaggi. Per i giovani una strada non è un elemento della vita che fa riflettere. È una banalità, utile e necessaria. La scuola prepara alla vita, si dice. Gli elementi della vita vanno studiati, anche se a prima vista ci sembrano banali. Anche le vie possono essere oggetti di studio. 

 

Di particolare interesse mi sembrano quelle vie che hanno alle spalle una vita proprio millenaria, le vie romane tra il Sud e il Nord, tra l’Italia (settentrionale) e i Paesi dell’Europa Centrale. Le regioni del Nord-Italia sono ricche di esempi di questa specie che possono essere la sostanza di un insegnamento interdisciplinare che va ben oltre le solite ore di Latino, Storia, Geografia e di alcune altre materie che di solito si insegnano con un orario fisso, disciplina per disciplina, senza rendersi conto che in realtà le cose vanno viste assieme e non tagliate in categorie prestabilite. Ogni via attraversa un paesaggio, o meglio molti paesaggi, il quadro cambia strada facendo, le terre con le loro caratteristiche passano davanti agli occhi dei viaggiatori, i viaggi possono essere fatti distrattamente o con attenzione. L’uomo frettoloso dei nostri tempi spesso non guarda bene ciò che è di passaggio fuori dai veicoli sui quali attraversiamo un pezzo d’Europa e quindi un pezzo della nostra storia comune. Viviamo in un tempo che definisce “buono” un viaggio che si è fatto con puntualità e con la velocità più alta possibile. Abbiamo perso il senso del “lento è bello”. L’angelo della lentezza ci ha lasciato, ha detto il filosofo benedettino Anselm Grün.

 

Le vie storiche, invece, sono nate con la lentezza, ed è stato quello un elemento della loro esistenza. L’importante era arrivare, la velocità era un fattore di minor importanza, salvo in casi rari. La via storica – in specie quella romana – è stata costruita per legare la capitale con la provincia, o con un centro importante che fungeva da punto d’avamposto per i viaggi diretti ai margini dell’impero, con i luoghi più lontani che per molti erano solo nomi avvolti dal mito dell’estraneo. Tale ruolo hanno avuto in maniera particolare le vie romane tra l’area friulana-veneta e le zone danubiane: la Via Julia Augusta e la Via Claudia Augusta Altinate sono gli esempi più splendidi per questo ruolo: Aquileia e Altino erano le città di partenza per gli “itinera” diretti verso il Nord, nelle regioni di frontiera dove la vita era meno protetta e quindi rischiosa. Il nesso diretto con l’Italia era almeno un legame psicologico, ma in realtà era anche un legame diretto e toccabile e di importanza militare. La strada storica era quasi sempre un fatto militare, un’arteria di pronto intervento, una pista per il rapido trasferimento di uomini e mezzi in caso di pericolo. Ma fortunatamente la via storica aveva anche un significato civile: tutte le strade romane erano significative arterie di scambio commerciale, che hanno visto un continuo via-vai di uomini che portavano le merci più svariate da una regione all’altra o addirittura da una parte del continente a un’altra. Con le merci viaggiavano anche le culture, contenute nei beni commerciabili stessi o portate dalle persone quasi inconsciamente: modi di vita, mentalità, usi e costumi, filosofie, religioni, beni culturali visibili e invisibili. Tale scambio culturale non era programmato, si faceva da sé, non era frutto di una politica culturale particolare, salvo in alcuni casi emergenti.

La via storica unisce terre che la storia politica e militare ha diviso. Le etnie possono essere differenti lungo il tracciato di una tale via, ma la via stessa le mette in contatto tra di loro, quasi automaticamente. Ciò non significa che tutti i problemi interetnici si risolvono già di per sé. Ma la via è almeno un’opportunità e un invito.

 

Un’opportunità per superare le barriere che la natura ha sollevato.

Le Alpi sono una delle barriere più marcate d’Europa, la cresta delle Alpi era (e lo è ancora) una frontiera psicologica, un al di qua e al di là, che ha diviso per secoli il Nord dal Sud. Forse i giovani di oggi hanno un po’ meno questa sensazione, ma fino a poche generazioni fa il “muro d’Europa” significava anche una frontiera culturale con gravi conseguenze per la convivenza e il rispetto reciproco tra le popolazioni europee. Nei Paesi di lingua tedesca lo scambio di esperienze in quasi ogni settore della vita pubblica e privata si faceva più facilmente nella direzione ovest-est, e più raramente tra il Sud e il Nord.  Cosi almeno fino a poco tempo fa. Nell’Europa Centrale la tradizione dell’ ‘800 voleva una concezione d’Europa divisa in aree linguistiche nettamente divise tra di loro – i nazionalismi si fondavano sulla base dell’idea nazione-lingua. Il Sud era guardato come area di grande cultura, come un grande museo da visitare con gli occhi romantici dei poeti e pittori del romanticismo tedesco, che prendeva spunto almeno indirettamente già dall’Italienische Reise di Goethe. Anche la filologia tedesca non riusciva a liberarsi da questa visione.

In una fase di realizzazione (forse già ritardata) di unificazione europea (con le molte confusioni d’interpretazione, basta pensare ai pericoli di una unificazione che potrebbe appiattire le culture europee riducendole al comune denominatore minimo) la nostra azione didattica, e sopratutto quella concernente le lingue e culture classiche, deve tenere d’occhio la grande tematica dell’ identità europea. Una identità che si capisce – speriamo – come mosaico di culture, popoli, popolazioni, civiltà regionali, che hanno in comune alcuni elementi preziosi: la sostanza base greca, la latinità diretta e indiretta, la grande forza ideale, spirituale e filosofica del Cristianesimo, in una parola: la nostra civiltà occidentale di stampo umanistico (con i tanti influssi provenienti dall’oriente, dalle culture asiatiche, dalla civiltà ebraica e dal mondo arabo). Il nostro impegno supremo, una idea-guida per così dire, deve essere un’educazione che fa capire il valore unitario d’Europa, che rispetta le varietà culturali senza esprimere giudizi e tanto meno pregiudizi.

Anche noi latinisti e grecisti siamo chiamati a illustrare questa idea al nostro “pubblico”. I giovani entrano in classe praticamente privi di tali contenuti, ne devono uscire più istruiti di prima. Le vie romane possono essere esempi “dal vivo” di questo fine ultimo. E viva deve essere, la scuola.

 

Entriamo nei particolari. La Via Claudia Augusta è forse l’esempio più significativo della specie. Ultimamente l’attenzione pubblica (e politica)  l’ha privilegiato decisamente, per noi insegnanti non dovrebbero mancare i materiali per studiarla. Si tratta di una via tra le più articolate, perché attraversa dei paesaggi molto vari, tocca delle zone ricche di cultura preromana e romana, passa per zone quasi deserte (in quei tempi), supera le Alpi, porta in un paese di frontiera sospeso tra la gloria della romanizzazione e il rischio delle incursioni barbariche dal Nord. È una via che vive ancora, che può essere ripercorsa facilmente e che ci fa studiare i vari strati delle culture alpine, venete e bavaresi in un continuo susseguirsi di testimonianze culturali. Si presta proprio per una documentazione interdisciplinare attorno al termine “Mitteleuropa – Europa Centrale”, in un’ottica di multiculturalità che unisce invece di dividere. Da Nord a Sud è un “iter” che porta dalla civiltà “tipicamente” germanica alla civiltà “tipicamente” italica, passando per zone “biculturali” o “multiculturali”, quali p.e. l’Alto Adige, biculturale (o anche triculturale) in senso stretto, e il Trentino (e il Tirolo del Nord) biculturali in senso attenuato. Risalire alle radici di questa inculturazione stratificata è un’avventura che i giovani di oggi devono vivere sui banchi di scuola, ma meglio ancora sulle ruote di un’”aula in viaggio”, vale a dire un pullman che non è solo un mezzo di trasporto turistico, ma una stanza che viaggia e che permette un’insegnamento diverso dalla quotidianità, leggero forse, a prima vista, ma intenso dal punto di vista dell’impatto emotivo e illustrativo. Niente gita improvvisata, ma un “tour” ben preparato che parte da un insegnamento “ante” e arriva a una rielaborazione “post”, con tanti momenti di lavoro e studio in mezzo. Vorrei invitare a riflettere (con sincerità) sul decadimento di qualità che ha segnato tante gite scolastiche in questi ultimi anni, fino ad arrivare, diciamolo apertamente, ad azioni che sono solo un pretesto per potersi liberare dalla scuola. Tale sviluppo negativo ha compromesso l’ immagine della gita scolastica in genere, ed è ora di rilanciare con forme più studiate e strutturate quelle attività che rimangono nella memoria dei giovani come “cultura vissuta”. Le vie si studiano facendole, letteralmente.

Ma quali possono essere le formule didattiche per avvicinarsi alla tematica, quali i procedimenti per esplorare la sostanza del tema, quali gli elementi fissi di una tale iniziativa d’insegnamento diverso? Voglio dire subito che non sono un amico delle cose troppo complicate, meglio non annunciare grandi progetti che si fermano a metà, ma realizzare alcuni piccoli prodotti che possono creare piacere e che possono essere realizzati con serenità.

Innanzitutto una tale ricerca deve partire con una preparazione che parte fin dall’inizio con lo spirito dell’interdisciplinarità. Il tema va trattato nelle ore di lezione di più materie, parallelamente, e dopo alcune unità di lavoro occorre tenere anche delle lezioni nelle quali intervengono vari insegnanti parallelamente, lavorando con gli studenti in gruppi e sottogruppi, distribuendo a loro gli argomenti da trattare che devono essere facili da elaborare da parte degli alunni e facili da spiegare agli alunni che lavorano negli altri gruppi. Potrebbe trattarsi di argomenti di storia (generale, sociale, culturale) e di geografia, di testi facili da leggere (in parte in latino, in parte in traduzione) che parlano delle condizioni di viaggio di una volta o delle culture e modi di vita delle terre attraversate. Potrebbe trattarsi di argomenti di storia dell’arte, di ingegneria, di economia (o storia dell’economia), potrebbe trattarsi di tematiche filosofiche ed antropologiche (“l’idea del viaggio”, l’uomo in movimento, il ruolo delle frontiere, il “valico come simbolo”). Meglio non mettersi nelle gabbie delle materie tradizionali, ma uscire volutamente dal consueto. Sia permesso parlare in un’ora di latino anche delle condizioni di vita nel medioevo, e in un’ ora di geografia dell’ architettura della casa romana nelle valli alpine. Ciò ovviamente per un periodo di tempo limitato, quello appunto della vera preparazione del viaggio di studio. Va detto con un po’ di coraggio che un tale progetto compromette (e forse non poco) il “normale” svolgimento del programma didattico delle varie materie. È quindi consigliabile, se non proprio necessario, inserirlo subito nel Piano di Offerta Formativa (POF) per assicurarsi una continuità nell’esecuzione dei lavori e difendersi da eventuali critiche da terzi.

Certamente il lavoro di preparazione può condurre già ad alcuni primi capitoli che evidenziano chiaramente il fatto che un avvicinamento alla tematica può avvenire soltanto con una disponibilità fondamentale da tutte le parti (insegnanti e presidi, studenti, genitori, autorità scolastiche) di procedere in maniera interdisciplinare. Anche noi filologi siamo chiamati a dedicare massima attenzione a questa necessità. Forse ci sentiamo un po’estranei ad affrontare argomenti che  tradizionalmente non fanno parte del nostro modo di fare insegnamento. Oltre a filologi siamo anche diffusori (e non solo difensori) della cultura antica nel suo insieme. Nelle circostanze nelle quali ci troviamo dobbiamo essere consapevoli che la sola “lingua latina” e la sola “letteratura latina” come contenuti del nostro insegnamento non bastano più, siamo i gestori di un grande museo immaginario e dobbiamo aprire tutte le sale della sezione “antichità classica” ai nostri giovani.

Dobbiamo inoltre far capire i valori del patrimonio nel suo insieme e le testimonianze varie di quell’eredità: una tematica enorme. Bisogna fare dei limiti, tracciare dei confini. Una via romana, con tutto il suo bagaglio di significati, potrebbe essere un argomento ottimo.

I lavori “in itinere” possono essere di varia natura. Certamente un’istruzione di base, fatta dall’insegnante, ma arricchita da interventi preparati dagli studenti, può mettere un fondamento consolidato. Non credo che la sola “esplorazione” da parte degli alunni, partendo da una tabula rasa, abbia senso. Anche sul pullman qualche capitolo in sintesi dovrebbe essere proposto dal docente per non far nascere delle confusioni: la geografia nelle grandi linee va insegnata in un blocco didattico, illustrata con materiali chiari e scelti dall’insegnante. Le linee principali della storia devono essere presentate con una struttura chiara, magari anche da parte di alunni incaricati, la sola “democrazia” del “vediamo cosa possiamo vedere” non porta a risultati e fa perdere tempo.

Va detto che un tale progetto può apparire molto libero e elastico, ma in realtà va preparato fino ai particolari più piccoli per poter portare a risultati accettabili. Il rigore è quindi d’obbligo. Rigore anche nella scelta delle località visitate. Bisogna fare un elenco di località che testimoniano le varie culture, dall’antichità ai tempi nostri, e soprattutto quelle che testimoniano la successione di civiltà fino ad arrivare a quel pasticcio interculturale (anche in senso diacronico) del quale abbiamo già parlato. Un tale elenco dovrebbe essere presentato agli studenti già all’inizio. Anche se sembra banale, vorrei sottolineare la necessità per l’insegnante di confermare (e verificare) gli appuntamenti già prima. Musei chiusi, siti archeologici inaccessibili e palazzi coperti da impalcature sono sempre una grande delusione, anche se i motivi nobili (scavi in corso, restauri o riordini) possono creare quale soddisfazione a noi studiosi. Anche in quel caso internet può aiutare molto.

 

Variatio delectat.

Interdisciplinarietà significa anche disponibilità di salti da un tema all’altro. I giovani non hanno molta capacità di concentrarsi per un lungo periodo su argomenti stretti. Proprio una via romana offre tanti approcci diversi al tessuto di civiltà che la circonda: zone rurali, paesi e villaggi, città piccole e grandi, zone economicamente avanzate e arretrate. Chiedersi come mai alcune zone sono più progredite di altre, come mai alcune città hanno conosciuto  uno sviluppo notevole e altre no, proprio ciò potrà essere interessante anche per gli studenti che forse sanno soltanto dai soliti pregiudizi in corso qualcosa sulla situazione socio-economica delle regioni in causa. Bisogna cambiare anche punto di vista: Certe tematiche possono essere affrontate da un punto di vista attuale, altre hanno bisogno di testimonianze dirette (testi d’epoca, immagini storiche…), altre possono essere trattate “in assoluto”, senza riguardo storico.  Anche questo “scambio di vedute” ha la sua valenza didattica.

Un viaggio lungo una via storica è una grande somma di cose singole da vedere, un rosario di impressioni e mini-ricerche in loco. Bisogna puntare, però, all’importanza di un quadro che riunisce i singoli elementi particolari in una funzione di visione dell’insieme. Ogni esempio sta per una idea in assoluto, ogni esempio è poi anche l’elemento di una catena che è non solo l’addizione di elementi per se stanti, ma  un corpo unico, pur con delle differenze e sfumature, in evoluzione continua. Una strada è un nesso che lega elementi e soggetti autonomi per formare un “unicum”. Una strada è un essere eterogeneo, ibrido, svariato da una parte e un insieme dall’altra. Una strada è una contraddizione e un comune denominatore, forse neanche minimo.

Una strada lega località e tempi, pur nella banalità del suo uso quotidiano. La banalità forse è più sorpresa che la teatralità di una meraviglia del mondo. Vediamo se è così…

 

Nelle immagini: 1. Carta complessiva delle strade romane all'epoca dell'impero; 2. Cippo moderno per ricordare il percorso della via Claudia Augusta; 3. Resti della Via Appia nei pressi di Minturno (LT)

                                                          

Stampa questa pagina (versione printer friendly)

 

 

(torna alla pagina iniziale della Sezione Didattica)

 

Per tornare alla home

Per contattare la Redazione