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Cura posteritatis

Lezione tenuta a maturandi di liceo classico e scientifico su

Tacito all’interno della storiografia antica

(martedì 7 aprile 2009, Busto Arsizio)

di Giulia Regoliosi

 

L’espressione che dà titolo alla conversazione di oggi si trova nel proemio delle Historiae di Tacito e costituisce in certo qual modo una dichiarazione dello scopo della sua storiografia. Dico in certo qual modo perché in effetti il contesto è in forma negativa e si riferisce agli storici che l’hanno preceduto nel corso della prima età imperiale, quelli che le letterature scolastiche chiamano abitualmente storici del dissenso e del consenso:

Dopo che si fu combattuto definitivamente ad Azio e fu interesse della pace che tutto il potere fosse raccolto in uno solo, quei grandi ingegni vennero meno; contemporaneamente la verità fu distrutta in più modi, anzitutto per l’ignoranza della vita politica in quanto estranea, poi per il desiderio di adulare o all’inverso per l’odio verso i dominatori; così né gli uni né gli altri, servili e ostili, avevano preoccupazione per le generazioni future. Ma facilmente potresti respingere la parzialità dello scrittore, mentre la denigrazione e l’ostilità vengono accolte con orecchi disponibili: infatti l’adulazione ha in sé la colpa vergognosa della schiavitù, la malevolenza ha la falsa apparenza di libertà.

Nel proemio degli Annales l’analisi è simile, anche se manca la conclusione:

I fatti prosperi e avversi dell’antico popolo romano furono ricordati da famosi scrittori; e non mancarono ingegni dignitosi per raccontare l’epoca di Augusto, finché furono distolti dalla crescente adulazione. Le vicende di Tiberio, Gaio, Claudio e Nerone durante la loro vita furono falsate per paura, dopo che furono morti furono influenzate dagli odi recenti.

Esaminiamo dunque il testo tacitiano, volgendolo in dichiarazione d’intenti. Obiettivo dello storico è la preoccupazione per le generazioni future, che cioè giunga loro la verità. Tale verità anzitutto lo storico deve poterla raggiungere, e poi volerla comunicare: per il primo obiettivo il limite è l’inscitia, l’ignoranza, essenzialmente della vita politica che costituisce il fondamentale contenuto della storiografia: ne deduciamo che solo la partecipazione alla vita politica, per quanto ridotta e precaria se non pericolosa, permette di valutare correttamente la verità dei fatti; per il secondo è la parzialità dello storico, cui è difficile, vivendo in epoca così complessa e in larga misura negativa, non cedere all’esaltazione degli imperatori o alla loro denigrazione. E’ interessante rilevare in che modo Tacito consideri questi due atteggiamenti: non ne ricava un giudizio morale di preferenza ma, avendo chiaro in mente l’obiettivo della cura posteritatis, valuta più pericolosa la denigrazione dell’adulazione. Con un’analisi psicologica molto acuta e valida per tutti i tempi, rileva come il pubblico, o il lettore, sia più portato a credere ai giudizi negativi che a quelli positivi, perché vede in essi una parvenza di libertà. E su questa parola dovremo tornare. E’ inoltre interessante che Tacito affermi la sua obiettività non tanto come un merito morale, ma come un dato di fatto derivante dalle vicende della sua vita: la maggior parte delle vicende narrate non l’hanno riguardato personalmente:

Ho deciso di tramandare pochi fatti e ultimi su Augusto, poi il principato di Tiberio e il resto, senza ira e passione, le cui cause mi sono lontane

dice negli Annales.

Galba, Otone e Vitellio non li ho conosciuti né per benefici né per ingiustizie dice nelle Historiae, dove ammette solo di avere avuto a che fare nella sua prima carriera politica con i Flavi, ma di essere ugualmente imparziale: né per amore e senz’odio è la formula leggermente variata rispetto a quella usata in seguito degli Annales: solo per questa parte della sua opera entra in gioco una scelta doverosa di obiettività, con l’uso linguistico della perifrastica passiva.

Quanto c’è quindi di positivo e quanto di rischioso nel narrare eventi attuali, a cui lo stesso storico ha partecipato? La tradizione greca aveva molto insistito sulla conoscenza diretta dei fatti. La stessa parola historía, da cui il mondo romano trarrà il termine historia secondo le diverse regole dell’accentazione, non indica originariamente l’opera storiografica, ma l’indagine preliminare, il lavoro di ricerca; e, come dice la radice della parola (id- da *wid-), che significa vedere, dev’essere un’indagine diretta, in prima persona, di chi sa per aver visto, o per usare un termine che si è ora specializzato in ambito medico, dev’essere un’autopsia, un’“osservazione personale”. Il primo storico greco, Erodoto, che ha introdotto i termini e creato di fatto il genere storiografico, pur non essendo stato presente agli eventi che al più risalgono alla sua infanzia, ha visitato luoghi, incontrato persone, tanto da poter dire di aver veramente fatto un’historìa. L’altro grande storico del secolo quinto, Tucidide, dice nel proemio di aver iniziato a scrivere della guerra del Peloponneso appena ebbe inizio, prevedendo che sarebbe stata un grande avvenimento: scrive dunque una sorta di cronaca, che poi rielabora fin dove gli basta la vita. E precisa (I, 22): Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di informazioni ricevute dal primo che incontrassi, né come paresse a me, ma analizzando con infinita cura e precisione, nei limiti del possibile, ogni particolare dei fatti cui avessi di persona assistito o che altri mi avessero riportato.

Certo gli stessi assertori della necessità di una storia autoptica si rendono conto che la ricerca della verità non è per nulla garantita dalla presenza ai fatti. Dice ancora Tucidide: E’ una laboriosa e complessa indagine, poiché le memorie di quanti intervennero ad una medesima azione non coincidono mai nella esposizione dettagliata delle circostanze, a seconda della individuale capacità di ricordo o delle personali preferenze. Anche qui non notiamo tanto un giudizio morale, dovuto al sospetto di volontaria falsificazione, quanto piuttosto un’indicazione realistica sulla capacità di osservazione dei testimoni (specie in circostanze drammatiche come una guerra), capacità che può anche involontariamente essere limitata dall’adesione all’una o all’altra parte, cosa che spesso fa vedere la stessa vicenda da differenti angolature, con occhi diversi; dalla capacità di osservazione, inoltre, e da altri fattori soggettivi, dipende la capacità di memorizzare e raccontare quanto si è visto; e lo stesso storico testimone agli eventi non è esente da tali limiti.

Va anche detto che ciò dipende dal tipo di vicende oggetto della propria storiografia. Erodoto nella parte più propriamente storica della sua opera racconta le guerre persiane: pur affrontandole con molto equilibrio, tanto da porre come uno dei suoi scopi il dare gloria alle imprese compiute da Greci e barbari, è evidente che utilizza per la sua indagine la parte greca del conflitto; Tucidide, che racconta una guerra civile, di Greci contro Greci, avrà avuto sicuramente diverse versioni dei fatti narrati. Qualcosa di simile troviamo nello storico ellenistico Polibio, anch’egli sostenitore di una partecipazione il più possibile diretta ed informata anche tecnicamente agli eventi, tanto da criticare duramente lo storico Timeo, che li studiava in biblioteca: nel parlare della questione che provocò la seconda guerra punica, la presunta violazione del trattato dell’Ebro, se la prende con gli storici delle due parti che hanno tirato l’acqua al mulino degli uni o degli altri.

Ma l’insistenza sull’aver visto resta comunque essenziale nella storiografia greca. E non è forse un caso che il Nuovo Testamento, composto in greco nella prima età imperiale, in un’epoca cioè che precede o in parte coincide con le opere tacitiane, insista così tanto sull’aver visto, sulla testimonianza diretta degli autori.

La tradizione romana è diversa e crea delle differenze. Nel corso del I sec. a.C., quando si sviluppano in Roma vari generi di storiografia, la cronaca, la biografia, il memoriale, la monografia, l’antiquaria, con un’ampiezza eccezionale di modi di indagare e tramandare gli eventi, si precisa la distinzione anche fra Historiae ed Annales, che saranno poi i titoli delle opere tacitiane. Scriverà l’erudito Gellio, nel II sec. d.C. (Noctes Atticae, V, 18): Alcuni pensano che historiae e annales si differenzino in questo, che, pur essendo entrambe narrazioni di vicende, tuttavia sia propriamente historia quella che riguarda fatti a cui abbia partecipato il narratore, perché in greco historìa significa conoscenza di fatti attuali. Dicono che annales invece si hanno quando si narrano le vicende di più anni, conservando l’ordine di ciascun anno. In realtà la trattazione annalistica, cioè i fatti radunati anno per anno secondo la tradizione degli annali dei pontefici, è comune a entrambe le opere: basti vedere l’inizio del primo libro delle Historiae tacitiane, in cui si presenta la situazione, ambito per ambito, luogo per luogo, all’inizio del 69. Più precisamente dice l’etimologista Isidoro di Siviglia del VI/VII sec. (Etymologiae, I, 41): Presso gli antichi nessuno scriveva storia se non chi aveva partecipato, e aveva visto ciò che doveva narrare. Infatti cogliamo meglio con gli occhi ciò che accade di quanto afferriamo con l’ascolto. Infatti le cose che sono viste sono tramandate senza menzogna. Fra historia poi e annales la differenza è che la prima riguarda i tempi che abbiamo visto, i secondi gli anni che la nostra età non conosce. A parte l’ingenuità nel ritenere che l’aver visto esclude la falsificazione, la distinzione fra i due generi è chiara. Historiae aveva scritto ad esempio Sallustio, mentre al genere degli annales appartiene l’opera più importante della tarda età classica, i 142 libri Ab urbe condita di Livio.

Il fatto è che Livio ha una posizione ambivalente rispetto al suo presente. Trattare i grandi fatti del passato, le personalità che hanno fatto crescere lo stato romano, è per lui un rifugio rispetto ai mali presenti: cercherò di ottenere anche questo premio della fatica, di distogliermi dalla vista dei mali che la nostra età ha visto per tanti anni, almeno finché ripercorro quei fatti antichi con l’intera mente, libero da ogni preoccupazione che possa se non allontanare l’animo dalla verità, tuttavia renderlo inquieto. D’altra parte è interessante notare come Livio ritenga che l’atteggiamento del lettore sia contrario al suo: non dubito che alla maggior parte dei lettori le origini e i fatti vicini alle origini daranno meno piacere, e correranno a queste epoche recenti, in cui ormai le forze di un popolo prima prevalente si stanno estinguendo da sé.

L’analisi di scrittore e lettore è interessante: lo scrittore cerca evasione e conforto, il lettore voluptas (piacere). Sembra un’idea riduttiva della storiografia. Eppure si afferma l’importanza della verità, anche se nell’intenzione di Livio è più una verità morale, cioè la dimostrazione di come la virtus e la concordia hanno fatto grande lo stato nel corso dei secoli, il lusso e la cupidigia lo stanno estinguendo, che una verità effettuale, la verità degli eventi. In questo ha il suo massimo compimento la tradizione storiografica romana, che fonde moralità e letteratura: Cicerone l’aveva definito maestra di vita e opus oratorium, affine alla narratio delle orazioni. Possiamo aggiungere che la previsione di Livio sulle preferenze dei suoi lettori è stata smentita: ci sono arrivati i primi libri e non gli ultimi.

Tacito scrive prima le Historiae, riservandosi di scrivere in seguito delle altre historiae, cioè di proseguire, dopo i Flavi, con i nuovi tempi: se la vita mi basterà, ho rimandato alla vecchiaia il principato del divo Nerva e l’impero di Traiano, materia più feconda e più tranquilla, per la rara felicità dei tempi in cui si può pensare ciò che si vuole e dire ciò che si pensa. L’aveva promesso già nel III capitolo dell’Agricola, con un’espressione che sembra riassumere il contenuto delle Historiae e l’opera successiva già preventivata: non dispiacerà anche con voce disadorna e inesperta comporre la memoria della precedente schiavitù e la testimonianza dei beni presenti Incalzava allora, dopo il periodo di Domiziano, quindici anni vissuti per silentium, l’urgenza della memoria e della testimonianza. Ma quando giunge all’effettiva composizione, l’urgenza e l’angoscia si sono sedimentate, il male vissuto sarà esposto neque amore et sine odio, e il bene presente non verrà mai raccontato. Non staremo qui a chiederci il perché: certo fra i molti motivi avanzati, dai più banali a quelli vicini alla fantastoria, il distacco permesso dal non aver vissuto gli eventi può avere effettivamente avuto il suo peso. E dunque gli Annales.

Ma tornando alla dichiarazione d’intenti che si può trarre dal giudizio sugli storici precedenti, in che cosa consiste la cura posteritatis per Tacito? Qual è, cioè, lo scopo di raccontare con la massima obiettività il passato vissuto e quello che lo precedeva? Tacito non lo dice mai con chiarezza, a differenza di quanti avevano fatto della dichiarazione del loro scopo un punto d’onore. Per Erodoto, il primo a porsi il problema, lo scopo principale è la conservazione dell’umano: perché le vicende umane, col tempo, non scompaiano, dice nel proemio. Per Tucidide si tratta di conservare per sempre una memoria (un possesso, lo definisce) che potrebbe servire nel caso si verificassero eventi simili: non perché la storia in sé si ripeta uguale, ma perché la natura umana tende a reagire in modo simile ed è quindi prevedibile, benché in effetti non risulti da ciò una visione ottimistica sulla possibilità di modificare o volgere al meglio gli eventi. Polibio è squisitamente un tecnico: i suoi lettori, il suo target si direbbe, sono uomini politici e militari, che devono imparare dalla storia di Roma come una piccola città è riuscita in 50 anni a conquistare il Mediterraneo, e trarne insegnamenti di governo e di strategia. Per Livio, si è visto, è la creazione di un affresco ampio 700 anni, da cui trarre lezioni di moralità personale e civile.

Tacito, si è detto, non definisce con più chiarezza il suo scopo. Tramandare la verità, questo è quanto si propone, perché i posteri non siano traditi nelle loro memorie. Ma che cos’è la verità? potremmo chiederci, come Pilato di fronte a Gesù. E non è un accostamento ardito: Pilato e Tacito appartengono alla stessa cultura romana, divisi al più da una generazione, con un’analoga formazione di membri della classe dirigente. Tacito in effetti non si chiede, se non in rarissimi momenti, che verità ci sia dietro a quella effettuale, quale sia cioè il senso ultimo della storia. Non si chiede e non sa: solo nella notte dell’attentato ad Agrippina (Ann. XIV, 5, 1) si ipotizza un intervento divino per smascherare gli aggressori: Gli dèi offrirono una notte stellata e tranquilla quasi per fornire la prova del delitto.

Ricerca, dunque, la verità dei fatti, ciò che hanno compiuto gli uomini. Apriamo qui una breve parentesi richiamando la polemica fra poesia e storiografia innescata da Aristotele e ripresa poi in ambito umanistico. Aristotele vede con sfavore la verità della storia: la storia racconta ciò che ha fatto o detto Alcibiade, dice, cioè il singolo, mentre la poesia crea dei tipi umani universali, che fa poi parlare e agire coerentemente col loro ethos: non è una verità storica, ma una verità filosofica, quindi, per Aristotele, superiore.

Tacito utilizza con cura le fonti, Plinio il Vecchio, personaggi come Cluvio Rufo e Fabio Rustico, la documentazione senatoria: soprattutto mostra continuamente fedeltà ad un metodo: dove i fatti non sono certi, riportare le varianti, le diverse ipotesi, utilizzando l’espressione incertum da cui dipende l’interrogativa doppia. Ma dove questa indagine con diverse varianti è più frequente non è nella verità dei fatti, ma nella verità delle persone: perché le persone non si riesce mai ad indagarle fino in fondo, e fra ciò che fanno o dicono e ciò che sono c’è sempre uno scarto, anche inconsapevole. Questo rende Tacito a volte eccessivo nell’accanimento con cui cerca motivazioni oscure anche in azioni apparentemente positive e ben intese: ma certo fa di lui uno psicologo finissimo e un tramandatore di personalità complesse, quasi sempre mischiate di bene e di male: e potremmo aggiungere che il giudizio riduttivo di Aristotele sulla verità storica non tiene conto della complessità dell’animo umano, per cui ciò che ha detto e fatto Alcibiade, o per tanto così Tiberio o Agrippina, non sono dei semplici dati, ma vanno interpretati e aprono a volte abissi oscuri..

C’è sicuramente in Tacito un secondo scopo, potremmo dire politico. Tacito è convinto della necessità storica del regime imperiale, dopo un secolo di guerre civili: con realismo acuto non sta a recriminare su come sarebbe stata Roma se le guerre civili non avessero avuto luogo. La nostalgia è sterile e pericolosa, perché non riguarda la libertas repubblicana, ma la licentia dell’età delle guerre civili, come dice nel Dialogus de oratoribus: la licentia non va rimpianta (par. 40: noi non parliamo di una cosa riposante e calma, amica dell’onestà e della moderazione: quella famosa grande e memorabile eloquenza è figlia della licentia, che gli sciocchi chiamano libertas; è compagna delle sedizioni, è stimolo alla sfrenatezza popolare, non conosce ossequio né serietà…).

D’altro canto di fronte ad un potere iniquo tirarsi da parte o tentare la via della violenza sono vie da lui rifiutate: la prima è propria di uno snobismo che non vuole sporcarsi, la seconda porta solo distruzione: si veda il pesante giudizio sulla congiura di Pisone. Quello che bisogna cercare è il bene dello stato, lavorandoci anche in situazioni negative: il modello è Giulio Agricola. E se con Nerva e Traiano torna la libertas, non è più quella della repubblica: non a caso Plinio il giovane dirà a Traiano ci ordini di essere liberi, inconsapevole, lui sì ingenuo, del controsenso.

Del bene dello stato fa parte anche il sospetto per i diversi, come i giudei e i cristiani: disposto ad accettare la positività dei barbari finché stanno lontani (si vedano pagine ammirate della Germania: ma qui gioca anche la preoccupazione militare per un nemico forte e il confronto moralistico con la corruzione romana, il vero oggetto di molte pagine), a Roma prevale la superiorità dell’intellettuale scettico nei confronti di fedi che non capisce e non tenta di approfondire.

Più complesso il giudizio sull’espansionismo romano. La questione era stata più volte affrontata in passato: è interessante notare come Cesare, nel raccontare le tappe della conquista della Gallia, cerchi ogni volta di giustificare l’intervento armato con la provocazione dei diversi popoli: anche se nel suo caso il motivo è soprattutto di politica interna, perché il suo proconsolato non prevedeva un’espansione ma solo un controllo della provincia romana, c’è certamente anche il desiderio di non mostrare un progetto di conquista, ma solo una serie di necessità via via emergenti. Allo stesso modo la sottomissione dell’impero cartaginese e degli stati ellenistici ha avuto sempre delle motivazioni al di fuori dell’imperialismo in se stesso: provocazioni, salvaguardia degli alleati, al più difesa preventiva, come nel caso dell’ultima guerra punica. Da notare anche il fatto che tali conquiste hanno suscitato una crescente critica moralistica: le ricchezze affluite dalle province e il gran numero di schiavi hanno reso più molli e corrotti i costumi, e d’altra parte l’influenza romana ha rammollito e corrotto i popoli sottomessi: si veda il confronto fra Galli e Germani in Cesare, e per la situazione interna i giudizi di Sallustio e dello stesso Tacito.

A partire da Augusto la giustificazione dell’espansione ha una parola: pax. Come il principato è necessità storica per la pace interna (lo dice Tacito, si è visto), così l’impero è necessità storica per la pace esterna, minacciata dai continui conflitti fra i vari popoli e tribù. E’ questa l’essenza del discorso che Tacito fa dire a Ceriale nel IV libro delle Historiae rivolto ad alcune tribù dei Galli. Se pax è motivazione fondamentale per oriente e occidente, per la parte barbara delle province gioca anche la diffusione delle civiltà romana: Tacito ne parla a proposito dell’opera di Agricola in Britannia. Ma proprio l’Agricola, che è essenzialmente un elogio del personaggio, come si è detto, contiene alcuni spunti inquietanti: parlando della romanizzazione dei giovani britanni, che parlano latino, vestono la toga e vanno alle terme, dice che credono sia un incivilimento, mentre è parte della schiavitù: perché, s’intende, perdere la propria identità di popolo è avvertita come la massima perdita delle libertà. Nel famoso discorso del capo dei Calcedoni, Calgaco, l’espansione romana è vista in modo assolutamente negativo: Rapinatori del mondo, dopoché alla loro totale devastazione sono mancate le terre, guardano anche il mare: se il nemico è ricco, avidi, se povero, superbi; né l’oriente, né l’Occidente li sazierebbe: soli fra tutti desiderano con pari bramosia ricchezze e povertà. Portar via, trucidare, rapire chiamano falsamente impero e dive fanno il deserto chiamano pace. Quanto c’è del giudizio di Tacito in questo discorso rispetto a quello di Ceriale, entrambi incentrati sulla pace? Tacito utilizza la tecnica già codificata da Tucidide di sintetizzare personaggi e situazioni creando discorsi; spesso, come nel caso del discorso di Calgaco, vi è contrapposto un discorso opposto, quello appunto di Agricola. Troviamo molti altri esempi in tutti gli storici: forse il più famoso è la coppia di discorsi di Cesare e Pompeo prima di Farsalo nel De bello civili. Non possiamo quindi pensare che Tacito condividesse io giudizio di Calgaco sull’imperialismo romano: ma la valutazione dell’incivilimento come schiavitù è del tutto sua, e fa pensare quindi ad un uomo che non si fa toccare eccessivamente dalla propaganda ufficiale, ma vede prevalere una necessità storica su motivazioni ideali scarsamente credibili.

Va detto tuttavia che in questo noi abbiamo una visione più positiva di chi ha vissuto gli eventi: la pax romana ha effettivamente garantito una stabilità in un’area vastissima, con la possibile circolazione di persone, merci, idee nuove, non ultimo l’annuncio cristiano; e la civilizzazione ha avuto una permanenza che neppure il crollo dell’impero e le diverse invasioni hanno eliminato, per lo meno in molte zone dell’occidente, lasciando un’unità linguistica e culturale su cui il Medio Evo ha costruito la nuova civiltà.

 


 

Nelle immagini: 1. Busto dell'imperatore Vitellio; 2. La verità vince la frode, di Annibale Carracci (1585); 3. Botticelli, Allegoria della verità e della calunnia (1494 ca., Galleria degli Uffizi, Firenze); 4. Calgaco (illustrazione da libro, 1859).

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