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Liceo classico "Stefano Maria Legnani", Saronno

Commissione Biblioteca Pietro Zerbi e Cultura

martedì 15/2/11 ore 11-13

 

Studiare, insegnare, imparare

lingua e civiltà greca e latina

Fini/Mezzi, Sacrifici/Benefici

di Giulia Regoliosi

 

 

Siete qui, a metà del secondo anno di un percorso che l’anno scorso avete scelto. Forse vale la pena di riinterrogarsi sui motivi che vi hanno portato qui e di chiedervi se quello che vi era stato detto comincia a diventare vero.

Proviamo a pensare quali possono essere stati questi motivi: quali prospettive cioè avevate davanti nel momento di una scelta che si sapeva lunga e impegnativa. Ciascuno di voi nella sua classe di III Media era fra i migliori, provava interesse per l’italiano, per la lettura e lo scrivere, per la storia. Magari un po’ meno per le materie scientifiche. Sapevate che questo è un tipo di studi importante, non per tutti, forse questo vi stimolava, vi inorgogliva un po’, e in questo siete stati incoraggiati dai professori, dalle famiglie. Sapevate che è una scuola che apre tutte le strade, rende possibili tutti gli studi universitari. Vi è stato detto che è uno studio che apre la mente, insegna a ragionare. E’ possibile che  la presentazione sia andata più al fondo, abbia indicato l’importanza di conoscere la propria cultura, risalire all’indietro fino alle radici della società in cui siamo.

E forse ci sono state anche altre motivazioni.

Ora sembra sia il momento di ripensarci, perché la quinta ginnasio è un anno di grande impegno, soprattutto in latino e greco, e a volte si rischia di perdere di vista tutti i perché.

1. Cominciamo con un’idea fondamentale, che è quella della pazienza. E’ una grande idea intuita dai Greci, che l’hanno spiegata bene: non il sopportare passivo, un po’ da vili, ma l’attesa che le cose si evolvano, che il tempo dia la possibilità di essere protagonisti. Ulisse nell’Odissea è l’eroe della pazienza, capace di attendere il momento migliore, il tempo giusto, di non volere tutto subito: è πολύτλας, ci dice Omero, e ce lo fa vedere mentre parla col suo cuore dicendogli di aspettare. Il poeta Archiloco aggiunge alla parola “pazienza”, che è τλημοσύνη, l’aggettivo “forte”, e ci dice anche che è un dono degli dèi agli uomini, pur se non toglie la fatica e a volte il dolore.

“Pazienza” è legata ad un’altra parola, la parola “tempo”. Tutta l’antichità ha continuamente riflettuto sull’idea di tempo, e ne ha tratto due idee importanti anche per noi: una è quella dell’attesa del cambiamento, come si è visto, l’altra è quello dell’uso buono del presente. Il poeta latino Orazio esprime questo con il celebre consiglio “carpe diem”, cioè “cogli il giorno” o, in un’altra poesia meno famosa, “rapiamus occasionem de die”, “strappiamo al giorno l’occasione”: cioè utilizziamo bene tutto ciò che c’è, il frutto maturo (carpe è il verbo del raccoglitore di frutta), con forza (“strappiamo”). In greco le due idee che abbiamo detto corrispondono a due parole, χρόνος che è il tempo che passa, il tempo dell’attesa, καιρός che è il momento di ora, il momento da non sprecare. “Pazienza” in attesa che tutto si chiarisca e ciò che ci aspettavamo arrivi, “carpe diem” nel valorizzare ogni momento di questo tempo, traendone tutto il bene possibile.

2. Vediamo quindi quanto di ciò che vi ripromettevate al momento di cominciare è già un fatto presente. Parto un po’ al contrario di come avevo elencato prima.

Risalire alle radici, si è detto. O meglio, come diceva uno studioso, Schadewaldt, (usando l’immagine della tela fabbricata col telaio) all’ordito su cui le varie epoche hanno intessuto diverse trame, variando cioè il tessuto della civiltà, facendolo e disfacendolo.

Questa ricerca delle radici, o dell’ordito appunto, per ora vi è possibile soprattutto attraverso la storia, in attesa dello studio degli autori nel triennio. Anzitutto la stessa nascita della storiografia è un fatto greco: lo storico Erodoto ce ne spiega anche le ragioni (“perché i fatti umani col tempo non vadano dimenticati”: e questo è un altro aspetto del tempo, il rischio della dimenticanza, della scomparsa: la storia è la conservazione dell’umano); e l’altro grande storico, Tucidide, dice che la storia è un “possesso per sempre”. Così pure è importante l’indagine sulle cause, la riflessione sul rischio di soggettività dei testimoni, la distinzione fra causa remota, causa occasionale e inizio del la vicenda, che serve per preisare la resonsabilità delle diverse parti in causa (come comprese lo storico Polibio).

Non so su che cosa vi siete soprattutto soffermati nella storia antica, ma ci sono dei grandi momenti che hanno creato la nostra cultura: l’idea ateniese di democrazia così come la descrive Pericle nel discorso per i morti del primo anno della guerra del Peloponneso: l’importanza di interessarsi dello stato, l’assenza di preclusioni (ad esempio la povertà) nel poter accedere alla cariche pubbliche, la libertà di vivere i propri gusti senza essere criticati, l’importanza della bellezza, l’importanza del parlarsi fra cittadini prima di decidere. E tutta la riflessione successiva è andata comntinuamente in cerca dello stato migliore, oscillando fra grandi utopie e realismo prudente. L’ideale romano di un mondo fondato su leggi stabili, così stabili e attente nella loro costruzione da essere tuttora considerate come base della legislazione di molti popoli: e nello stesso tempo la riflessione sulla necessaria corrispondenza fra le leggi dello stato e le leggi naturali, scritte nel cuore degli uomini, come dice Cicerone e prima di lui il greco Sofocle.

Un altro aspetto importante della storia: il rapporto fra popoli vincitori e vinti ha assunto nei secoli diverse forme, nei diversi imperi: l’impero persiano (il primo grande impero) ha creato strutture amministrative e tributarie ma non si è curato di modificare le culture dei popoli soggetti: nella Bibbia Ciro è presentato come il liberatore. L’impero cartaginese è soprattutto commerciale, dove arriva pone dei magazzini di merci che poi diventano piccoli agglomerati urbani. L’impero di Alessandro intende invece essere un’unità culturale, nata dalla fusione di usi, costumi, credenze, lingua e matrimoni fra greci/macedoni e i popoli conquistati; i suoi successori, soprattutto i re di Siria, l’hanno interpretato come l’eliminazione delle identità locali, provocando soprattutto la reazione del popolo ebraico, come sappiamo dal libro dri Maccabei. L’esito è stato comunque l’ellenizzazione di tutto l’oriente, in cui la lingua greca (un po’ semplificata) è divenuta la lingua comune, il veicolo di rapporto fra tutti i popoli, di diffusione di idee. La scelta del greco per i libri del Nuovo Testamento indica l’importanza che la lingua aveva per evitare la frammentazione delle notizie. L’impero romano è fondato sulla legislazione e l’organizzazione amministrativa, con una prudente differenziazione per quanto riguarda gli aspetti culturali: in occidente subentra il latino, in oriente resta il greco. La pace propagandata dagli imperatori giulioclaudi ha sicuramente una finalità di potere, ma è anche un fatto che in età imperiale il mondo conosciuto era percorribile per un grande tratto di oriente, e la via della seta era aperta a uomini e merci. La cultura occidentale è nata così: le grandi idee, le grandi fedi, hanno avuto la possibilità, lo spazio, le lingue, per diffondersi. Anche se la storia non si fa coi “se”, possiamo dire che se i persiani avessero vinto le guerre persiane e i cartaginesi le guerre puniche non saremmo diventati tutti persiani o punici (il loro impero non era così), ma non ci sarebbe l’Europa. E mi pare importante valutare gli effetti, che sono realtà stabili, più che i moventi, che sono a rischio di valutazioni anacronistiche.

3. Imparare a ragionare: qui entra in gioco soprattutto lo studio linguistico. La nostra lingua è figlia del latino; molta parte della struttura del periodo è di origine greca, ed è stata rielaborata dai grandi prosatori latini del I sec. a.C., come Cesare e Cicerone. Quindi riflettere sulle lingue significa capire come funziona il nostro modo di osservare la realtà ed esprimerla, nostro di eredi di questa storia linguistica e nostro come eleboratori di una lingua autonoma. Facciamo qualche esempio. Noi consideriamo che la parola che esprime il protagonista di un fatto (cioè sintatticamente il soggetto) è sullo stesso piano di altre parole della frase che gli si riferiscono, l’attributo, l’apposizione, il nome del predicato, il predicativo del soggetto: questo il greco e il latino lo esprimono usando lo stesso caso (nominativo). Ma in lingue diverse dal nostro ceppo il nome del predicato è considerato con una diversa logica, che ci pare strana (complemento di mezzo nel russo, ad esempio): questo deve portarci a riflettere sul fatto che ogni popolo o famiglie di popoli ha il suo modo di vedere le stesse cose. Restando più semplicemente nelle modificazioni avvenute fra la nostra lingua madre e la nostra lingua figlia notiano che molti verbi che noi consideriamo transitivi in latino hanno il dativo: sono verbi che indicano un atteggiamento verso altri (invidia, favore, consiglio…) e noi consideriamo gli altri come oggetti dei nostri atteggiamenti, quasi sottomessi ad essi, mentre per il latino sono dei destinatari. E fra lingue sorelle: lo spagnolo utilizza il complemento di termine dove noi spesso usiamo l’oggetto, ampliando quindi la visuale del latino. Ad es.. he adoptado à un niño. Ho adottato un bambino.

D’altra parte fra l’asse latino/lingue neolatine e il greco ci sono differenze nel modo di presentare un fatto, un evento. Il latino (e, seppure in modo un po’ meno preciso, anche l’italiano) si chiede non solo “quando è successo?”, ma anche “prima, durante o dopo quell’altro?”. E’ tutta la questione della consecutio temporum. Il greco si chiede soprattutto “come vedo il fatto?”. Cioè: lo vedo nel suo divenire? Lo vedo come fatto in sé? Nel suo inizio? Nella sua conclusione? Vedo non il fatto, ma il suo risultato? E’ la questione dell’aspetto verbale, che però capirete meglio nei prossimi anni. Per ora vi faccio solo un esempio da Eschilo, la tragedia Eumenidi: Oreste è processato per matricidio, l’accusa gli chiede se ha ucciso la madre e lui risponde che l’ha uccisa. Tutto qui, e così purtroppo è in genere tradotto il testo. Ma l’accusa usa il perfetto, una forma che implica il risultato attuale dell’azione (tipo: sei colpevole dell’assassinio?), l’imputato risponde con l’aoristo, che indica l’azione in sé (ammetto solo il fatto, non le sue conseguenze attuali, la condizione di colpevolezza su cui giudicarmi). Nei reali discorsi giudiziari che ci sono rimasti questo “gioco” verbale è molto usato.

Ma anche il singolo fa scelte sintattiche sue. L’esempio più evidente è nella formulazione del periodo ipotetico. Il latino ne ha tre, il greco quattro, l’italiano tre anche se meno precisamente distinti come forma: ma la scelta di come esprimere un’ipotesi non è codificata, è assolutamente libera. Noi possiamo solo prenderne atto se leggiamo o ascoltiamo, e sceglierlo se parliamo o scriviamo. Se vuoi invitare un amico alla tua festa, puoi dirgli: “se vieni ci divertiamo di più” oppure “se venissi ci divertiremmo di più”, ma nella seconda forma si è insinuata una diffidenza sul successo dell’invito (o il far finta che non te importa poi tanto?).

Ragionare sulle lingue comporta un metodo rigoroso: tutte le componenti (ad esempio di un verbo tempo modo diatesi persona numero e risalire al presente…) devono essere contemporaneamente tenute presenti; e poi la scelta del significato sul vocabolario (e sarebbe bene avere un bel lessico di base sempre in mente) in base al contesto. E’ una fatica questa attenzione a tutto: ma è anche un metodo che resterà, e andrà bene per qualunque lavoro farete.

4) Accenno solo alla questione della traduzione. E’ un’abilità che il ministero ci richiede, mentre non la richiede per lo studio delle lingue moderne (leggere, scrivere, capire, parlare). La traduzione è un di più rispetto al capire, richiede di sapere bene due lingue. Richiede conoscenze, ma anche rispetto per l’autore (se ha scritto così, ad esempio usando la forma passiva, ci sarà un motivo), passione per l’uso delle parole, un certo margine di creatività (non tutte le traduzioni “giuste” sono uguali). E’ bello pensare ad un’abilità che è insieme rispettosa di un altro e creativa.

5) Infine. L’idea di radici (o ordito) sembra implicare una lontananza, una distanza. E certo è vero. Però l’uomo ha delle costanti (domande, desideri) che restano uguali nel tempo. Scoprirle ci permette di creare un ponte fra noi e loro.

Grazie.

 

 

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