Questa sottosezione contiene segnalazione di libri e testi sul mondo classico recentemente apparsi o testi noti ridivenuti recentemente oggetto di dibattito e discussione. Le segnalazioni vengono mantenute in questa pagina per un periodo di alcuni mesi, per poi essere spostate alla pagina Recensioni (o eventualmente riprese in forma più ampia e dettagliata sulla Rivista).
Ringraziamo sia le case editrici che vorranno mettere a disposizione i loro testi sia i lettori che invieranno segnalazioni o schede di testi recensiti o da recensire.
R. Levrero, Sibilla, che cosa vuoi? – La divinazione nel mondo greco e romano, ed. Ananke, Torino 2008
Friedrich Maier, Warum Latein? Zehn gute Gründe, ed. Reclam, Stuttgart 2008
Tore Janson, Varför latin?, pag. 94, Pocketbiblioteket, SNS Förlag, Stockholm
Massimo Rossi, Scientia litterarum. Storia, autori, generi. Loffredo Editore, Napoli 2009

R. Levrero, Sibilla, che cosa vuoi? La divinazione nel mondo greco e romano, ed. Ananke, Torino 2008
L’autrice, che finora si è occupata soprattutto dell’Africa antica e dell’Egitto, compone un agile libretto sulla divinazione antica, soprattutto di Greci e Romani, come dice il sottotitolo, ma con una breve introduzione sui popoli orientali e naturalmente un preciso riferimento agli Etruschi. La mantica viene osservata nei suoi vari aspetti, dall’interpretazione del termine alle diverse modalità di divinazione, agli oracoli ‒ sedi, responsi, sviluppo e decadenza. L’esposizione si basa su fonti citate ampiamente in traduzione ed è corredata da foto di siti archeologici (l’autrice è laureata in archeologia), piantine e cartine. Le note, ben informate, si riferiscono a diversi settori dello studio dell’antico, rivelando quindi un buono spettro di studi preparatori. L’impostazione è divulgativa, per non specialisti ma comunque per un pubblico di buona cultura. L’unico neo è costituito dalle citazioni in greco, molto carenti quanto a spiriti e accenti. Se vi sono queste difficoltà, sarebbe più opportuno traslitterare.
AA. VV., Riflessi di un’antica fonte – Esperienze di traduzione dalla poesia greca e latina, a cura di P. Ferrari, Quaderni Diesse Lombardia, 2008
La curatrice è un’insegnante di latino e greco in un liceo classico dell’Hinterland milanese. Racconta nella prefazione di aver attuato con sei alunni della sua seconda una serie di incontri pomeridiani in cui li invitava a misurarsi con la traduzione di testi poetici latini e greci. I testi scelti, appartenenti alla lirica latina dell’età classica e alla poesia epigrammatica ellenistico/romana, sono accomunati dall’idea di poesia eternatrice: si tratta di Callimaco, AP VII, 80, AP VII, 459; Posidippo 122 AB; Meleagro, AP VII,476; Catullo, 51, 72, 96; Orazio, Odi I, 22, III, 13; Marziale V, 10.
I testi sono stati tradotti da ciascuno dei ragazzi, e completati con un titolo e con note che danno ragione delle scelte stilistiche e lessicali. Così per ciascun testo possiamo confrontare sei diverse traduzioni a cui i diversi titoli conferiscono anche differenti sfumature. Ad esempio questi i titoli per Callimaco AP VII, 80 (l’epitafio di Eraclito):
Volo al tramonto
Canti d’usignolo
Il ladrone
La morte di Eraclito
Perdurare di un’amicizia
Il tramonto
Ci sembra che l’iniziativa didattica sia molto interessante. E’ esperienza comune la difficoltà di far comprendere ai ragazzi la differenza fra la lettura e comprensione di un testo in tutti i suoi aspetti e la trasposizione in altra lingua: far comprendere cioè che la traduzione è altro rispetto alla comprensione (per le lingue moderne non è neppure una della quattro abilità): richiede la perfetta (per così dire) conoscenza di due lingue, ma anche gusto, finezza e un certo grado di libertà espressiva, tale però da non prevaricare sull’autore, ma da accostarlo con rispetto. Quest’opera è quindi un buon esempio di lavoro culturale e mostra negli studenti un buon livello di maturità.
Benedetto XVI, Paolo l’apostolo delle genti, Lev (Libreria editrice Vaticana) - Edizioni S.Paolo, 2008
In
occasione del bimillenario di S.Paolo (la cui nascita è fissata dagli storici
fra il 7 e il 10 dell’era cristiana) il S. Padre ha bandito l’anno paolino, dai
vesperi della festa dei SS. Pietro e Paolo del 2008 alla successiva festa del
2009. Naturalmente questo grande periodo di riflessione e preghiera dedicato
all’Apostolo delle genti ha suscitato anche una serie di iniziative editoriali.
Presentiamo qui un breve testo, che raccoglie diversi interventi di Benedetto
XVI già pubblicati in altre occasioni, ma qui opportunamente ripresi e resi
disponibili.
Come Premessa troviamo l’Annuncio dell’anno paolino, cioè il discorso pronunciato ai Vespri del 28/6/08 dal S. Padre nella basilica romana di S. Paolo Fuori le Mura. Fondamentale in questo annuncio è l’affermazione del legame fra Pietro e Paolo, costruttori entrambi della Chiesa seppure con compiti e storie diversi; legame particolarmente evidente a Roma, dove furono entrambi martirizzati, tanto che il Papa li considera i veri fondatori di Roma, gli iniziatori della nuova città.
Il primo capitolo, Paolo di Tarso, è quello più direttamente legato al tema: tratto dal volume Gli apostoli e i primi discepoli di Cristo (Lev 2007), che a sua volta raccoglieva una serie di omelie catechetiche, costituiva appunto la parte dedicata all’Apostolo delle genti. Benedetto XVI vi tratteggia la vita di Paolo, la sua formazione, lo zelo nella persecuzione della Chiesa nascente, l’incontro sulla via per Damasco, l’apostolato, il martirio, le idee portanti del suo annuncio: la centralità di Cristo, l’azione dello Spirito, la Chiesa come “corpo di Cristo”.
Il secondo capitolo, Paolo e l’unità dei cristiani, raccoglie tre omelie pronunciate dal Papa in diverse occasioni e pubblicate nella serie vaticana Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. I e II. Le tre parti che lo costituiscono riecheggiano le tre differenti circostanze: l’inizio del Pontificato, con l’urgenza di “ripartire da Cristo” per un’evangelizzazione “a gloria del Suo nome”; la festa dei SS Pietro e Paolo del 2005, con una particolare insistenza sulla cattolicità, cioè l’universalità, della Chiesa; la festa della Conversione di S.Paolo, coincidente con la fine della settimana dedicata all’unità dei cristiani e con l’uscita dell’enciclica Deus Caritas est: il Papa lega fra loro queste circostanze col tema fondamentale dell’amore.
Il terzo capitolo, Ebrei e cristiani un’unica alleanza, è tratto da Molte religioni un’unica alleanza, edito in seconda edizione dalla San Paolo nel 2007. E’ il capitolo più lungo e più complesso. Il tema fondamentale è quello del termine e concetto di “alleanza”: partendo da un’analisi linguistica e semantica della parola nell’Antico Testamento in lingua ebraica (berit) e della sua traduzione greca nei Settanta (diatheke, non syntheke o spondé), il Papa rileva che non è un patto simmetrico, “un contratto che impegna a un rapporto di reciprocità, ma un dono, un atto creativo dell’amore di Dio”; nel dono, tuttavia, nell’amore sponsale fra Dio e il suo popolo, si realizza un nuovo tipo di reciprocità: si supera così, già nell’Antica Alleanza, quell’impossibilità di relazione che le filosofie pagane mettevano in conseguenza della perfezione di Dio.
Ci permettiamo di osservare qui come questo punto ci sembra particolarmente interessante per il nostro studio del mondo pagano: come abbiamo più volte rilevato (ed è una chiave di lettura della nostra mostra Cercandolo come a tentoni, del Meeting 2002), la tensione alla perfezione di Dio finisce per portare il paganesimo ad una solitudine dell’uomo, chiudendo ogni tipo di rapporto che altre intuizioni religiose pur limitate e precarie (l’antropomorfismo, la preghiera, gli oracoli, i misteri…) avevano tentato di individuare, avevano espresso come speranza o desiderio. Certo, solo la Rivelazione di Dio come amore trinitario e come sovrabbondanza di amore per l’uomo poteva rispondere a questo desiderio e superare ogni antinomia.
Il Papa prosegue poi con un’indagine dell’idea di alleanza nelle lettere di Paolo: al di là della rigida distinzione fra l’Antica e la Nuova, Paolo vede nell’alleanza di Dio con Abramo quella fondamentale e permanente, in quella con Mosè uno stadio intermedio del piano di Dio: il velo con cui Mosè si copriva il volto cade dal cuore per opera dello Spirito, che permette quindi di vedere lo splendore interiore della Legge e interpretarla nel modo giusto. Non quindi due alleanze, ma un solo agire di Dio nella storia.
Particolare attenzione è poi rivolta alle parole di Gesù nell’Ultima cena nelle diverse redazioni dei quattro evangelisti: nella complessa analisi dei testi, del loro rapporto coi testi veterotestamentari e paolini, si mette in rilievo la continuità dell’alleanza e il suo compimento attraverso il “patto di sangue” con Gesù. L’esito, come osservato dai Padri della Chiesa, è una nuova bilateralità “che scaturisce dalla fede in Cristo come Colui che adempie le promesse, con i due concetti di incarnazione di Dio e divinizzazione dell’uomo”.
Naturalmente il tentativo di sintetizzare un libro del genere è rischioso e poco efficace. Possiamo quindi solo raccomandarne la lettura, sia a chi intende accostarsi a S. Paolo, sia a chi è interessato ad approfondire verità fondamentali della fede cristiana e della nostra storia.
M. Meschini-R. Persico, I giorni della storia, 1. Dalla preistoria all’impero romano, 2. Dal III secolo d.C. al Trecento, pagg. 503 e 536, Archimede edizioni, 2008.
E' recensito fra i libri di testo di storia. Vai qui.
Friedrich Maier, Warum Latein? Zehn gute Gründe, ed. Reclam, Stuttgart 2008
L’autore, che ha già pubblicato diversi saggi sulle lingue classiche, il loro insegnamento e il loro rapporto con la cultura europea, si propone in questa breve opera di dare motivazioni per lo studio del latino.
Dopo un capitolo intitolato Was ist Latein?, in cui si fa il punto sull’importanza storica del latino nella formazione dell’Europa e sulla situazione attuale dell’insegnamento di tale disciplina in Germania, si giunge alla parte centrale del testo che riprende il titolo e affronta le dieci motivazioni per lo studio del latino. Queste motivazioni sono, nell’ordine:
1. Il latino serve per un’approfondita conoscenza linguistica;
2. Il latino è un buon esercizio per la madrelingua (particolarmente interessante questo punto, dato che si parla di una madrelingua non neolatina.;
3. Il latino è una scuola dello spirito (con citazione da M. Lutero);
4. Il latino serve da ponte per l’apprendimento delle lingue straniere;
5. Il latino è un laboratorio di analisi per smascherare la falsa retorica;
6. Il latino ci conduce alle radici dell’Europa;
7. Il latino è il prezioso deposito dello scenario linguistico europeo;
8. Il latino è il luogo di studio per i testi fondamentali europei;
9. Il latino è il punto d’incontro con uomini che hanno cambiato il mondo;
10. Il latino porta alle fonti della poesia e della filosofia.
Come si vede, le motivazioni sono un po’ ripetitive (dieci sembra essere una buona cifra tonda) e sono riassumibili in alcune linee: l’utilità pratica per l’apprendimento linguistico; l’imparare a ragionare; le radici dell’Europa; l’incontro con testi poetici e filosofici. Tutte queste linee sono sicuramente condivisibili, anche se le prime due, le più tradizionali nella propaganda pro-latino anche da noi, ci sembrano un po’ forzate e strumentali. Quanto alle altre due, sarebbe auspicabile che si prendesse in considerazione anche il greco, che come fonte di poesia e filosofia è certo più accreditato.
Comunque un’opera interessante per la conoscenza di situazioni e idee al di fuori dell’Italia.
Tore Janson, Varför latin?, pag. 94, Pocketbiblioteket, SNS Förlag, Stockholm
Anche in Svezia la questione del latino e l'importanza della sua presenza è oggetto di discussione. Ricordiamo che in Svezia ha operato una scuola filologica di altissimo valore che ha prodotto opere di grande importanza. Il presente volumetto traccia un quadro dell'importanza del latino, sia dal punto di vista linguistico sia dal punto di vista culturale. Il libro si articola in quattro capitoli fondamentali:
Il Latino nell'Europa e nel mondo;
Latino, chiesa e insegnamento;
Il Latino nell'antichità;
Il latino nel futuro.
Il primo capitolo ha un'impostazione soprattutto linguistica, e mira a rilevare quanti aspetti del latino siano presenti in svedese, sia di provenienza diretta sia di provenienza mediata attraverso l'inglese (pag. 18 Il latino nell'inglese e dall'inglese) sia attraverso le altre lingue romanze (pag. 25 Il latino e le altre lingue romanze) con una breve conclusione sull'importanza del latino nella formazione del lessico intellettuale che oggi si usa. Il secondo capitolo discute l'importanza del latino e la sua penetrazione in molti stati europei anche attraverso la presenza della Chiesa cattolica, e si sottolinea l'apporto del latino ecclesiastico all'epoca dell'impero e poi nell'epoca medievale. Nei capitoli finali si esaminano i rapporti fra greco e latino e l'apporto del greco nella formazione del latino come lingua di cultura. Alle pag. 64 ss. viene studiato il rapporto fra latino e istituzioni, e il rapporto fra latino, greco e scuole nell'Europa non solamente antica. In sostanza, il latino non è visto solamente come lingua che è stato strumento di una storia letteraria che pure ha prodotto alcuni monumenti di valore fondamentale nella storia della cultura, ma soprattutto come strumento di una civiltà che ha dato un impulso decisivo alla formazione della cultura europea che, pur differenziandosi sensibilmente come organizzazione concreta, riconosce (o dovrebbe riconoscere) nella cultura latina i principi a cui ispirarsi. Chiude il volumetto una piccola appendice (pag. 85 ss.) che enumera una serie di parole svedesi la cui origine è da individuare nel latino e nel greco. L'autore, Tore Janson, è presentato sul quarto di copertina come professore emerito di latino e di lingue africane. Aggiungiamo che nel 2004 aveva dedicato al latino un libro di cui esiste anche la traduzione inglese, A Natural History of Latin.
M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011
Nel suo recente saggio Not
for Profit. Why Democracy needs the Humanities, Princeton 2010, edito da il
Mulino nel 2011 nella traduzione di Rinaldo Falcioni, Martha Nussbaum si
interroga ancora una volta sul valore dell'educazione umanistica.
Di rilevante interesse è che la domanda sorge proprio a partire dalla crisi
economica globale nella quale ci troviamo, che diffusamente e rapidamente si sta
trasformando nella crisi delle democrazie occidentali. La questione dunque
prende vigore dall'emergenza dell'attualità e l'autrice in un saggio breve e
denso mostra come l'educazione umanistica contenga gli strumenti per reagire
alla negatività del momento e agire per rivitalizzare la democrazia nelle nostre
società globalizzate.
Fatta una particolareggiata analisi dei comportamenti anti-morali nell'ambito
delle società umane che facilmente assopiscono rapporti di rispetto e
reciprocità e invece diffondono rapporti di prevaricazione, l'argomento forte in
uno dei capitoli centrali del saggio è che la persona formata dal metodo del
ragionamento critico, nella cultura occidentale di origine socratica, sia
baluardo della democrazia e promotrice di sviluppo umano perché antiautoritaria
in quanto la valorizzazione del buon ragionamento la pone al riparo dall'inganno
della fama, del prestigio e del potere, dissidente per sua natura dal pensiero
omologante dei pari se ingiusto o sbagliato infine capace di umanizzare l'altro
anche se sconosciuto o diverso da sé perché nell'ambito della discussione vige
l'egualitarismo del buon ragionamento.
Un'indagine storica che a partire dal metodo socratico arriva ai maggiori
pedagogisti moderni contribuisce a dimostrare come il problema dell'educazione
sia centrale per il nostro tempo, perché le democrazie non sopravvivono senza
cittadini attenti, attivi, critici, curiosi, capaci di resistere alle pressioni
omologanti o deresponsabilizzati.
Infine la studiosa mostra come la formazione umanistica, sul piano teorico messa
in discussione dal modello dell'utile e del profitto, sia anche minacciata
concretamente dai provvedimenti che la crisi economica impone, non solo per le
limitazione esterne, che consistono per lo più in una drastica diminuzione dei
finanziamenti e nei tagli conseguenti, ma anche dalle limitazioni interne, che
costringono i docenti e dirigenti, costretti a tamponare le falle, a lavorare
velocemente e male.
Un saggio in sintesi che, per echeggiare la citazione di J. Dewey riportata in
calce al testo, collega solidamente l'impegno nell'educazione improntata sulla
cultura umanistica alla promessa di una vita ricca di significato.
Giovanni Alberto Cecconi, La città e l'impero. Una storia del mondo romano dalle origini a Teodosio il Grande, pag. 478, ed. Carocci, Roma, I ediz. ottobre 2009
E' recensito nelle Segnalazioni. Vai qui.
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