"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

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Questa sottosezione contiene segnalazione di libri e testi sul mondo classico recentemente apparsi o testi noti ridivenuti recentemente oggetto di dibattito e discussione. Le segnalazioni vengono mantenute in questa pagina per un periodo di alcuni mesi, per poi essere spostate alla pagina Recensioni (o eventualmente riprese in forma più ampia e dettagliata sulla Rivista).

Ringraziamo sia le case editrici che vorranno mettere a disposizione i loro testi sia i lettori che invieranno segnalazioni o schede di testi recensiti o da recensire.

R. Levrero, Sibilla, che cosa vuoi?  La divinazione nel mondo greco e romano, ed. Ananke, Torino 2008

AA. VV., Riflessi di un’antica fonte – Esperienze di traduzione dalla poesia greca e latina, a cura di P. Ferrari, Quaderni Diesse Lombardia, 2008

Benedetto XVI, Paolo l’apostolo delle genti, Lev (Libreria editrice Vaticana) - Edizioni S. Paolo, 2008

M. Meschini-R. Persico, I giorni della storia, 1. Dalla preistoria all’impero romano, 2. Dal III secolo d.C. al Trecento, pagg. 503 e 536, Archimede edizioni, 2008.

 

Friedrich Maier, Warum Latein? Zehn gute Gründe,  ed. Reclam, Stuttgart 2008

 

Tore Janson, Varför latin?, pag. 94, Pocketbiblioteket, SNS Förlag, Stockholm

 

M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011

Giovanni Alberto Cecconi, La città e l'impero. Una storia del mondo romano dalle origini a Teodosio il Grande, pag. 478, ed. Carocci, Roma, I ediz. ottobre 2009

Pietro Rapezzi, Marco Valerio Marziale. Temi e forme degli Epigrammi, pag. 144, Edizioni Helikon, Arezzo, novembre 2008

 

A. Muni, Cose che gli insegnanti non dicono – come i bambini imparano e costruiscono la propria storia, Armando ed., 2009

M. Martin, Posidonio d’Apamea e i Celti, Un viaggiatore greco in Gallia prima di Cesare, pp. 504, Aracne, Roma, ottobre 2011

Massimo Rossi, Scientia litterarum. Storia, autori, generi. Loffredo Editore, Napoli 2009

 

Andrea Muni, Legge e libertà. La filosofia dell’educazione in Edda Ducci (Tesi di Dottorato, Pontificia Università “Antonianum” in Roma, Facoltà di Filosofia, settembre 2012)

 

L’editto di Costantino a cura di Paolo Scaglietti, edizione La Vita Felice, Milano 2013.


Sergio Russo, Quando il mare profuma d'ambrosia, Roma, Aracne, 2017

 


 

R. Levrero, Sibilla, che cosa vuoi? La divinazione nel mondo greco e romano, ed. Ananke, Torino 2008

L’autrice, che finora si è occupata soprattutto dell’Africa antica e dell’Egitto, compone un agile libretto sulla divinazione antica, soprattutto di Greci e Romani, come dice il sottotitolo, ma con una breve introduzione sui popoli orientali e naturalmente un preciso riferimento agli Etruschi. La mantica viene osservata nei suoi vari aspetti, dall’interpretazione del termine alle diverse modalità di divinazione, agli oracoli sedi, responsi, sviluppo e decadenza. L’esposizione si basa su fonti citate ampiamente in traduzione ed è corredata da foto di siti archeologici (l’autrice è laureata in archeologia), piantine e cartine. Le note, ben informate, si riferiscono a diversi settori dello studio dell’antico, rivelando quindi un buono spettro di studi preparatori. L’impostazione è divulgativa, per non specialisti ma comunque per un pubblico di buona cultura. L’unico neo è costituito dalle citazioni in greco, molto carenti quanto a spiriti e accenti. Se vi sono queste difficoltà, sarebbe più opportuno traslitterare.

AA. VV., Riflessi di un’antica fonte – Esperienze di traduzione dalla poesia greca e latina, a cura di P. Ferrari, Quaderni Diesse Lombardia, 2008

La curatrice è un’insegnante di latino e greco in un liceo classico dell’Hinterland milanese. Racconta nella prefazione di aver attuato con sei alunni della sua seconda una serie di incontri pomeridiani in cui li invitava a misurarsi con la traduzione di testi poetici latini e greci. I testi scelti, appartenenti alla lirica latina dell’età classica e alla poesia epigrammatica ellenistico/romana, sono accomunati dall’idea di poesia eternatrice: si tratta di Callimaco, AP VII, 80, AP VII, 459; Posidippo 122 AB; Meleagro, AP VII,476; Catullo, 51, 72, 96; Orazio, Odi I, 22, III, 13; Marziale V, 10.

I testi sono stati tradotti da ciascuno dei ragazzi, e completati con un titolo e con note che danno ragione delle scelte stilistiche e lessicali. Così per ciascun testo possiamo confrontare sei diverse traduzioni a cui i diversi titoli conferiscono anche differenti sfumature. Ad esempio questi i titoli per Callimaco AP VII, 80 (l’epitafio di Eraclito):

Volo al tramonto

Canti d’usignolo

Il ladrone

La morte di Eraclito

Perdurare di un’amicizia

Il tramonto

Ci sembra che l’iniziativa didattica sia molto interessante. E’ esperienza comune la difficoltà di far comprendere ai ragazzi la differenza fra la lettura e comprensione di un testo in tutti i suoi aspetti e la trasposizione in altra lingua: far comprendere cioè che la traduzione è altro rispetto alla comprensione (per le lingue moderne non è neppure una della quattro abilità): richiede la perfetta (per così dire) conoscenza di due lingue, ma anche gusto, finezza e un certo grado di libertà espressiva, tale però da non prevaricare sull’autore, ma da accostarlo con rispetto. Quest’opera è quindi un buon esempio di lavoro culturale e mostra negli studenti un buon livello di maturità. 

 

Benedetto XVI, Paolo l’apostolo delle genti, Lev (Libreria editrice Vaticana) - Edizioni S.Paolo, 2008

In occasione del bimillenario di S.Paolo (la cui nascita è fissata dagli storici fra il 7 e il 10 dell’era cristiana) il S. Padre ha bandito l’anno paolino, dai vesperi della festa dei SS. Pietro e Paolo del 2008 alla successiva festa del 2009. Naturalmente questo grande periodo di riflessione e preghiera dedicato all’Apostolo delle genti ha suscitato anche una serie di iniziative editoriali. Presentiamo qui un breve testo, che raccoglie diversi interventi di Benedetto XVI già pubblicati in altre occasioni, ma qui opportunamente ripresi e resi disponibili.

Come Premessa troviamo l’Annuncio dell’anno paolino, cioè il discorso pronunciato ai Vespri del 28/6/08 dal S. Padre nella basilica romana di S. Paolo Fuori le Mura. Fondamentale in questo annuncio è l’affermazione del legame fra Pietro e Paolo, costruttori entrambi della Chiesa seppure con compiti e storie diversi; legame particolarmente evidente a Roma, dove furono entrambi martirizzati, tanto che il Papa li considera i veri fondatori di Roma, gli iniziatori della nuova città.

Il primo capitolo, Paolo di Tarso, è quello più direttamente legato al tema: tratto dal volume Gli apostoli e i primi discepoli di Cristo (Lev 2007), che a sua volta raccoglieva una serie di omelie catechetiche, costituiva appunto la parte dedicata all’Apostolo delle genti. Benedetto XVI vi tratteggia la vita di Paolo, la sua formazione, lo zelo nella persecuzione della Chiesa nascente, l’incontro sulla via per Damasco, l’apostolato, il martirio, le idee portanti del suo annuncio: la centralità di Cristo, l’azione dello Spirito, la Chiesa come “corpo di Cristo”.

Il secondo capitolo, Paolo e l’unità dei cristiani, raccoglie tre omelie pronunciate dal Papa in diverse occasioni e pubblicate nella serie vaticana Insegnamenti di Benedetto XVI, vol. I e II. Le tre parti che lo costituiscono riecheggiano le tre differenti circostanze: l’inizio del Pontificato, con l’urgenza di “ripartire da Cristo” per un’evangelizzazione “a gloria del Suo nome”; la festa dei SS Pietro e Paolo del 2005, con una particolare insistenza sulla cattolicità, cioè l’universalità, della Chiesa; la festa della Conversione di S.Paolo, coincidente con la fine della settimana dedicata all’unità dei cristiani e con l’uscita dell’enciclica Deus Caritas est: il Papa lega fra loro queste circostanze col tema fondamentale dell’amore.

Il terzo capitolo, Ebrei e cristiani un’unica alleanza, è tratto da Molte religioni un’unica alleanza, edito in seconda edizione dalla San Paolo nel 2007. E’ il capitolo più lungo e più complesso. Il tema fondamentale è quello del termine e concetto di “alleanza”: partendo da un’analisi linguistica e semantica della parola nell’Antico Testamento in lingua ebraica (berit) e della sua traduzione greca nei Settanta (diatheke, non syntheke o spondé), il Papa rileva che non è un patto simmetrico, “un contratto che impegna a un rapporto di reciprocità, ma un dono, un atto creativo dell’amore di Dio”; nel dono, tuttavia, nell’amore sponsale fra Dio e il suo popolo, si realizza un nuovo tipo di reciprocità: si supera così, già nell’Antica Alleanza, quell’impossibilità di relazione che le filosofie pagane mettevano in conseguenza della perfezione di Dio.

Ci permettiamo di osservare qui come questo punto ci sembra particolarmente interessante per il nostro studio del mondo pagano: come abbiamo più volte rilevato (ed è una chiave di lettura della nostra mostra Cercandolo come a tentoni, del Meeting 2002), la tensione alla perfezione di Dio finisce per portare il paganesimo ad una solitudine dell’uomo, chiudendo ogni tipo di rapporto che altre intuizioni religiose pur limitate e precarie (l’antropomorfismo, la preghiera, gli oracoli, i misteri…) avevano tentato di individuare, avevano espresso come speranza o desiderio. Certo, solo la Rivelazione di Dio come amore trinitario e come sovrabbondanza di amore per l’uomo poteva rispondere a questo desiderio e superare ogni antinomia.

Il Papa prosegue poi con un’indagine dell’idea di alleanza nelle lettere di Paolo: al di là della rigida distinzione fra l’Antica e la Nuova, Paolo vede nell’alleanza di Dio con Abramo quella fondamentale e permanente, in quella con Mosè uno stadio intermedio del piano di Dio: il velo con cui Mosè si copriva il volto cade dal cuore per opera dello Spirito, che permette quindi di vedere lo splendore interiore della Legge e interpretarla nel modo giusto. Non quindi due alleanze, ma un solo agire di Dio nella storia.

Particolare attenzione è poi rivolta alle parole di Gesù nell’Ultima cena nelle diverse redazioni dei quattro evangelisti: nella complessa analisi dei testi, del loro rapporto coi testi veterotestamentari e paolini, si mette in rilievo la continuità dell’alleanza e il suo compimento attraverso il “patto di sangue” con Gesù. L’esito, come osservato dai Padri della Chiesa, è una nuova bilateralità “che scaturisce dalla fede in Cristo come Colui che adempie le promesse, con i due concetti di incarnazione di Dio e divinizzazione dell’uomo”.

Naturalmente il tentativo di sintetizzare un libro del genere è rischioso e poco efficace. Possiamo quindi solo raccomandarne la lettura, sia a chi intende accostarsi a S. Paolo, sia a chi è interessato ad approfondire verità fondamentali della fede cristiana e della nostra storia.

 

 

M. Meschini-R. Persico, I giorni della storia, 1. Dalla preistoria all’impero romano, 2. Dal III secolo d.C. al Trecento, pagg. 503 e 536, Archimede edizioni, 2008.

E' recensito fra i libri di testo di storia. Vai qui.

 

Friedrich Maier, Warum Latein? Zehn gute Gründe,  ed. Reclam, Stuttgart 2008

L’autore, che ha già pubblicato diversi saggi sulle lingue classiche, il loro insegnamento e il loro rapporto con la cultura europea, si propone in questa breve opera di dare motivazioni per lo studio del latino.

Dopo un capitolo intitolato Was ist Latein?, in cui si fa il punto sull’importanza storica del latino nella formazione dell’Europa e sulla situazione attuale dell’insegnamento di tale disciplina in Germania, si giunge alla parte centrale del testo che riprende il titolo e affronta le dieci motivazioni per lo studio del latino. Queste motivazioni sono, nell’ordine: 

1. Il latino serve per un’approfondita conoscenza linguistica;

2. Il latino è un buon esercizio per la madrelingua (particolarmente interessante questo punto, dato che si parla di una madrelingua non neolatina.;

3. Il latino è una scuola dello spirito (con citazione da M. Lutero);

4. Il latino serve da ponte per l’apprendimento delle lingue straniere;

5. Il latino è un laboratorio di analisi per smascherare la falsa retorica;

6. Il latino ci conduce alle radici dell’Europa;

7. Il latino è il prezioso deposito dello scenario linguistico europeo;

8. Il latino è il luogo di studio per i testi fondamentali europei;

9.  Il latino è il punto d’incontro con uomini che hanno cambiato il mondo;

10. Il latino porta alle fonti della poesia e della filosofia.

Come si vede, le motivazioni sono un po’ ripetitive (dieci sembra essere una buona cifra tonda) e sono riassumibili in alcune linee: l’utilità pratica per l’apprendimento linguistico; l’imparare a ragionare; le radici dell’Europa; l’incontro con testi poetici e filosofici. Tutte queste linee sono sicuramente condivisibili, anche se le prime due, le più tradizionali nella propaganda pro-latino anche da noi,  ci sembrano un po’ forzate e strumentali. Quanto alle altre due, sarebbe auspicabile che si prendesse in considerazione anche il greco, che come fonte di poesia e filosofia è certo più accreditato.

Comunque un’opera interessante per la conoscenza di situazioni e idee al di fuori dell’Italia.

 

 

Tore Janson, Varför latin?, pag. 94, Pocketbiblioteket, SNS Förlag, Stockholm

Anche in Svezia la questione del latino e l'importanza della sua presenza è oggetto di discussione. Ricordiamo che in Svezia ha operato una scuola filologica di altissimo valore che ha prodotto opere di grande importanza. Il presente volumetto traccia un quadro dell'importanza del latino, sia dal punto di vista linguistico sia dal punto di vista culturale. Il libro si articola in quattro capitoli fondamentali:

Il Latino nell'Europa e nel mondo;

Latino, chiesa e insegnamento;

Il Latino nell'antichità;

Il latino nel futuro.

Il primo capitolo ha un'impostazione soprattutto linguistica, e mira a rilevare quanti aspetti del latino siano presenti in svedese, sia di provenienza diretta sia di provenienza mediata attraverso l'inglese (pag. 18 Il latino nell'inglese e dall'inglese) sia attraverso le altre lingue romanze (pag. 25 Il latino e le altre lingue romanze) con una breve conclusione sull'importanza del latino nella formazione del lessico intellettuale che oggi si usa. Il secondo capitolo discute l'importanza del latino e la sua penetrazione in molti stati europei anche attraverso la presenza della Chiesa cattolica, e si sottolinea l'apporto del latino ecclesiastico all'epoca dell'impero e poi nell'epoca medievale. Nei capitoli finali si esaminano i rapporti fra greco e latino e l'apporto del greco nella formazione del latino come lingua di cultura. Alle pag. 64 ss. viene studiato il rapporto fra latino e istituzioni, e il rapporto fra latino, greco e scuole nell'Europa non solamente antica. In sostanza, il latino non è visto solamente come lingua che è stato strumento di una storia letteraria che pure ha prodotto alcuni monumenti di valore fondamentale nella storia della cultura, ma soprattutto come strumento di una civiltà che ha dato un impulso decisivo alla formazione della cultura europea che, pur differenziandosi sensibilmente come organizzazione concreta, riconosce (o dovrebbe riconoscere) nella cultura latina i principi a cui ispirarsi. Chiude il volumetto una piccola appendice (pag. 85 ss.) che enumera una serie di parole svedesi la cui origine è da individuare nel latino e nel greco. L'autore, Tore Janson, è presentato sul quarto di copertina come professore emerito di latino e di lingue africane. Aggiungiamo che nel 2004 aveva dedicato al latino un libro di cui esiste anche la traduzione inglese, A Natural History of Latin.

 

 

M. C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, il Mulino, 2011

Nel suo recente saggio Not for Profit. Why Democracy needs the Humanities, Princeton 2010, edito da il Mulino nel 2011 nella traduzione di Rinaldo Falcioni, Martha Nussbaum si interroga ancora una volta sul valore dell'educazione umanistica.
Di rilevante interesse è che la domanda sorge proprio a partire dalla crisi economica globale nella quale ci troviamo, che diffusamente e rapidamente si sta trasformando nella crisi delle democrazie occidentali. La questione dunque prende vigore dall'emergenza dell'attualità e l'autrice in un saggio breve e denso mostra come l'educazione umanistica contenga gli strumenti per reagire alla negatività del momento e agire per rivitalizzare la democrazia nelle nostre società globalizzate.
Fatta una particolareggiata analisi dei comportamenti anti-morali nell'ambito delle società umane che facilmente assopiscono rapporti di rispetto e reciprocità e invece diffondono rapporti di prevaricazione, l'argomento forte in uno dei capitoli centrali del saggio è che la persona formata dal metodo del ragionamento critico, nella cultura occidentale di origine socratica, sia baluardo della democrazia e promotrice di sviluppo umano perché antiautoritaria in quanto la valorizzazione del buon ragionamento la pone al riparo dall'inganno della fama, del prestigio e del potere, dissidente per sua natura dal pensiero omologante dei pari se ingiusto o sbagliato infine capace di umanizzare l'altro anche se sconosciuto o diverso da sé perché nell'ambito della discussione vige l'egualitarismo del buon ragionamento.

Un'indagine storica che a partire dal metodo socratico arriva ai maggiori pedagogisti moderni contribuisce a dimostrare come il problema dell'educazione sia centrale per il nostro tempo, perché le democrazie non sopravvivono senza cittadini attenti, attivi, critici, curiosi, capaci di resistere alle pressioni omologanti o deresponsabilizzati.
Infine la studiosa mostra come la formazione umanistica, sul piano teorico messa in discussione dal modello dell'utile e del profitto, sia anche minacciata concretamente dai provvedimenti che la crisi economica impone, non solo per le limitazione esterne, che consistono per lo più in una drastica diminuzione dei finanziamenti e nei tagli conseguenti, ma anche dalle limitazioni interne, che costringono i docenti e dirigenti, costretti a tamponare le falle, a lavorare velocemente e male.
Un saggio in sintesi che, per echeggiare la citazione di J. Dewey riportata in calce al testo, collega solidamente l'impegno nell'educazione improntata sulla cultura umanistica alla promessa di una vita ricca di significato.

 

M. Martin, Posidonio d’Apamea e i Celti, Un viaggiatore greco in Gallia prima di Cesare, pp. 504, Aracne, Roma, ottobre 2011

Il libro di Martin, frutto maturo di un lungo impegno e di studio appassionato a partire dagli anni del dottorato di ricerca svolto presso l’Università di Genova, si colloca al crocevia di alcune tematiche di ricerca interessanti. Innanzitutto la figura di Posidonio di Apamea, studioso di immensa erudizione e pensatore di elevata statura, che lasciò un’impronta notevole sulla cultura dei secoli successivi, ma di cui nessun’opera ci è giunta: per ciò stesso, recuperare e discernere ciò che appartiene realmente a Posidonio nei testi antichi è impresa talmente complessa, che le due principali edizioni dei suoi frammenti dell’età moderna, quella di L. Edelstein e I. G. Kidd (Cambridge University Press, 1972) e quella di W. Theiler (Berlin-New York 1982) differiscono sensibilmente già nel numero dei frammenti attribuiti al filosofo e studioso di Apamea: 293 frammenti la prima, ben 471 la seconda (il 60% in più). Per quanto appaiano lontani i tempi in cui era d’uso riportare allo studioso di Apamea molte affermazioni e teorie di filosofi dell’età imperiale (ricordiamo come esempio precipuo di questa tendenza il Nemesios von Emesa dell’esordiente W. Jaeger, che vedeva praticamente in ogni pagina del filosofo cristiano di Emesa tracce e reminiscenze del pensiero posidoniano), rimane il carattere un po’ misterioso di questa figura, le cui opere sono state inesorabilmente travolte dal procedere del tempo. La seconda strada che porta al crocevia è enunciata nella seconda parte del titolo: una grande e affascinante civiltà antica, quella dei Celti. Cesare traccia una descrizione sistematica della società e degli usi dei Celti in alcuni noti capitoli del sesto libro De bello Gallico: si tratta di un punto fermo importante, ma anche essenziale e stringato: soprattutto, come dice lo stesso Cesare, questa descrizione appartiene a un’epoca in cui la cultura e la civiltà celtica stavano vivendo un processo di decadimento: la civiltà dei Galli sta progressivamente soccombendo di fronte all’emergere sempre più prepotente  della cultura germanica (Fuit antea tempus... VI 24). La terza via, non nominata espressamente nel titolo, è quella del mondo classico. In fatti, per mettere in luce le singolarità della cultura celtica, l’autore spesso illustra in modo puntuale come era organizzata la cultura greca e quali erano i suoi tratti specifici, così da dare un pieno e puntuale risalto alle differenze che intercorrono fra la cultura classica e la cultura di questi barbari che hanno suscitato la curiosità e l’interesse di Posidonio. Si vedano per esempio i capitoli sugli usi conviviali (in particolare pp. 85 ss.), in cui l’autore enuclea alcuni caratteri essenziali del simposio greco in una carrellata che prende le mosse dai testi omerici. Una quarta strada che porta all’incrocio è quella relativa ai Cimbri. Posidonio conobbe i Cimbri, ma non percepì le sostanziali differenze che separavano questi dalle altre popolazioni celtiche. Aggiungiamo che in questa confusione poté avere un ruolo lo scarso interesse degli antichi per le lingue e quindi l’impossibilità a trarre dalla testimonianza linguistica elementi di classificazione da associare ad altri fatti connessi con le diverse abitudini e organizzazione sociale. Nella parte introduttiva dell’opera l’autore esamina sia le fonti antiche (e in particolare pre-ellenistiche) che forniscono qualche testimonianza sui Celti sia le fonti di età imperiale nelle quali si rinvengono tracce più o meno esplicite dei Celtica di Posidonio (in particolare Strabone, Plutarco, Ateneo, Diogene Laerzio e altri) sia l’uso che ne è stato fatto da parte di storici e di studiosi moderni. L’autore studia la società celtica soprattutto attraverso il filtro di Posidonio: ciò non toglie che dal libro emerga spesso una rappresentazione di grande interesse per una cultura verso la quale gli antichi percepirono un certo fascino. Le pagine sul druidismo (pp. 305 e ss.) mostrano come il pensiero e lo status sociale dei druidi costituissero elementi di rilevante interesse: Diogene Laerzio all’inizio della sua opera colloca anche i druidi tra i possibili “inventori” della filosofia. Nel contempo mostrano come l’affronto della materia da parte del Martin sia originale, raffrontando per esempio le sue pagine con quelle del libro di Zecchini (I druidi e l’opposizione celtica a Roma), che esamina piuttosto le implicanze socio-politiche della cultura druidica rispetto a quella romana. Questo fascino che gli antichi provano per la cultura celtica potrebbe nascere dalla percezione nel druidismo di una cultura che è sicuramente diversa da quella greca (o greco-romana) e che rievoca, anche nel suo tramandarsi oralmente e in cerchie ristrette, elementi di grande arcaicità e anche un po’ avvolti in un alone misterioso. Si tratta di una percezione tutt’altro che infondata. Gli studi linguistici del XX secolo hanno messo in luce con assoluta chiarezza le connessioni esistenti fra cultura celtica e cultura indiana, come aree laterali e conservative del mondo indeuropee: come anello intermedio si colloca la cultura di Roma arcaica, i cui legami col mondo celtico da una parte e col mondo indiano dall’altro sono stati rilevati da una serie poderosa di studi linguistici e storici del secolo scorso (basti il nome del re, rēx in latino, rīg- in celtico e rājan- in indiano, che nessun’altra lingua indeuropea ha conservato). Il punto nodale del libro di Martin è centrato sugli interessi etnografici degli antichi, e di Posidonio in particolare. Ciò renderebbe auspicabile in futuro (e formuliamo questa osservazione non come rilievo, ma soprattutto come augurio per l’apprezzato studioso) un approfondimento delle tematiche trattate in questo libro per allargare l’orizzonte della ricerca ad altri aspetti della cultura celtica, facendo ricorso anche a dati estranei agli autori classici (la linguistica, per esempio, alla quale non si ha nessun rimando nell’ampia bibliografia finale, o la toponomastica).La lettura di questo volume non è destinato solamente agli specialisti stricto sensu: il linguaggio è sempre accessibile e la lettura del testo, pur nella trama complessa di riferimenti a testi e fonti antiche, è gradevole (il che, ci sia concesso di dirlo, è un grande merito che ci sembra giusto sottolineare, nel panorama di testi scritti spesso in linguaggio esoterico e inaccessibile che sempre più spesso provengono dal mondo universitario). L’opera si presta anche a una utilizzazione didattica nelle classi liceali, dove potrebbe stimolare l’interesse di docenti e discenti a condurli anche a vedere nel mondo antico un crogiolo di culture differenti che interagiscono fra di loro e nel contempo a precisare meglio contorni e peculiarità del mondo classico rispetto ad altre modalità di organizzazione sociale e culturale sia antiche sia moderne.

 


Giovanni Alberto Cecconi, La città e l'impero. Una storia del mondo romano dalle origini a Teodosio il Grande, pag. 478, ed. Carocci, Roma, I ediz. ottobre 2009

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Andrea Muni, Legge e libertà. La filosofia dell’educazione in Edda Ducci (Tesi di Dottorato, Pontificia Università “Antonianum” in Roma, Facoltà di Filosofia, settembre 2012)
Legge e libertà. La filosofia dell’educazione in Edda Ducci è il titolo di una Tesi di Dottorato presentata da Andrea Muni (Pontificia Università «Antonianum» in Roma, Facoltà di Filosofia, settembre 2012) che costituisce il primo studio condotto su quest’Autrice italiana.
Edda Ducci (1929-2007) è stata una delle più originali e interessanti filosofe-pedagogiste italiane del Novecento, del tutto controcorrente rispetto ad alcune tendenze culturali del secolo scorso, in larga parte focalizzate su temi, autori e testi contemporanei, su ciò che si presenta come «nuovo» o «aggiornato», mentre non di raro, di fatto, è solamente «di moda». Quest’Autrice, che ha insegnato discipline pedagogiche e filosofiche per quasi cinquant’anni nelle Università italiane (Bari, Roma-«Lumsa», Roma-«Lateranense», Roma-Tre, Roma-«La Sapienza»), ha sempre parlato ai suoi contemporanei degli antichi e ha sempre risposto alle domande dell’oggi (che, a ben vedere, sono le domande di sempre) con gli antichi. I suoi più amati auctores sono sempre stati Aristotele, Sofocle e soprattutto Platone; con l’insegnamento, le pubblicazioni e con la sua stessa vita ha saputo mostrare come questi antichi abbiano saputo approcciarsi alle grandi domande esistenziali dell’uomo con una sapienza intemporale e inattuale, cioè tale da superare le distanze del tempo e le contingenze della storia.
La tesi dottorale che ce la presenta, frutto del lavoro di tre anni di lavoro sui testi ducciani, su quelli delle sue fonti e sulla relativa letteratura critica, si compone di circa quattrocento pagine, di cui circa cento di apparati (glossario dei termini-chiave, bibliografia critica).
Nell’Introduzione, di una quindicina di pagine (pp. 2-15), vengono precisate le motivazioni del lavoro (principalmente la constatazione che ad oggi non è stato pubblicato niente su questa interessante filosofa), alcune definizioni essenziali dell’ambito della ricerca (la «legge» e la «libertà»), i metodi e le finalità seguiti (non primariamente storico-storiografici né teoretici, quanto piuttosto esistenziali, educativi, edificanti) e la struttura del testo (la suddivisione in capitoli e un cenno ai relativi contenuti).
Una lunga e impegnativa Nota biografica, di una trentina di pagine (pp. 16-44), ricostruisce, sulla base di fonti d’archivio e di testimonianze dirette di alcuni familiari, studenti e colleghi della Ducci, la sua biografia dalle origini familiari alla morte, soffermandosi anche sulla ricezione del suo pensiero da parte di alcuni allievi che se ne sono fatti interpreti e continuatori attraverso sia la docenza universitaria che le pubblicazioni.
Il primo capitolo, di una quarantina di pagine, Il pensiero della Ducci: temi, contesti e fonti (pp. 45-88), contestualizza la filosofia dell’Autrice all’interno di differenti prospettive (dei sistemi educativi e scolatici italiani ed europei, delle pedagogie e delle filosofie dell’educazione, delle filosofie tout court).
Il secondo capitolo, di un’ottantina di pagine, Le fonti antiche: Sofocle, Aristotele, Platone (pp. 89-170), che insieme al terzo dovrebbe essere il più importante di tutta la tesi, espone il contributo della Ducci allo studio di questi autori, approfondendo la sua proposta interpretativa in modo molto analitico, valutandone la validità opera per opera ed anzi passo per passo, conducendo lo studio in un costante confronto diretto con i testi originali greci nelle edizioni critiche oggi più accreditate; della mediazione ducciana vengono indicati non solo i pregi, ma anche i limiti.
Il terzo capitolo, di una settantina di pagine, Le fonti moderne: Corallo, Tincani, Rossano e Fabro (pp. 171-237), approfondisce il rapporto del pensiero ducciano con quello dei suoi principali interlocutori contemporanei, sottolineandone i tratti di continuità e di discontinuità, i motivi di convergenza e quelli di originalità. Una tesi di fondo che viene sostenuta è che la Ducci rilegge e filtra Platone e tutti i testi filosofici antichi e moderni attraverso le categorie spirituali di Santa Caterina da Siena, e che alle fonti cateriniane attinge attraverso l’importante mediazione della Tincani.
Seguono il quarto capitolo, Filosofia dell’educazione vs scienza dell’educazione (pp. 238-275), e il quinto, Orientamento filosofico della Ducci: difficoltà di definizione (pp. 276-291), che in una cinquantina di pagine approfondiscono quanto già presentato nei precedenti capitoli lasciando sullo sfondo i rapporti di derivazione-rielaborazione per farne emergere in primo piano alcuni concetti essenziali.
La lunga e densa Conclusione (pp. 292-320) in una trentina di pagine riepiloga per linee essenziali la filosofia della Ducci e, valutandone la coerenza interna, dal suo stesso interno individua dieci punti di forza ed altrettanti punti deboli, mettendo a confronto potenzialità e limiti della sua proposta filosofica. Viene sostenuto che i pregi (in particolare una ben fondata e ben orientata difesa della libertà umana, della bellezza interiore dell’anima, dell’amore trascendente e misterioso radicato nel cuore di ciascuno, ed un’apprezzabilissima proposta dell’educazione dell’interiorità e della dialogicità o relazionalità umana più autentica) superano largamente le pur chiaramente ammesse riserve, tra cui ad esempio una scelta di registro linguistico forse eccessivamente oscuro ed allusivo, una tendenza ad assolutizzare l’interiorità e a negare al di fuori dal platonismo un significativo apporto o una reale novità di altre filosofie, culture, espressioni del pensiero e realtà umane o divine (ad esempio, nella tesi si evidenzia che dalle pubblicazioni della Ducci non emerge chiaramente la radicale novità del cristianesimo, anzi per certi aspetti potrebbe sembrare risolvibile e riconducibile al platonismo in termini di progressive assimilazioni o rielaborazioni inessenziali, a meno di ipotizzare anacronistiche anticipazioni del cristianesimo da parte degli autori pagani).
Un ampio Glossario dei termini-chiave, che si estende per una trentina di pagine (pp. 321-350), mette in ordine con chiarezza e precisione di riferimenti bibliografici alcuni dei più importanti concetti ducciani (tra cui: amore, anima, ascesi, bello, benessere, Dio, grazia, libertà, mistero, sacro, scienza, storia, tecnica, uomo).
Una Bibliografia di una quarantina di pagine (pp. 351-386) riporta in ordine cronologico le pubblicazioni della Ducci, suddivise per tipologia (monografie - curatele - articoli in volume - articoli in rivista - traduzioni - saggi ad uso interno), nonché, uno ad uno, gli autori-fonti (Sofocle, Aristotele, Platone, Corallo, Tincani, Rossano, Fabro, Kierkegaard, Ebner, S. Caterina da Siena) e la relativa letteratura critica consultata.
Un Indice molto dettagliato si colloca nelle ultime pagine del volume (pp. 387-391).
Il centro concettuale della filosofia ducciana, nell’interpretazione proposta dalla tesi, è da individuare nei temi platonici dell’anthropine sophia, dell’homoiosis theo e della methexis, sui quali l’Autrice innesta una filosofia della philia e dell’eros mutuata prevalentemente dalle Etiche di Aristotele e una filosofia educativa o edificante della tragicità della condizione esistenziale umana riproposta attraverso alcuni testi di Sofocle, in particolare l’Antigone.


L’editto di Costantino a cura di Paolo Scaglietti, edizione La Vita Felice, Milano 2013.

Nel panorama variegato degli interventi e delle pubblicazioni in occasione dell’anno costantiniano, vorrei segnalare il piccolo e grazioso volume uscito lo scorso marzo L’editto di Costantino a cura di Paolo Scaglietti, edizione La Vita Felice, Milano 2013.
Il volume pubblica la traduzione con testo a fronte dei passi di Lattanzio e Eusebio di Cesarea che ricostruiscono il testo dell’accordo di Milano fra  Costantino e Licinio (Lattanzio De mortibus persecutorum XLVIII, 2-12; Eusebio Ekklesiastiké Historia X.5.1-14) e il testo, sempre con la traduzione a fronte, dell’Editto di Tessalonica (Corpus Theodosianum, XVI.1.2).
L’elemento più interessante e che impreziosisce il testo mi pare tuttavia la postfazione di Massimo Maraviglia che, col tratto più del filosofo della politica che dello storico, affronta la questione se il cosiddetto editto di Milano sia stato o meno una decisione imperiale per la libertà religiosa.
Prima considerazione importante: per noi contemporanei la libertà religiosa prevede uno Stato neutrale rispetto alle diverse confessioni e in molti casi uno Stato che “ tollera la presenza al suo interno di residui religiosi a patto che non disturbino il manovratore” (pag. 55). Invece la logica in cui fin dagli inizi si muove la religione romana è quella della sua valenza politica: alla potenza divina, concepita come numen, consegue un culto ove l’azione magica del rito costringe il dio a servire la volontà umana.
Nel permanere di questa concezione Costantino che novità apporta?
L’accordo stretto a Milano con il pagano Licinio fa emergere una posizione di libertà religiosa che, alla luce di quello che avviene in seguito sembra più un momento di passaggio per conciliare il collega pagano che una nuova prospettiva.
Maraviglia infatti pone all’attenzione del lettore  una serie di atti di Costantino posteriori al 313, orientati in senso sempre più cristiano, cioè verso un dio sempre più preciso che l’imperatore sceglie per sé e il suo impero.
La svolta di Costantino dunque per l’autore, sta più nell’operazione di innovare con il monoteismo cristiano i contenuti tradizionali del rapporto dell’impero con il divino, che nella promozione della libertà religiosa così come la intendiamo noi moderni.
Ugualmente la portata delle conseguenze di questa svolta fu notevole.
Con acutezza Maraviglia rileva che l’operazione costantiniana di rendere il cristianesimo organico all’impero si scontra con due elementi di questa nuova religione irriducibili alla prassi politica: la dimensione individuale, inaccessibile allo stato e la dimensione escatologica che implica la relativizzazione di ogni regno umano.
Tuttavia proprio la conseguente assunzione sistematica, anche se non pacifica, entro l’impero di una religione dell’interiorità e di una religione escatologica segna la novità della svolta di costantiniana.
Da qui avrà inizio la storia della teologia politica, “che è la storia di tutti quei tentativi di porre in Dio la ragione ultima della praxis politica e di vedere la praxis orientata e giustificata da Dio, una storia di tentativi la cui aporeticità si manifesta sin dall’inizio”.
L’editto di Milano dunque è stato questo inizio.
Olivia Merli

Sergio Russo, Quando il mare profuma d'ambrosia, Roma, Aracne, 2017

CopertinaIl mare profuma di ambrosia, il cibo incorruttibile degli immortali. Dal mare nasce Afrodite, madre di Armonia, sul mare scivola la flotta di Cadmo, che alla signora di Cipro, mediante sua figlia, lega il proprio nome, sancendo un patto di rispetto e fedeltà attraverso giuste nozze. Nascono quattro fanciulle e un bambino. Se glorioso fu il matrimonio di Cadmo e Armonia, drammatica, al contrario, fu la sorte della prole. Le figlie di Cadmo sperimentano la potenza del dolore su di loro e sui loro cari, mentre Polidoro subisce l’ignominia dell’esilio. A un’esistenza terrena segnata dalla sofferenza, però, corrisponde la beatitudine dell’apoteosi, guadagnata a caro prezzo. Ino la ottiene dopo un gesto estremo: lanciandosi da una rupe insieme al piccolo Melicerte, alla ricerca della morte tra le scogliere. Accolta dalle Nereidi, Ino diventa Leucotea, la dea bianca invocata dai marinai che in lei ripongono le speranze del ritorno a casa. Anche Melicerte viene innalzato alla condizione divina: assunto il nuovo nome di Palemone, guida gli equipaggi e le imbarcazioni. L’opera ripercorre la storia di queste divinità vitali nella ritualità greca, italica e orientale.




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