IDOMENEO
La vicenda scenica
Nell’epica omerica re di Creta è Idomeneo, nipote di Minosse
e discendente quindi da Zeus, come si vanta lui stesso in uno scontro verbale
con Deifobo. Benché sia più anziano degli altri combattenti, con le tempie ormai
grigie, non ha un semplice ruolo di consigliere come Nestore, ma guida
l’esercito proveniente dalle cento città dell’isola e la flotta di ottanta navi,
uno dei più numerosi contingenti nazionali. Quando si prepara il duello fra
Menelao e Paride, e Elena sulle mura indica i capi greci a Priamo, dopo
Agamennone, Odisseo e Aiace Telamonio viene presentato il solo Idomeneo, su
iniziativa della stessa Elena che non attende la domanda del re troiano per
parlarne: è alto, simile a un dio e a lei ben noto, perché ospite caro di
Menelao. Sempre lo accompagna, in un ruolo subalterno ma di responsabilità
attiva, l’ardito e impetuoso Merione: e dopo l’undicesimo libro, in cui escono
di scena a causa delle ferite Agamennone, Diomede e Odisseo, il compito di
reggere la situazione ormai precaria riposa, oltre che sugli Aiaci (Menelao è
sempre in qualche modo protetto), proprio su Idomeneo e sul gruppo di giovani di
cui fa parte Merione insieme a Teucro, ai figli di Nestore e alcuni altri: sono
loro gli artefici della resistenza all’assalto troiano nella lunga battaglia di
un giorno che si compirà solo con l’intervento di Patroclo e la sua morte. Dopo
il ritorno di Achille e la ricomparsa degli altri personaggi più di rilievo il
ruolo di Idomeneo diviene minore: è fra i vecchi amici invitati da Agamennone a
banchetto per consolare Achille, elencato con anziani come Nestore e il
precettore Fenice; nei giochi funebri assiste soltanto, spettatore peraltro
piuttosto litigioso, mentre uno dei protagonisti più attivi è Merione
arditamente in gara con giovani e adulti.
Terminata la guerra di Troia, il ritorno in patria di Idomeneo viene raccontato
con varianti assai diverse. Nell’Odissea il racconto del ritorno dei
reduci è effettuato da Nestore a Telemaco, che si è recato a Pilo per avere
notizie del padre: l’anziano amico è al corrente delle traversie solo di alcuni
compagni, perché la flotta greca si è ad un certo punto divisa: fra quelli
giunti sani e salvi in patria viene ricordato proprio Idomeneo, con tutte le sue
navi e i suoi uomini. Ma Virgilio conosce una variante differente. Quando a Delo
Anchise interpreta l’oracolo di Apollo come un invito a recarsi a Creta, patria
dell’antenato Teucro, è necessario accertarsi che l’isola sia libera da nemici,
e colonizzabile dunque dagli esuli troiani: importante è perciò la notizia che
Idomeneo, rientrato in patria, ne è stato scacciato, lasciando disponibile la
terra per uno stanziamento straniero. Virgilio non si sofferma particolarmente
né sulle motivazioni della cacciata del re né sul fatto che, espulso il re,
l’isola intera (cento città e una flotta di ottanta navi!) risulti disabitata:
chiaramente vuole soltanto giustificare la sosta a Creta degli Eneadi. Della
sorte successiva di Idomeneo si parla poco oltre, nel minuzioso programma di
viaggio che Eleno preparerà per gli amici: l’esule abita nella penisola
salentina, stanziatosi quindi in Italia come altri reduci greci, ad esempio
Filottete; e Diomede, nel messaggio al re Latino in cui rifiuta di combattere
ancora contro i Troiani e il destino, ricorda la sventura della famiglia di
Idomeneo, versos penates. Il commentatore dell’Eneide, Servio, così
spiega la vicenda: durante il ritorno in patria Idomeneo viene sorpreso da una
tempesta e promette in voto di sacrificare la prima persona che gli venga
incontro in patria; salvatosi, incontra il figlio e con grande dolore si accinge
a sacrificarlo, ma il sorgere di una pestilenza lo ferma e lo spinge all’esilio.
Altre fonti mitografiche riportano varianti: non incontra il figlio ma la
figlia; il sacrificio si compie, ma l’esilio è voluto dal popolo indignato per
la terribile azione. Altre fonti mutano del tutto la vicenda, inserendola nella
saga di Nauplio, il cupo vendicatore del figlio Palamede: giunto a Creta durante
la guerra di Troia, fa in modo che la moglie di Idomeneo, Meda, sia sedotta da
Lico che poi la uccide spietatamente insieme con la figlia e s’impadronisce
dell’isola; Idomeneo a sua volta sopraggiunge a cose fatte e deve fuggire da
Creta.
E’ evidente che la prima serie di varianti, incentrate comunque sul tema della
promessa al dio, appartiene ad una tipologia molto diffusa, qualificata da Aarne
e Thompson come “voto del reduce” (con la sigla S 241), cui risale anche la
vicenda biblica della figlia di Iefte; più in generale rientra nel tipo del
sacrificio rituale di un figlio, sempre ambiguo sia nella valutazione sia
nell’esito (esempi più importanti Isacco e Ifigenia). La seconda ha invece
un’origine storica legata a vicende politiche e dinastiche, oltre all’aggancio
un po’ marginale col più complesso mito di Palamede/Nauplio.
Il libretto che Giambattista Varesco trasse per Mozart da quello francese di
Antoine Danchet, musicato nel 1712 da André Campra, risulta una rielaborazione
della variante “voto del reduce” (nota). Varesco trasformò il modello francese
concludendolo con un lieto fine e rimaneggiò più volte il testo su richiesta di
Mozart, riducendolo di molto; un ulteriore rimaneggiamento si ebbe, rispetto
alla prima rappresentazione del 1781 a Monaco, nella ripresa dell’opera in forma
privata a Vienna cinque anni più tardi. Ci è quindi assai difficile, come spesso
avviene coi libretti d’opera, considerare una redazione come “autentica”. Ci
accontentiamo quindi di considerare la trama a grandi linee.
L’influenza del teatro francese, e in genere del teatro tragico europeo del
Sei-Settecento è evidentissima: sono presenti le tre componenti fondamentali, la
rivalità d’amore, il contrasto amore/dovere, la questione dinastica, tanto che
il nucleo drammatico centrale appare un po’ appannato. A Creta vivono il
principe Idamante, figlio di Idomeneo, l’argiva Elettra esule dalla patria dopo
il matricidio compiuto da Oreste e, in un folto gruppo di prigionieri troiani,
Ilia, figlia di Priamo. Ilia è innamorata di Idamante ma teme che l’amato voglia
sposare Elettra, principessa della sua stirpe; inoltre è lacerata dal timore di
tradire il ricordo dei suoi unendosi ad un nemico. Anche Elettra, personaggio
fosco e vendicativo, è innamorata di Idamante, tanto da reagire con violenza
quando apprende che il principe ha deciso di por fine alle inimicizie e liberare
tutti i prigionieri. In realtà Idamante ama Ilia, e le si dichiara non riuscendo
però a vincerne gli scrupoli patriottici. La falsa notizia della morte in un
naufragio di Idomeneo spinge Idamante alla riva del mare: qui lo incontra
Idomeneo, che si è salvato dopo aver fatto la nota promessa a Nettuno. I due non
si riconoscono: Idomeneo è solo pietosamente rattristato all’idea di dover
uccidere il giovane, per cui prova un’istintiva simpatia. Quando però avviene il
riconoscimento è preso da disperazione. Incontrando Ilia, le riconferma la
liberazione promessa da Idamante, ma è anche offeso dall’evidente legame d’amore
che c’è fra lei e il figlio, tanto da convincersi che vada punito come colpa e
giustifichi quindi il sacrificio. Tuttavia, con un rapido cambiamento, decide di
lasciar fuggire Idamante mandandolo in Grecia con Elettra, a dar prova di sé e
far tirocinio di sovrano: il figlio sta per partire a malincuore con la compagna
esultante, quando dal mare esce un orribile mostro che fa strage degli abitanti.
La partenza è interrotta, e Idamante, che ancora non sa del voto, si sfoga con
Ilia per l’incomprensibile freddezza del padre; Ilia lo conforta accettando
finalmente il suo amore. Ma il popolo tutto con una sommossa spinge il re a
salvare il regno dal mostro: Idomeneo deve cedere ed è assecondato dall’eroismo
del figlio, che si offre spontaneamente al sacrificio, e di Ilia, che gareggia
con l’amato offrendosi come capro espiatorio per le colpe dei suoi, invisi a
Nettuno. Infine è il dio stesso a impedire il sacrificio, imponendo soltanto che
Idomeneo abdichi in favore della giovane coppia. Mentre Elettra fugge sconvolta,
decisa a condividere l’orribile sorte del fratello (non mai chiaramente
raccontata), si festeggiano le nozze.
L'opera
Registrata nel
catalogo delle opere mozartiane al n. 366, l'Idomeneo venne rappresentato
per la prima volta a Monaco nel gennaio 1781, in occasione dei festeggiamenti
del carnevale cittadino. La stessa corte bavarese aveva commissionato a Mozart
l'opera, e alla stesura della partitura il ventiquattrenne compositore si era
accinto con particolare entusiasmo (tanto da trascurare i problemi di salute che
lo affliggevano) negli ultimi mesi del 1780. Si trattava di un incarico
particolarmente interessante per Mozart, perché gli offriva l'opportunità di
aprirsi a nuovi orizzonti e soprattutto di uscire dal gretto e ormai ostile
ambiente salisburghese. Il poco tempo a disposizione costrinse Mozart a lavorare
in stretta collaborazione col suo librettista, l'abate Giambattista Varesco
(1736- ca. 1806), che sarà accanto a Mozart anche nella successiva opera giocosa
L'oca del Cairo del 1786 (K 422). Nonostante qualche dissenso e qualche
incomprensione, il lavoro fu nel complesso positivo. Qualche difficoltà Mozart
incontrò coi cantanti che dovevano esibirsi a Monaco
(il castrato italiano Vincenzo dal Prato, a cui Mozart rimprovera scarsa
profondità, e il tenore Anton Raaff, un celebrato e anziano professionista che
nutriva qualche dubbio sulla validità del lavoro mozartiano e chiedeva
modifiche e tagli che il compositore non era disponibile ad accordargli), ma nel
complesso il lavoro procedette con lena e senza gravi inciampi.
Alla prima rappresentazione, conclusasi con un pieno successo, seguì, nel 1787, un secondo allestimento in forma di concerto a Vienna, presso il palazzo del conte di Auersperg. Alla luce di varie considerazioni (tra cui anche la minore professionalità degli interpreti), Mozart apportò alcune modifiche all'opera, soprattutto nel III atto, in cui vengono eliminati il duetto "S'io non moro" di Idamante e Ilia (sostituito col duetto "Spiegarti non poss'io", registrato al n. 489 del catalogo) e l'aria di Arbace "Se il tuo duol", sostituita con un'aria-rondò (con violino solista) di Idamante "Non temer amato bene", n. 490 del catalogo Köchel. Tra l'altro la parte di Idamante, scritta nella prima rappresentazione per soprano e affidata a un castrato, viene ora affidata a un tenore.
La prima edizione a stampa della partitura seguì a Bonn nel 1805.
Pur non essendo la
prima opera scritta da Mozart, l'Idomeneo mostra l'acquisizione da parte
del compositore di una piena maturità stilistica e prelude alle grandi opere
successive. Da un punto di vista strettamente compositivo si tratta di un'opera
eclettica: Mozart prende atto della riforma del melodramma opera dal duo
Gluck-Calzabigi, ma non si attiene del tutto ad essa. Desideroso di riscuotere
pieno successo, e preoccupato dunque in modo particolare di piacere e di trovare
un'accoglienza favorevole, Mozart, pur non venendo meno
ai suoi ideali musicali, cerca di evitare un atteggiamento eccessivamente severo
e rigido, che gli precluda una possibilità di essere compreso dal grande
pubblico. Significativo uno scambio epistolare col padre Leopold, che esorta il
figlio ad evitare una composizione troppo lontana dai gusti del pubblico ("Ti
raccomando quando lavori di non pensare solo al pubblico che si intende di
musica, ma anche a quello che non se ne intende"): la risposta di Wolgang è
pienamente condiscendente alla raccomandazione paterna ("Quanto all'elemento
cosiddetto 'popolare' non si preoccupi: nella mia opera c'è musica per tutti,
eccetto per le 'orecchie lunghe'"). Così il recitativo secco, per quanto
ridotto, non viene abbandonato del tutto, e si dà discreto spazio a cori, marce,
pantomime, balletti, secondo un ideale di grandiosità esteriore che avvicina più
Mozart alla tradizione francese che non ai severi ideali gluckiani. Anche il richiamo
all'unità d'azione che la riforma di Gluck operava viene in parte disatteso, con
l'introduzione di una vicenda secondaria (la vicenda di Elettra), che serve
solamente ad aggiungere e sovrapporre al nucleo principale della
trama il
tema della rivalità amorosa.
Nonostante questo, e
nonostante un carattere che tramezza spesso tra il tono drammatico e
il tono da opera giocosa, l'opera presenta una freschezza e un'intensità che anticipa il Mozart delle grandi opere successive (dalle tre opere
"depontiane" al Flauto Magico). Un carattere interessante è lo spazio
assunto dalle parti orchestrali: l'orchestra assume un rilievo notevole e il
compositore le dà spazio e importanza con un'attenzione persino insolita per un
melodramma, fin dall'ouverture, col suo inizio esuberante e vigoroso, che verso
la fine sembra spegnersi su sé stessa, lasciando spazio alle varie voci
dell'orchestra e proponendo accenti di maggiore tensione e gravità
; anche la marcia
che apre l'intermezzo tra il primo e secondo atto, colle sue movenze ora decise
e fortemente ritmate ora graziose e suadenti, è l'occasione per fare
un uso quanto mai vario dell'orchestra
e il successivo coro "Nettuno s'onori"
rileva una
perfetta fusione tra strumenti e voci. Si veda ancora l'introduzione dell'aria di
Ilia "Se il padre perdei" per rilevare come Mozart indulga con
compiacimento alla valorizzazione dei contrasti timbrici, col lungo e intenso dialogo tra legni e
corno
. Anche l'uso delle voci presenta un atteggiamento
generalmente sobrio e una tensione drammatica che non eccede mai nell'enfasi e
nell'artificioso, sia nelle arie dei singoli personaggi sia nelle scene
d'insieme, come il celebre quartetto del III atto tra Idomeneo, Idamante,
Elettra e Ilia "Andrò rammingo".
Nelle immagini: 1. Un recente allestimento scenico dell'Idomeneo (Würzburg, 2005); 2. Il tenore Raaff che sostenne la parte di Idomeneo nella prima rappresentazione dell'opera (da una stampa dell'epoca); 3. Ritratto di W. A. Mozart (1756-1791); 4. Biglietto d'ingresso per la prima rappresentazione dell'opera (München 1781).
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