B. Liddell Hart, A greater than Napoleon - Scipio Africanus, 1926, tr. it. Scipione Africano, Rizzoli 1987
G. Antonelli, Mitridate –il nemico mortale di Roma, 1992 Newton Compton, 2005 Il Giornale
F. Sampoli, Marc’Antonio –
l’antagonista di Ottaviano, 1989 Newton Compton, 2005 Il Giornale.
Jacques Benoist-Méchin, Cleopâtre, 1979/2010
L. Storoni Mazzolani, Tiberio o la spirale del potere – La forza irresistibile del dispotismo, Rizzoli 1981.
Anthony A. Barrett, Caligula - The corruption of Power, 1989, tr. it. Caligola - L’ambiguità di un tiranno, 1992
Charles Parain, Marc-Aurèle, 1957, tr. it. Marco Aurelio, 1986/93
L. Storoni Mazzolani, Galla Placidia, Rizzoli1975
S. Mazzarino, Stilicone, Milano, 1990

B. Liddell Hart, A greater than Napoleon - Scipio Africanus, 1926, tr. it. Scipione Africano, Rizzoli 1987
Il primo dato interessante riguarda la bibliografia dell’autore: sir Basil Liddell Hart è essenzialmente uno storico militare, autore di opere quali La prima guerra mondiale (1914-1918), Storia militare della seconda guerra mondiale, Storia di una sconfitta e L’arte della guerra nel XX secolo. Il suo accostamento ad un personaggio dell’antichità discende da questo interesse, e in effetti nell’opera trova scarso posto tutto ciò che non riguarda le campagne militari e, in subordine, le vicende politiche di Scipione: sarebbe vano cercarvi un contesto socioculturale, un quadro della vita romana del tempo o anche solo un più ampio tentativo di ricostruire in tutti i suoi aspetti il personaggio. Significativo è anche il titolo: Scipione non è tanto interessante in sé per 1’autore, ma in quanto paragonabile ai grandi generali di ogni tempo, di cui il Napoleone del titolo è solo un esempio. In effetti tutta 1’opera è fondata su questi confronti: ricorrono in ogni capitolo riferimenti a personaggi come Wellington, Federico II di Prussia, Petain, il duca di Malborough, Nivelle, Subutay, ecc. Ma soprattutto l’ultimo capitolo costituisce un vero e proprio confronto plutarchiano fra diverse “vite parallele” di ogni epoca, confronto da cui Scipione emerge come superiore, sia per capacità strategiche, sia per la sua lungimiranza nell’usare con moderazione della vittoria. Liddell Hart, a questo proposito, contesta una storiografia che ignori l’esistenza della guerra nella storia per un preteso e ascientifico pacifismo: “L’alta strategia di Scipione... è un cartello segnaletico che indica il vero cammino che deve seguire lo studio della storia. Scipione era in grado di infliggere disfatte militari con efficacia e brillantezza pari a quella di tutti gli altri grandi comandanti, ma egli era anche in grado di vedere il vero obiettivo posto al di là della vittoria sul campo. Il suo genio gli rivelò che la pace e la guerra sono le due ruote su cui il mondo gira, ed egli fornì un asse centrale che collegasse e controllasse queste due ruote” (ed. it. pag. 243).
L’opera segue minutamente Polibio e Livio, di cui sono riportati ampi stralci, generalmente senza l’indicazione dell’autore, salvo che vi sia difformità fra i due storici. I curatori dell’edizione italiana hanno aggiunto un corpo di note che riporta l’’indicazione di tutti i passi citati e gli opportuni riferimenti storici antichi e moderni, che evidentemente l’autore dava per scontati presso i propri lettori.
In appendice sono riportati inoltre i capp. 6-8 del libro XV di Polibio, con i due discorsi di Annibale e Scipione prima della battaglia di Zama.
Nel complesso non si tratta di un’opera di facile lettura, dato il taglio tecnico-strategico: chi non abbia un particolare interesse militare sarà sicuramente più colpito dalle considerazioni del1’autore riguardo all’uso della vittoria che Scipione seppe fare, pur di fronte all’ostilità di un’opinione pubblica e soprattutto di una classe politica ansiosa di schiacciare completamente i vinti: caratteristica del personaggio che, come si è visto, Liddel Hart considera esemplare nei confronti dei vincitori e dei vinti di ogni epoca.
Lo sviluppo narrativo è piuttosto pesante, tanto da far rimpiangere la lettura diretta (anche in traduzione) delle fonti antiche.
G. Antonelli, Mitridate –il nemico mortale di Roma, 1992 Newton Compton, 2005 Il Giornale
La Biblioteca Storica de Il Giornale, con un’ampia serie di 50 titoli, si è occupata del mondo grecoromano, con particolare attenzione alle biografie. A questo scopo ha utilizzato sia testi ormai classici di grandi studiosi, sia opere composte da autori italiani, di taglio più giornalistico, come questa che presentiamo.
L’autore affronta la biografia del re del Ponto con un linguaggio giornalistico che strizza l’occhio all’attualità e al parlare quotidiano. Le due pagine fitte di bibliografia antica e moderna non sono mai richiamate nel corso del testo, in cui le fonti sono solo citate genericamente come “fonti”, senza distinguere né discutere.
L’apparato iconografico è tipico della collana: immagini in grigio non tutte pertinenti, cartine quasi illeggibili, soprattutto se stampate su due pagine con la piegatura che ne elimina una parte. L’interesse per il lettore di media preparazione sta nell’argomento: un personaggio visto in un modo inusuale, lasciando ai margini la storia romana dell’epoca: l’esito è suggestivo, anche per la visione nel complesso equilibrata del “nemico di Roma”.

F. Sampoli, Marc’Antonio – l’antagonista di Ottaviano, 1989 Newton Compton, 2005 Il Giornale.
Anch’essa appartenente alla collana de Il Giornale, di cui ha costituito l’ultimo titolo, questa biografia è definita dall’amplissimo sottotitolo: La vita, le battaglie, le lotte per la conquista del potere, l’amore travolgente per Cleopatra che ne segnò la tragica fine, nella vicenda di un condottiero avventuroso, di un uomo impulsivo e generoso a cui la storia non ha reso giustizia. L’intento è chiaramente romanzesco-agiografico, con uno sbilanciamento a favore del personaggio e una visione fondamentalmente negativa degli avversari. Il contesto è peraltro un resoconto della storia romana da Mario e Silla ad Azio, parte della quale risulta un po’ superflua.
L’aspetto positivo dell’opera è il frequente riferimento alle fonti citate puntualmente (Appiano, Cassio Dione, Floro, Plutarco) e i molti passi di Cicerone (dall’epistolario e dalle Filippiche) riportati in traduzione. Non mancano anche alcuni spunti di critica storica.

Jacques Benoist-Méchin, Cleopâtre, 1979/2010
Con una scrittura spigliata e accattivante, l’autore racconta la storia delle guerre civili ed esterne della II metà del I secolo a.C., con largo spazio ammirato per le imprese di Cesare e interesse più limitato per Antonio e Ottaviano (sempre Ottavio nel testo). Fra i tre si colloca il sogno di Cleopatra, la creazione di una grande monarchia che unifichi occidente e oriente, fino alla conquista dell’altopiano iranico ed oltre: la potenza romana e la grandezza visionaria di Alessandro.
Il libro si legge volentieri, si impara o si reimpara anche più di un evento o un collegamento. Il limite è l’approssimazione delle citazioni e dei riferimenti in nota, con errori vistosi (ad esempio l’attribuzione a Livio del De viris illustribus di Aurelio Vittore).

L. Storoni Mazzolani, Tiberio o la spirale del potere – La forza irresistibile del dispotismo, Rizzoli 1981.
L’autrice ha spaziato in molti ambiti e periodi del mondo antico, pagano e cristiano, oltre a distinguersi come traduttrice (sua è la traduzione italiana delle Memorie di Adriano). In questa biografia di Tiberio affronta con competenza la vicenda del secondo imperatore di Roma, valendosi delle fonti antiche (sempre puntualmente citate e riportate o parafrasate) e di una vastissima bibliografia. La tesi di fondo è già implicita in titolo e sottotitolo: il potere corrompe, la negatività è inevitabile nell’impero stesso. Tutto lo sforzo dell’autrice di rivalutare la personalità di Tiberio è legata all’idea della sua impossibilità di operare positivamente, di una sua tendenza repubblicana frustrata e incattivita. In quest’ottica tutta la vicenda imperiale è letta in modo fortemente negativo, e ne fanno le spese i poeti, in primis Virgilio, col loro sostegno all’idea provvidenziale della missione di Roma.
Al di là della tesi, il materiale fornito e le informazioni documentarie e antiquarie rendono l’opera molto utile. La parte finale dà largo spazio al rapporto fra Tiberio e i cristiani, discutendo le fonti e le questioni tuttora aperte.
Qualche ripetizione e salto temporale in uno stile narrativo generalmente gradevole e accattivante.
Anthony A. Barrett, Caligula – The corruption of Power, 1989, trad. it. Caligola – L’ambiguità di un tiranno, 1992
Con
un titolo originale che sembra riecheggiare – non sappiamo quanto coscientemente
– il titolo e l’idea di fondo dell’opera su Tiberio della Storoni Mazzolani, lo
storico canadese affronta il personaggio meno noto della dinastia giulio-claudia,
il giovane figlio di Germanico il cui impero durò solo quattro anni e fu
sommerso, dopo l’assassinio del princeps, da una pesante pubblicistica di
valore molto discutibile. Sappiamo che la parte degli Annales di Tacito
relativa a Caligola è andata interamente perduta, così come gli inizi
dell’impero di Claudio che dovevano inevitabilmente comprendere confronti fra i
due imperatori. Le fonti scritte disponibili sono quindi Suetonio, Cassio Dione
e Filone (che relazionò l’ambasceria dei giudei alessandrini presso Caligola),
più diversi riferimenti in Seneca, in Giuseppe Flavio e alcuni altri (compreso
lo stesso Tacito): testi di attendibilità molto limitata.
L’autore affronta con molto equilibrio il difficile personaggio, discutendo via via le fonti e utilizzando materiale archeologico e soprattutto numismatico con buona competenza e completezza: ne risulta un giovane (imperatore a 25 anni, morto a 29) costretto alla dissimulazione nell’adolescenza, egocentrico, sprezzante e megalomane, ma abile nella politica estera, soprattutto in oriente, e con pregi anche in politica interna. Su molti aspetti della pubblicistica antica, gli eccidi di massa, gli incesti, ogni manifestazione di presunta follia, Barrett si sofferma con attenzione, smontando molta parte dell’immagine tradizionale.
La scrittura è molto apprezzabile: l’opera si legge volentieri e i frequenti richiami da un capitolo all’altro aiutano a non disperdersi in una folla di nomi ed eventi. Utile anche l’apparato di note e appendici: un po’ deficitari i vari alberi genealogici, di difficile lettura.

Charles Parain, Marc-Aurèle, 1957, tr. it. Marco Aurelio, 1986/93
Editori Riuniti pubblica la traduzione, priva di biobibliografia dell’autore e di bibliografia (presente invece nell’edizione originale, seppure molto limitata), di un’opera composta dall’etnologo, archeologo, economista e storico Parain. La prima osservazione è che l’autore, di formazione e fede marxista, è interessato soprattutto ad alcuni aspetti del secondo secolo: il rapporto fra i latifondisti dell’ordo senatorio e i piccoli proprietari, il permanere del sistema schiavistico, la negatività dell’imperialismo, su cui costruisce le motivazioni della crisi di fine secolo. Piuttosto limitato il riferimento esplicito agli storici, Historia Augusta, Cassio Dione (assente quasi del tutto Suetonio): anche la discussione su di loro è ridotta.
Più interessante la presentazione del personaggio dell’imperatore a partire dall’epistolario e dai Ricordi (εἰς ἑαυτόν), citati in traduzione con molta ampiezza: l’autore rileva in particolare dalle lettere (forse con qualche esagerazione, ma è ugualmente interessante) il sorgere nella civiltà antica del sentimento della tenerezza, e nei Ricordi il passaggio dalla saggezza al nichilismo.
Un capitolo è dedicato al cristianesimo, soprattutto ai martiri di Lione del 177 e alla polemica fra Callisto e Ippolito, peraltro successiva di vari decenni alla morte di Marco Aurelio: un resoconto un po’ sbrigativo che si basa sul contrasto fra la fede dei martiri e le lotte per il potere.
Buona la scrittura. Nel complesso, nonostante i difetti, una lettura utile.

L. Storoni Mazzolani, Galla Placidia, Rizzoli1975
Fin dall’introduzione appare chiaro come l’interesse dell’autrice sia rivolto, più che alla figura della figlia di Teodosio, al complesso delle vicende che portano alla crisi dell’impero romano e alla fine del1’evo antico. Si tratta di un periodo generalmente poco noto anche agli stessi addetti ai lavori (salvo che siano specialisti) e che trova nella scuola pochissimo spazio. In questo senso la lettura di un’opera del genere può colmare una grave lacuna. L’autrice esamina con attenzione le grandi personalità cne si succedono sulla scena dell’impero: gli imperatori, i capi barbari, i generali, gli uomini di chiesa; affronta i grandi problemi del tempo: i rapporti fra romani e barbari, fra oriente e occidente, fra diversi progetti ai conservazione e trasformazione dell’impero, fra ortodossi ed eretici. In questo contesto la figura di Placidia è tratteggiata con molta cautela, data la scarsità e la poca attendibilità delle fonti: soprattutto i suoi sentimenti e i suoi progetti sono accennati con circospezione e prudenza. Ne risulta, come si è detto, più la storia di un’epoca che la biografia dell’Augusta: ma era certo inevitabile.
L’autrice fa un uso amplissimo delle fonti e della bibliografia, documentato, oltre che dalle continue citazioni, dal ricco apparato di note e dalle diciassette pagine di bibliografia antica e moderna.
L’esposizione non è sempre chiara, a volte procede
per salti e per contraddizioni almeno apparenti; in generale è una lettura
impegnativa e abbastanza difficile, ma val la pena di suggerirla.![]()
S. Mazzarino, Stilicone, Milano, 1990 (I ediz. 1942)
Il grande storico ha composto quest’opera nella sua giovinezza, tanto da lasciarne le bozze al fratello perché doveva partire per la guerra: l’edizione del ’90 è stata ricorretta in base a una copia con appunti lasciati dall’autore. Il sottotitolo la crisi imperiale dopo Teodosio chiarisce la sostanza dell’opera: non tanto una biografia del generale che diresse l’impero di Occidente al posto del giovane Onorio, quanto uno studio approfondito e accurato della situazione dell’impero nel 395, delle intenzioni di Teodosio al momento della successione, dei progetti di Stilicone riguardo all’unità dell’impero e del loro esito, fino all’individuazione dei motivi del passaggio dall’evo antico al Medio Evo. Con una scrittura molto decisa e vigorosa, che mette in crisi idee sostenute da storici accreditati, Mazzarino, allora solo ventiseienne, pone le basi della storiografia del tardoantico. Un libro impegnativo e di grande interesse.
Stampa questa pagina (versione printer friendly)