"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

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E. Corti, Catone l’antico, Ares, Milano 2005

H. Fast, Spartacus, 1951/52, trad. ital. (con lo stesso titolo), Rizzoli 1980

R. Harris, Imperium, 2006, trad. ital. (con lo stesso titolo) Mondadori 2006

R. Harris, Lustrum, 2009

Josiane Lahlou, Moi, Juba roi de Maurétanie, 1999

John Williams, Augustus, 1972, tr. it con lo stesso titolo, 2010/2014

Elena Bono, La moglie del procuratore, 1956/2015

Louis de Wohl, The Spear, 1957, tr. it. La lancia di Longino, BUR 2016

Lindsey Davis, The course of honour, 1997/8

Lindsey Davis, Master and God, 2012

P. Grimal, Mémoires d’Agrippine, 1992, tr. it. Memorie di Agrippina, Garzanti 1994

P. Doherty, Domina, 2002

R. Graves, I, Claudius, 1934, tr. it. Io, Claudio, Bompiani 1935/1983, Il Corbaccio 2010

Claudius the god and his wife Messalina, 1934, tr. it. Il divo Claudio, Bompiani 1936/1986, Il Corbaccio 2010.

Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, 1951, tr. it. Memorie di Adriano, Einaudi 1953/81.

Claudia Salvatori, Il sole invincibile – Eliogabalo, il regno della libertà, 2011

Louis de Wohl,  The living wood, 1947, tr. it. L’albero della vita, RCS 2004 (Sant'Elena)

Evelyn Waugh, Helena, 1950, trad. it. Elena – La madre dell’imperatore, 2002

Gore Vidal, Julian, 1964, tr. it. Giuliano, 2003

Louis de Wohl, Attila the Hun, 1949, tr. it. AttilaLa tempesta dall’Oriente, 2010

Michelle Loi, Attila mon ami – Mémoires d’Aetius, 1997

Louis de Wohl, The Restless Flame, 1979, tr. it. Una fiamma inestinguibili. L'avventurosa vita di Sant'Agostino, 2015

 

 

E. Corti, Catone l’antico, Ares, Milano 2005

L’interesse di Eugenio Corti per la storia, che connota tutte le sue opere, si esprime anche attraverso questa biografia romanzata, o “romanzo per immagini”, che pone a tema un periodo storico inconsueto per l’autore. Il fascino di un personaggio come Catone “l’antico”non scaturisce soltanto dalla sua appartenenza a un mondo di per sé suggestivo in quanto lontano nel tempo; Catone è soprattutto l’incarnazione di quell’insieme di valori che costituiscono l’ethos della tradizione romana e una delle radici della cultura occidentale; di questa tradizione egli fu testimone fedele e coerente in un’epoca in cui profondi cambiamenti e l’emergere di nuove personalità cominciavano a mettere in discussione un’antica e consolidata visione del mondo. La biografia di Catone, uomo poliedrico, soldato, console, censore, oratore, storico, profondo conoscitore del diritto, ma soprattutto contadino legato alla terra e alle sue origini, a partire dai diciassette anni d’età (216 a.C.) fino alla morte (149 a.C.), introduce il lettore in un momento capitale della storia della Roma repubblicana, dalla sconfitta di Canne alla distruzione di Cartagine, passando attraverso le guerre di conquista in Occidente e in Oriente.

La tecnica compositiva è molto particolare: non si tratta di una narrazione, ma del succedersi di brevi scene dialogate raggruppate in episodi cronologicamente ordinati e datati. La struttura è tuttavia complicata dall’inserimento di parti narrative di contenuto strettamente storico-informativo, definite “medaglioni” o “contaminationes”. Dei tre medaglioni, due sono dedicati ad Annibale e uno a Scipione l’Africano, mentre le sei contaminationes contengono brevi sintesi storiche o l’analisi di specifici aspetti socio- culturali e istituzionali di Roma antica (la composizione della società, le magistrature, il rapporto tra Roma e la Grecia, l’inconciliabiltà tra Roma e Cartagine…). Non mancano note a piè di pagina, talune consistenti, che offrono informazioni più dettagliate su singoli aspetti, come l’esercito, o riportano citazioni tratte dagli autori antichi. A causa di questa struttura composita, le cui parti non appaiono ben amalgamate tra loro, l’opera presenta una forma e una scrittura ibride, a metà tra la sceneggiatura e il taglio didascalico, per cui la lettura non è sempre agevole, benché i contenuti risultino nel complesso interessanti e i personaggi delineati con finezza e con una certa profondità.

Le fonti, sia antiche che moderne, sono esplicitamente dichiarate in una nota preliminare: l’autore dà conto del lungo lavoro di lettura e approfondimento, ma avverte anche dei limiti imposti dall’enorme quantità del materiale, del quale confessa di aver esplorato solo una parte, spera la più importante, con l’intento precipuo di rispettare i fatti storici e di rimanere fedele a quanto testimoniato dagli autori antichi, Polibio, Livio, Plutarco, Cornelio Nepote, Cicerone e Catone stesso, frequentemente indicati e citati nel testo. Il punto più debole della ricostruzione storica è costituito dagli studi moderni, che sono ristretti ad opere fondamentali ma decisamente datate, come la Storia Romana del Mommsen e del De Sanctis o le monografie di F. Della Corte e di J. N. Robert, e questo probabilmente spiega una certa tendenza alla semplificazione in alcuni giudizi.

 Pur avvertendosi la mancanza di una competenza specifica, è pienamente condivisibile l’ottica con cui Corti legge le vicende della storia antica, spesso poste a confronto con quelle della storia più recente: egli scorge in esse la presenza misteriosa ma certa di un progetto trascendente che guida la storia verso esiti non casuali, attraverso, nonostante e oltre i progetti umani. La vittoria su Annibale è un evento decisivo per le sorti future dell’Italia e dell’Europa: l’affermazione di una cultura e di una civiltà rispetto ad un’altra ad essa irriducibile significa la progressiva civilizzazione dell’Occidente nel segno di una humanitas che prepara la civiltà cristiana. Quest’ultima nella visione dell’autore si pone come il naturale compimento della civiltà greco-romana, la supera inverandone fino in fondo le premesse, assimilandone i valori e correggendone gli aspetti più disumani. In questa luce i grandi protagonisti del periodo preso in esame suscitano la sincera ammirazione dell’autore per le loro doti straordinarie e nel contempo si muovono sullo sfondo di un disegno provvidenziale il cui significato può essere decifrato retrospettivamente e a grande distanza di anni. C’è tuttavia un personaggio, definito sulla scorta del Mommsen “una vera natura profetica”, che agisce nel suo tempo consapevole di essere fattore di un progetto più ampio: in Scipione l’Africano l’autore è convinto di cogliere “la singolare percezione di essere strumento della divinità allorché doveva prendere decisioni importanti”. In lui operava “l’illuminata constatazione che fu in seguito propria di altri grandi responsabili delle sorti umane, per esempio nell’epoca moderna del maresciallo francese Foch: – Quando in un momento storico acquistiamo d’improvviso una vista chiara della situazione, capace di determinare conseguenze enormi… si è costretti a riconoscere di essere caduti nelle mani di una forza provvidenziale, e che la nostra decisione vittoriosa si debba a una volontà non nostra, ad una volontà superiore e divina. Non siamo mai noi a prendere le grandi decisioni.”

                                                                                                                                                       Lucia Prestipino

                                                                             

 

H. Fast, Spartacus, 1951/52, trad. ital. (con lo stesso titolo), Rizzoli 1980

Si tratta di un romanzo reso famoso dall’omonimo film del 1960 diretto da Stanley Kubrik, con Kirk Douglas nella parte del protagonista, Laurence Olivier in quella di Crasso, Charles Laughton in quella del politicante Gracco e Peter Ustinov in quella del lanista. La sceneggiatura del film, peraltro curata dallo stesso Fast, accentuò fortemente la componente sentimentale, facendo dell’amore di Spartaco per Varinia (interpretata da Jean Simmons) il motivo dominante della sue scelte: mentre nel romanzo prevale in modo pesantemente ideologico l’utopia politica.

La narrazione parte quasi dalla fine. Alcune persone della Roma-bene giungono ad una villa sulla via Appia percorrendo la strada lungo la quale sono crocifissi gli schiavi superstiti della rivolta di Spartaco. Vi sono il vincitore Licinio Crasso, il giovane cinico e ambizioso Cicerone, e alcuni personaggi di fiction: il politico disilluso Lentulo Gracco, il padrone di casa Antonio Caio con la moglie sfiorita e smaniosa, il giovane vizioso Caio Crasso con la sorella Elena, avida di esperienze, e l’enigmatica amica Claudia Mario (notiamo l’assurdità di molti nomi propri presenti nel romanzo, che mescolano prenomi e nomi gentilizi per gli uomini e non tengono conto dell’uso romano riguardo ai nomi femminili).

La vicenda di Spartaco appena conclusa viene raccontata in frammenti: narrata da Crasso al giovane amante, ripensata da Caio che ha assistito all’ultimo combattimento del gladiatore, proseguita dall’autore come debole legame con un sogno di Elena, ricordata da Gracco che aveva avuto dal senato l’autorità di inviare l’esercito contro gli schiavi in rivolta. Quando tutto il gruppo degli ospiti si trasferisce a Capua, giungono in tempo per la crocifissione dell’ultimo superstite, l’ebreo Davide che era stato il compagno più fedele di Spartaco: l’ultima parte del flashback è realizzata attraverso i ricordi dello schiavo morente.

Come si è detto, il romanzo è pesantemente, e ingenuamente, ideologico: l’itinerario dell’autore, ebreo americano di fede comunista, è tutto presente: nell’utopia di una società di fratelli liberi e pacifici, in un messianismo che ha sostituito l’uomo puro all’unto di Dio, perfino in un accenno alla possibilità di una rivolta futura di operai. La violenza e la corruzione del potere, incarnato in Roma e nella sua società viziosa e sessualmente deviata, ha come unico correttivo la figura di Gracco, che termina la sua vita di politico corrotto e corruttore mettendo in salvo la donna e il bambino di Spartaco (destinati peraltro a morire faticando e lottando contro sempre nuovi oppressori).

 

R. Harris, Imperium, 2006, trad. ital. (con lo stesso titolo) Mondadori 2006

L’autore, appassionato di storia romanzata e fantastoria, è noto al pubblico di antichisti soprattutto per Pompeii, un quasi-giallo che abbiamo anche noi presentato nella rubrica Antichi detectives del sito. Quest’opera, dedicata a Cicerone, si immagina scritta da Tirone, che secondo Asconio Pedano compose effettivamente una biografia del suo padrone/patronus. Il titolo si riferisce al potere consolare, cui Cicerone, homo novus, aspirò tenacemente; e in effetti la narrazione, dopo un capitolo sulla formazione dell’oratore, riguarda gli anni dal 70 al 64, considerati come tappe dell’ascesa all’elezione alla massima carica: il processo a Verre, l’edilità, la pretura, la campagna elettorale per il consolato. Protagonista e narratore sono ben delineati, così come i diversi personaggi dello scenario politico, giudiziario e familiare: i futuri triumviri, Catilina, Lucullo, senatori di diversa tendenza politica, Ortensio, Terenzia e la piccola Tullia, il fratello Quinto e il cugino Lucio: una figura meno nota, quest’ultimo, a cui è però dedicato spazio e interesse. La scrittura è attraente e conferma le buone doti di narratore, le vicende correttamente riportate e interpretate con equilibrio.

 

R.Harris, Lustrum, 2009 (ripubblicato col titolo Conspirata, 2011)

Il seguito del precedente: comprende il quinquennio (lustrum) fra il 63 e il 58, cioè fra l’anno del consolato di Cicerone e la partenza per l’esilio. Oltre ai personaggi già ben delineati nel primo libro, qui è dato largo spazio a Catone, Clodio, Clodia e il marito Metello Celere, Rabirio, C. Ottavio, Antonio Ibrida, Marco Antonio, Murena: i grandi protagonisti di quegli anni e dei decenni successivi. Tirone racconta i fatti con ovvia lealtà nei confronti di Cicerone, di cui però rileva anche alcuni aspetti negativi, soprattutto l’eccessiva autostima al termine del consolato. Con una piccola libertà l’autore attribuisce al narratore una breve, povera, storia d’amore.

Scritto in modo attraente e appassionante, è una lettura consigliata.

 

Josiane Lahlou, Moi, Juba roi de Maurétanie, 1999

L’autrice immagina di aver ricevuto misteriosamente da un anziano abitante del deserto nordafricano le memorie scomparse di Giuba II. Si tratta quindi di un’autobiografia fittizia, che utilizza nel titolo il modello del Graves (I, Claudius).

Il personaggio è il piccolo principe di Numidia portato da Cesare a Roma dopo la campagna africana di Tapso e Utica: il padre, Giuba I, discendente da Giugurta attraverso il fratellastro Gauda, era morto al seguito dei pompeiani. Il bambino cresce affidato ai migliori maestri di retorica, poesia e filosofia, mentre intorno a lui si consumano le grandi vicende di fine secolo: l’assassinio di Cesare, la guerra fra Ottaviano e Antonio/Cleopatra, la vittoria di Augusto. Quest’ultimo decide del destino di Giuba: non la Numidia dei suoi avi, troppo insicura, ma il regno di Mauretania e il matrimonio con Cleopatra Selene, figlia di Antonio e Cleopatra. Così Giuba si trova col cuore diviso: fra il mondo della sua infanzia, la cultura grecoromana in cui è stato educato, la nuova terra sconosciuta e incomprensibile, una moglie che si considera discendente da una civiltà millenaria: Tolomeo, il figlio cui l’autobiografia è destinata, sarà l’erede di tutti questi mondi (in realtà, come avverte la nota, verrà fatto uccidere da Caligola, anch’egli discendente da Antonio e quindi timoroso di un ipotetico rivale).

Ci sarebbe la possibilità di una fiction appassionante. Ma l’opera è poco riuscita, con lunghe riflessioni (e qualche tirata femminista), ricapitolazioni, qualche confusione nelle parentele: si sorvola volentieri qua e là.

 

John Williams, Augustus, 1972, tr. it con lo stesso titolo, 2010/2014

AugustoL’editore Castelvecchi ha ripubblicato, in occasione del bimillenario augusteo, il romanzo dello scrittore americano Williams dedicato alla biografia del primo imperatore romano. E’ molto interessante e di lettura attraente. L’autore costruisce un collage di lettere, diari e documenti inventati (salvo qualche passo del Monumentum Ancyranum) attribuiti ai protagonisti e comprimari degli anni dal 45 a.C. al 55 d.C.: ne risulta una storia assolutamente credibile, mai banale o forzata, che delinea sia il personaggio di Augusto sia l’intera epoca. Ad alcune personalità è dedicato più spazio: i tre amici della giovinezza, Mecenate, Agrippa e Salvidieno Rufo, il meno noto Nicola damasceno, fra le donne soprattutto Giulia; altre sono stranamente quasi assenti, come Druso: c’è insomma una selezione  personale, peraltro accettabile. Le vicende storiche sono rispettate e, benché la quarta di copertina parli di una capacità psicologica acuta, spietata, quello che colpisce nell’autore è invece una simpatia umana, quasi una pietà, verso tutti i protagonisti.

Qualche obiezione su alcune parentele. In particolare sia il protagonista fin dall’inizio sia quasi sempre suo padre sono chiamati Ottaviano: ma il cognomen tipico di un adottato non riguarda il padre, che è Ottavio, e si riferisce ad Augusto solo dopo l’adozione alla morte di Cesare: e in realtà il cognomen con cui è noto non venne mai usato da Augusto stesso, ma dai suoi detrattori e dagli storici.

 

Elena Bono, La moglie del procuratore, 1956/2015

proculaLa figura della moglie di Pilato compare nel Nuovo Testamento solo in Matt. 27, 19: la donna, di cui non viene detto il nome, cerca di convincere il marito a non condannare Gesù mandandogli a dire di aver avuto un sogno angosciante: ἀπέστειλεν πρὸς αὐτὸν ἡ γυνὴ αὐτοῦ λέγουσα· μηδὲν σοὶ καὶ τῷ δικαίῳ ἐκείνῳ· πολλὰ γὰρ ἔπαθον σήμερον κατ᾿ὄναρ δι᾿αὐτόν.
Quest’esile passaggio, che non ha alcun esito concreto nel processo, ha suscitato ugualmente molto interesse, sia per la definizione di δίκαιος data a Gesù piuttosto che ἀγαθός o ἀναίτιος, un termine cioè giuridico secondo la logica romana e insieme teologico secondo la logica evangelica delle Beatitudini, sia per la scelta del verbo ἔπαθον che sembra anticipare il “patì” del Credo.
Dall’interesse sono nate ipotesi, leggende e fiction. Il nome di Procla o Procula compare nel cosiddetto Ciclo di Pilato, un insieme di testi apocrifi circa del V secolo: in particolare nella lettera di Pilato ad Erode Antipa Pilato rinfaccia ad Erode la condanna di Gesù dichiarando che è risorto, è apparso alla moglie Procla, al centurione Longino e a lui stesso. Il nome gentilizio Claudia le è attribuito solo molto più tardi, forse a partire da una Claudia citata da s.Paolo (II Tim. 4, 21): certo è un nome molto suggestivo, dato che alla gens Claudia appartenevano molti membri della famiglia imperiale, oltre agli stessi imperatori da Tiberio in avanti; molte donne meno note vi erano connesse per via di complesse parentele: ad esempio una Claudia Pulchra (in curiosa e forse significativa assonanza con Claudia Procla/Procula), pronipote di Augusto, visse sotto Tiberio e pagò con la morte la devozione alla cugina Agrippina Maior (Tac. Ann. 4, 52, 1 e 66,2). Il nome è accolto in varie ipotesi e in rielaborazioni letterarie e filmiche, legando la moglie di Pilato per nascita legittima o illegittima o anche per adozione alla potente gens e attribuendole quindi vantaggi per il marito, socialmente inferiore.
Il testo che presentiamo è una delle rielaborazioni letterarie, accanto al racconto Die Frau des Pilatus di Getrud von le Fort, uscito l’anno prima, e alla fantasiosa biografia Pilate’s Wife – a Novel of Roman Empire di Antoinette May (2006); originariamente costituiva una parte della raccolta Morte di Adamo, ma è stata ripubblicata dall’editrice Marietti 1820 come testo singolo, con una prefazione storico/letteraria di A.Torno e un commento in postfazione di S. Segatori.
Non esattamente una biografia, anche se la vita della donna è raccontata a varie riprese; in sé è il racconto di una serata e una notte a casa di Seneca, dove è stata invitata l’anziana vedova di Pilato, qui chiamata oltre che Claudia Procula anche Serena, apparentemente un soprannome anche se si è tentati di vedere un riferimento al Sereno amico di Seneca e dedicatario dei Dialoghi De constantia sapientis e De tranquillitate animi. Durante la festa si svolge una discussione fra vari personaggi storici, Lucano, Trasea Peto, Pisone, Scevino, ben delineati: il tema è l’indifferenza degli dèi di fronte al dolore degli uomini. L’allusione ai cristiani, dovuta alla presenza a Roma di Paolo in attesa di giudizio, costringe Claudia a uscire dal riserbo e a negare la sua appartenenza alla nuova religione. Rimasta sola in camera, Claudia giunge vicina a suicidarsi con un potente sonnifero: soccorsa da Seneca, ha con lui una lunga conversazione che parte dalla misteriosa visione di Cristo che ha segnato la sua vita, mentre quella del marito è stata segnata dall’angosciante domanda sulla verità e dall’ansia dell’ingiustizia compiuta, in particolare riferimento al giusto torturato e ucciso di Plat. Resp. 361e-362a. Pilato infine si è ucciso lasciando a lei il compito di continuare a cercare la verità, e l’avere negato di appartenere a Cristo la tormenta fino al desiderio di morire. Seneca l’ascolta con un antico affetto e con il malinconico scetticismo di chi non se la sente più di cambiare: ma le promette di procurarle un colloquio con Paolo.
Si tratta di un’opera di grande interesse e fascino, che consigliamo.


Louis de Wohl, The Spear, 1957, tr. it. La lancia di Longino, BUR 2016


Bernini, statua di Longino in San PietroUscito in originale quasi contemporaneamente all’opera della Bono su Claudia Procula (La moglie del procuratore: vedi sopra), questo romanzo/biografia rivisita la stessa epoca, gli stessi personaggi, lo stesso grande evento, la morte e la resurrezione di Cristo. Lo spunto è tratto dal Vangelo di Giovanni, 19, 33-4: Venuti a Gesù, quando videro che era già morto, non gli ruppero le gambe; ma uno dei soldati con una lancia gli aprì il costato; e subito ne uscì sangue ed acqua…Ed un’altra Scrittura dice ancora: “Volgeranno gli occhi a colui che hanno trafitto”. La tradizione successiva ha utilizzato anche altri passi evangelici per identificare il personaggio: Mt. 27, 54: Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù veduto il terremoto e le cose che accadevano ebbero gran timore e dissero: “ Costui era davvero figlio di Dio!”; così Marco (15, 39): Il centurione, che gli stava di faccia, vedendo che era spirato in quel modo, disse: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”: è poi lui a confermarne la morte a Pilato, permettendone la sepoltura. Luca (23, 47) attribuisce al centurione la frase più generica: “Certamente quest’uomo era giusto!”. Alcuni considerano la medesima persona come presente alla resurrezione, fra le guardie tramortite di cui parla Matteo (28, 4), benché dal testo risulti chiaramente che non erano guardie romane, ma giudaiche. E’ evidente l’interesse per l’uomo la cui lancia è stata bagnata dal sangue di Cristo e, insieme, che ne ha autenticato la morte: ne parlano i Vangeli apocrifi, e in particolare nella lettera di Pilato ad Erode Antipa si dice che Gesù risorto era apparso al centurione Longino, chiamato con questo nome; più tardi il personaggio di Longino compare nella Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine; la citazione veterotestamentaria del Vangelo di Giovanni (volgeranno gli occhi…) ha probabilmente dato origine alla tradizione che il personaggio fosse cieco, o semicieco, o fosse accecato dalla visione, o guarito; in molte leggende e perfino in testi di fantasy la lancia di Longino ha importanza analoga a quella del Graal, così come la reliquia è stata ed è rivendicata, in tutto o in parte, in diversi luoghi; un Longino martire è venerato come santo. Quanto al nome completo, Cassio Longino, si tratta di un diffuso nome romano appartenuto a molti personaggi fra cui il cesaricida, per cui era facile attribuirlo al soldato/centurione romano dei Vangeli, dopo la diffusione del solo cognomen Longino.

Lo scrittore ricostruisce i grandi eventi e i personaggi storici con abilità e suggestione, seguendo il più possibile il Vangelo e tenendo sempre desto l’interesse. Dei dati e delle leggende su Longino fa un uso molto prudente: suo è solo il gesto della lancia ed è presente alla Resurrezione nascosto, perché le guardie erano soldati del Tempio. Dove opera di fantasia è più discutibile. La vicenda del giovane rovinato dai suoi nemici, divenuto schiavo, poi liberato, trasferito in Palestina e pieno di odio e desiderio di vendetta non può non richiamare alla mente la storia di Ben Hur di Wallace; che parte dell’odio dipenda da un amore infelice per Claudia Procula è appena concesso dall’accostamento dei due come testimoni del Risorto nella lettera di Pilato ad Erode; che Longino sia responsabile della colpa dell’adultera, per ritrovarla alla fine vedova e cristiana come lui, è forse un po’ troppo.

 

Lindsey Davis, The course of honour, 1997/8

La scrittrice inglese che ha creato il personaggio e la serie di Didius Falco è autrice anche di questo romanzo storico, che può essere letto in vario modo: come la biografia di Vespasiano, ad esempio, o come la storia dell’impero romano da Tiberio all’anno dei 4 imperatori. La modalità narrativa è però quella d’incentrarsi su un personaggio minore, Caenis, e di raccontare la storia di Vespasiano e dell’impero attraverso la storia di lei. Dice Suetonio: post uxoris excessum Caenidem, Antoniae libertam et a manu, dilectam quondam sibi revocavit in contubernium (scil. Vespasianus) habuitque etiam imperator paene iustae uxoris loco (Vesp. 3). Quindi si tratta di una schiava di Antonia (Minore), poi manomessa dalla padrona: questo permette all’autrice di far assistere o partecipare il suo personaggio a tutti i fatti salienti della dinastia Giulio Claudia, dalla vicenda di Seiano fino alla morte di Antonia stessa; in seguito la Davis colma i vuoti immaginando che Narcissus, il più potente liberto di Claudio, fosse stato maestro di Caenis e condivida ora con lei le preoccupazioni sull’impero di Claudio e sul futuro dei suoi figli. Addirittura l’autrice si spinge fino a fare di Caenis la redattrice sotto dettatura della lettera di denuncia contro Seiano inviata da Antonia al cognato Tiberio, nonché a farla partecipare come ospite al banchetto di Nerone in cui Britannico viene avvelenato.  Dal dilectam quondam viene costruita una storia d’amore fra la giovane schiava e Vespasiano, giovane, oscuro e povero. Un matrimonio fra i due resta per sempre impossibile, specie dopo che Vespasiano ha iniziato il cursus honorum ed è entrato in senato: un senatore non può per legge sposare neppure una liberta. Quando Vespasiano si sposa il rapporto fra i due s’interrompe per vent’anni, anche se Caenis segue da lontano la carriera di lui, la sua vita familiare, e diviene amica del figlio Tito, compagno di studi dei giovani principi. Dopo la morte della moglie il loro rapporto riprende, all’epoca dell’impero di Nerone: nuovamente interrotto durante la campagna in Giudea e nell’anno dei 4 imperatori, diverrà definitivo paene iustae uxoris loco al ritorno di Vespasiano come imperatore.

Se il limite dell’opera è l’eccessiva presenza di Caenis in tutti i fatti del tempo, la storia non è troppo forzata, i personaggi sono interessanti, alcuni molto ben delineati: i due protagonisti, Antonia, Narcissus, Claudio e il giovane Britannico, Tito e Flavio Sabino, fedele e sfortunato fratello di Vespasiano, più alcuni d’invenzione. Un po’ troppo insistita la componente sentimental/passionale, forse inevitabilmente.

 

Lindsey Davis, Master and God, 2012

Domiziano- Moneta aurea per il XIV consolatoCome il precedente The Course of Honour, questo romanzo potrebbe essere considerato la biografia di un imperatore (di Domiziano, come l’altro era di Vespasiano), ma,  più ancora che in quello, qui la parte di fiction  prevale nettamente, anche data la mole dell’opera, quasi 500 pagine di grande formato. Nella breve postfazione l’autrice presenta i deboli indizi su cui ha costruito la parte d’invenzione, una gradevole e vivace storia d’amore fra un pretoriano e una liberta parrucchiera a corte: Svetonio fra i congiurati che organizzano l’uccisione di Domiziano inserisce un Clodiano, della cui personalità, vita precedente e sorte successiva non si dice più nulla; i ritratti di Domiziano e delle donne dell’età flavia presentano elaborate pettinature e parrucche che fanno ipotizzare un’abile, e forse ironica, parrucchiera. Certo un po’ pochino.

I personaggi storici dell’epoca, e lo stesso Domiziano coi suoi parenti e la sua corte, hanno comunque un grande rilievo, così come scrittori e poeti, spesso piuttosto malvisti (Stazio in particolare, ma anche Marziale, Giovenale, Silio Italico, Quintiliano, Plinio il Giovane: manca Tacito). Nel complesso un quadro leggibile del periodo, anche se un po’ troppo diluito: e il fatto che Clodiano riesca sempre a cavarsela non è molto credibile. 

 

 

P. Grimal, Mémoires d’Agrippine, 1992, tr. it. Memorie di Agrippina, Garzanti 1994

Grande studioso di letteratura latina, di Tacito in particolare, Grimal ha pubblicato anche una serie di biografie di personaggi storici romani, di età repubblicana e imperiale. Questo che presentiamo deriva il suo titolo  presumibilmente dalla più famosa opera della Yourcenar, che recensiamo più avanti, e dalla notizia che Agrippina avrebbe scritto le sue memorie, naturalmente perdute.

Dunque un’autobiografia fittizia di Agrippina la giovane, personaggio particolarmente amato dai biografi di fiction (si veda più oltre Doherty): si immagina che abbia iniziato dopo la morte di Britannico, accortasi dell’estraniamento di Nerone e del pericolo che correva lei stessa; giunta col racconto al punto d’inizio, avrebbe poi aggiunto alcune brevi notizie successive e  ultime parole in attesa dell’assassinio.

Scrivere un’autobiografia fittizia, soprattutto di un personaggio dai tratti marcatamente negativi come l’Agrippina tramandata dagli storici, è certo difficile, a meno di non voler farne esplicitamente una dark lady. Grimal si muove con circospezione, attribuendo ad Agrippina sentimenti positivi: una certa passione iniziale per Domizio, affetto e stima per Claudio, considerazione e gratitudine per il secondo marito Crispo (che sarebbe morto suicida per lasciarla libera di sposare Claudio, e ricca per giunta), affetto e compassione per le due sorelle, Drusilla e Livilla, un grande attaccamento alla madre, stima e devozione per Seneca, una certa considerazione anche per Atte, fiducia assoluta in Acerronia (neppure alla fine sembra si sia accorta del tradimento)… Le azioni negative da lei decise e compiute vengono via via meditate, lamentate, discusse, attribuite ultimamente agli dèi che hanno scelto la stirpe di Germanico per governare. Tutto sommato l’affetto per il figlio sembra il sentimento meno rilevante (meno anche dell’affetto per il fratello): Nerone è il prescelto perché la linea dinastica cui lei stessa appartiene abbia il potere.

L’opera risulta così non molto credibile, nonostante l’uso evidente delle fonti (Tacito e Suetonio in particolare). E’ inoltre appesantita da molti discorsi, inizialmente piuttosto didascalici (miti e leggende raccontate alla bambina), poi utilizzati secondo l’uso antico per esprimere le diverse posizioni, ma nel complesso piuttosto monotoni.

Due ultime osservazioni: curiosamente Grimal sostiene che Nerone si chiamasse così dalla nascita (come prenome) e non per adozione (rogataque lex qua in familiam Claudiam et nomen Neronis transiret dice  Tacito in Ann. XII, 26). Inoltre nel corso dell’opera si usa per il potere imperiale sempre termini come regnare, regno, ecc., in realtà estranei alla cultura romana (Occidat, dum imperet è tradizionalmente la frase di Agrippina all’indovino).

Quanto al traduttore, ha confuso evidentemente citrouille (“zucca”) con grenouille (“rana”), per cui risulta che Seneca scrisse contro Claudio La metamorfosi in rana!

 

P. Doherty, Domina, 2002

“Domina” è Agrippina la giovane, figlia di Germanico, moglie di Claudio e madre di Nerone. La sua storia è raccontata da un personaggio d’invenzione, Parmenone, che l’accompagna per tutta la vita come confidente, segretario, amico, innamorato senza esito. Attraverso il narratore viene ripercorsa la dinastia Giulio-Claudia, dagli anni di Seiano fino alla morte di Agrippina e, nelle pagine finali, alla morte di Nerone. E’ press’a poco la stessa vicenda del romanzo di Grimal, con la differenza che il narratore è un personaggio di fiction, per cui la sua partecipazione a tutte le vicende appare immotivata e forzata, così come poco credibile la sua devozione ad Agrippina. L’assoluta negatività di tutti i personaggi e l’eccessivo gusto per l’orrido e il torbido (eccessivo anche in paragone alle fonti) rendono il romanzo ultimamente sgradevole, perfino noioso. Oltre alle forzature, alcuni errori: ad esempio più volte Antonia (minore, madre di Claudio) è definita zia, invece che nonna, di Caligola.

 

R. Graves, I, Claudius, 1934, tr. it. Io, Claudio, Bompiani 1935/1983, Il Corbaccio 2010

Claudius the god and his wife Messalina, 1934, tr. it. Il divo Claudio, Bompiani 1936/1986, Il Corbaccio 2010.

L’autore è un famoso studioso di storia delle religioni, di cui ricordiamo in particolare I miti greci (1936), ma anche romanziere e poeta. L’impostazione di queste due opere è quella di un’immaginaria autobiografia di Tiberio Claudio Nerone, quinto imperatore della dinastia Giulio-Claudia: la prima termina con la designazione ad imperatore dopo l’assassinio di Caligola, la seconda con la designazione del figlio Britannico a coerede insieme con il figliastro Nerone e la premonizione della prossima morte: segue un’appendice col resoconto della morte di Claudio nelle versioni di Suetonio, di Tacito e dell’epitome di Cassio Dione e un breve riassunto degli avvenimenti dal 55 al 69.

L’intento del Graves è quello di darci un vasto affresco delle vicende di Roma e del suo impero in un periodo di circa novant’anni, poiché 1’immaginario autore inizia a narrare partendo da vicende molto precedenti la sua nascita, vale a dire dal matrimonio fra sua nonna Livia e Ottaviano. La scelta del fittizio testimone non è casuale: non solo Claudio aveva la possibilità di essere al corrente di tutti i fatti che racconta, ma, come si sa, 1’imperatore fu effettivamente uno storico e, in particolare, un autobiografo, per cui l’attribuzione a lui del testo è legittima e credibile.

Graves è attento ad evitare di fornire a Claudio idee o visioni lungimiranti che sarebbero anacronistiche, tranne una e fondamentale che fa da Leitmotiv alle due opere: già nel primo capitolo del primo libro è citata una profezia sulla dinastia Giulio-Claudia, che guida Claudio sia ad interpretare i fatti di cui è testimone, sia a tentare un progetto destinato a fallire: riconoscendo, infatti, nel sesto e ultimo imperatore citato nel carme il proprio figliastro Nerone, Claudio fa in modo di sceglierlo come erede allontanando il figlio dalla corte; spera così che, terminata nel sangue la dinastia imperiale, Britannico si assuma i1 compito di restaurare la repubblica; ma, per l’opposizione dello stesso figlio ormai inserito nella logica di potere, è costretto a farlo coerede. Tutti gli altri avvenimenti che si svolgono a Roma e nelle provincie (con ampio rilievo dato alla Giudea) sono riferiti con un misto di serietà, ironia ed autoironia che ben si addicono al personaggio. Naturalmente, data l’impostazione delle opere, non sono via via citate le fonti. Tuttavia, dopo il primo libro che aveva suscitato alcune critiche da parte degli storici, il Graves ha premesso al secondo una Nota in cui elenca tutte le fonti antiche da lui consultate e dà ragione del modo con cui ha trattato alcuni episodi meno documentati e, in particolare, l’atteggiamento di Claudio nei confronti del Cristianesimo.

Nel complesso si tratta di opere leggibili a diversi livelli culturali, ben raccontate e molto interessanti. Un unico appunto: la famiglia Giulio-Claudia è, come si sa, estremamente complicata per le sue numerose ramificazioni e intrecci: ora, la difficoltà del lettore a ricordare le parentele è qui accentuata dall’uso di diminutivi e soprannomi (ignoti abitualmente a chi ha nozioni scolastiche), che ricorrono anche nell’albero genealogico premesso ad entrambi i libri. Sarebbe stato meglio che almeno nell’albero fossero riportati sia i nomi veri sia nomignoli.

 

Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien, 1951, tr. it. Memorie di Adriano, Einaudi 1953/81.

Il libro della scrittrice belga è un’opera eminentemente letteraria che, come afferma 1’autrice, “sotto certi aspetti sfiora i1 romanzo e certi altri la poesia”. L’aderenza ai fatti potrebbe quindi essere del tutto occasionale e legittimamente la fantasia creativa potreppe sfogarsi con piena libertà. Ma per la Yourcenar opera storica e romanzo storico hanno in comune 1’esigenza della esattezza e della documentazione, e se il primo genere ha per fine il “tentare onestamente di comprendere”, i1 secondo deve “sforzarsi di rendere a quei documenti irrigiditi che sono i documenti storici la duttilità e il calore delle cose viventi” (P. De Rosbo, Entretiens radiophoniques avec M. Yourcenar, Paris 1972, pagg. 51-52).

Ciò l’ha portata ad una puntigliosa ricerca e lettura di fonti scritte, archeologiche e artistiche, all’esame attento della letteratura critica pertinente, a inseguire il fantasma del1’imperatore nei tanti luoghi in cui da vivo aveva peregrinato, a dedicare un lungo periodo dell’esistenza (la prima stesura è del 1924-29, la pubblicazione 1951), pur tra abbandoni e riprese, al tentativo di ricreare la coscienza di quell’uomo del II sec. Una lunga nota in appendice al romanzo presenta la documentazione che è servita alla stesura e giustifica quei punti in cui la necessità artistica ha richiesto di modificare cautamente qualche fatto o di aggiungerne qualche altro: è una nota che, come dice la Yourcenar, segue l’esempio delle prefazioni erudite alle tragedie di Racine, ma che a noi ricorda anche il Manzoni delle Notizie Storiche premesse al1’Adelchi; del resto la concezione di romanzo storico della Yourcenar ci pare molto vicina a quella dello scrittore lombardo e in entrambi troviamo la capacità di avvicinare talmente la fantasia alla realtà da rendere la prima del tutto verosimile.

Scritto in prima persona, il romanzo è il lungo resoconto che Adriano, inattivo e malato, nei suoi ultimi mesi ai vita, espone sotto forma di lettera al giovane Marco Aurelio. Il titolo della prima delle sei parti, definite da espressioni latine, è Animula, vagula, blandula, primo verso di quel breve e languido componimento scritto dall’imperatore nel presentimento della morte e che è l’autentico motore della malinconica rievocazione. La memoria del sovrano ripercorre l’infanzia a Italica, l’arrivo a Roma, i primi soggiorni nell’amata Grecia, l’esperienza militare nelle campagne contro Daci e Parti, l’attività di magistrato, l’elevazione non semplice al rango di imperatore (II parte:Varius, multiplex, multiformis); quindi il consolidamento del proprio potere e 1’energica ed entusiasmante attuazione di un programma che ha nella pacificazione il suo obiettivo preminente e che spinge Adriano in ogni parte dell’impero (Già altri uomini prima di me avevano percorso la terra: Pitagora, Platone, una dozzina di saggi, e un buon numero di avventurieri. Per la prima volta, però, quel viaggiatore era al tempo stesso i1 padrone, libero al tempo stesso di vedere e di riformare, libero di creare) (III: Tellus stabilita). Ampio spazio ha 1’incontro e il rapporto con Antinoo (IV: Saeculum aureum); seguono la morte del favorito e la rivolta giudaica che segnano l’età delle disi1lusioni e delle amarezze affrontate con la consapevolezza di dover comunque servire lo stato per il meglio (V: Disciplina augusta) sino alla malattia e alla morte (VI: Patientia).

Non interessa in questa sede valutare lo stile suadente e ricco di evocazione della Yourcenar, né prospettare la sua visione umana che si rispecchia nell’ humanitas piena di curiosità e azione di Adriano (cfr. L. Furois, Pour une lecture des mémoires d’Hadrien, roman de M. Yourcenar, Università degli Studi di Trieste, Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori, Monografie 2, Trieste 1983); la coraggiosa scelta di una donna del XX sec. che ha voluto penetrare l’intimità di un uomo come Adriano e rivivere attraverso il suo animo e le sue sensazioni il mondo del II sec. è indubbiamente l’aspetto più affascinante e vitale del romanzo. E’ nella coscienza di Adriano che ritroviamo i caratteri della mentalità romana dei primi secoli dell’impero: il senso del dovere verso lo stato, l’amore per la civilitas che si concreta nelle grandi opere pubblicne che i Romani realizzano e in primo luogo nella fondazione di città. In un mondo ancor dominato, più che per metà, dalle selve, dal deserto, dalla terra incolta, è nello lo spettacolo di una via lastricata, di un tempio dedicato a un dio qualsiasi, di bagni e latrine pubblici, della bottega dove i1 barbiere commenta con i suoi clienti le notizie di Roma, il banco del pasticciere o del sandalaio, fors’anche una libreria, un’insegna di medico, un teatro nel quale di tanto in tanto si recita una commedia ai Terenzio. Vi sono raffinati, tra noi, cne si lamentano dell’uniformità delle nostre città: soffrono di trovar dappertutto le stesse statue di imperatori, lo stesso acquedotto. Hanno torto: la bellezza di Nîmes è diversa da quella di Arles. Ma questa stessa uniformità, su tre continenti, appaga i viaggiatori come quella d’una pietra miliare; persino le più insignificanti tra le nostre città godono del prestigio rassicurante d’essere un luogo di ristoro, una guarnigione o un rifugio, la religiosità naturale che fa percepire il divino in sé stessi e nel mondo, l’interesse e la tolleranza per costumi e abitudini diverse, l’intolleranza verso chi, come Cristiani ed Ebrei, pretende con caparbietà di essere fedele al la propria tradizione e non si adegua alla pax Romana.

E’ attraverso Adriano che conosciamo i personaggi famosi e oscuri del suo tempo: Traiano, Plotina, Cabria, Arriano, medici, intellettuali, servi, soldati ci sono presentati nei loro incontri coll’imperatore e nelle riflessioni di questo; è con Adriano che viaggiamo per le vie consolari, visitiamo le città dell’impero, è questi che giudica e descrive monumenti e paesaggi, ci presenta i rigidi inverni in Pannonia e una gita al colosso di Memnone, considera l’arte e la poesia del suo tempo e dei tempi che lo hanno preceduto, spiega le sue realizzazioni artistiche e politiche, motiva il culto tributato ad Antinoo...

Certo, la saggezza dell’imperatore e la lucidità con cui tante volte legge nel futuro paiono talora eccessive e inficiate del senno di poi della scrittrice, come quando, meditando sul futuro del1’impero, afferma: Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno, sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli regolari lungo i secoli, su questa immortalità intermittente. Se i barbari si impadroniranno mai dell’impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti dei nostri metodi, e finiranno per rassomigliarci. Cabria si preoccupa di vedere un giorno il pastoforo di Mitra o il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma, e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se per disgrazia questo giorno venisse, il mio successore lungo i crinali vaticani avrà cessato di essere il capo d’una cerchia di affiliati o d’una banda di settari per divenire a sua volta una delle espressioni universali dell’autorità. Erediterà i nostri palazzi, i nostri archivi; differirà da noi meno di quel che si potrebbe credere. Accetto con calma le vicissitudini di Roma eterna.

Tuttavia anche questo non stona del tutto: passato e presente nel libro gettano vicendevolmente collegamenti continui: quel poco di passato che le testimonianze storiche ci conservano, unito a quel fondo umano uguale in ogni tempo, fornisce all’autrice la possibilità di ricreare le età trascorse, ma questi fantasmi non possono trascurare chi li na evocati, guardano continuamente al futuro, ne indagano i1 mistero, cercano in tutti i modi di superare morte e oblio.

 

Claudia Salvatori, Il sole invincibile – Eliogabalo, il regno della libertà, 2011

 

La biografia dell’imperatore Vario Avito Bassiano (solo dal IV secolo venne citato col nome del dio di Emesa) fa parte di una serie curata da V. M. Manfredi  col titolo generale Il romanzo di Roma, attualmente comprendente nove titoli. Nell’intenzione del curatore, quindi, si tratta di biografie romanzate che costituirebbero nel loro insieme un grande affresco storico.

L’autrice utilizza come fonti Cassio Dione, Erodiano e l’Historia Augusta, fondendole con una certa libertà ma quasi sempre attenendosi ai fatti noti e accettati come plausibili. La controversa figura del ragazzo di Emesa, erede del sacerdozio del dio del sole siriano e divenuto giovanissimo imperatore di Roma per la volontà e la forte personalità delle donne della famiglia, soprattutto la nonna Mesa cognata di Settimio Severo, è presentata in una narrazione lunga e dettagliata, fin eccessivamente particolareggiata. Attraverso le insistite vicende sessuali e le bizzarre frequentazioni l’autrice fa emergere un carattere inquieto e trasognato, misticheggiante e spiritoso, generoso e illuso, il cui ideale inappagato sarebbe una sorta di divinità unica, comprensiva di tutto e tutti.  La narrazione è spesso sgradevole, di lettura non proprio attraente; soprattutto sembra di cogliere un giudizio che lascia perplessi: veramente il comportamento sopra le righe di Avito era tutta buona fede? veramente “il regno della libertà” è una definizione corretta (fra l’altro la tolleranza religiosa a lui attribuita risulta storicamente del cugino e successore Alessandro)? veramente Avito è stato una vittima della storia, della cultura, dello sradicamento, dell’intolleranza e del moralismo romani?

La presentazione dei cristiani, i due rivali Callisto e Ippolito e altre figure minori, accentua la perplessità,  introducendo l’idea che l’unica posizione religiosa corretta sia il sincretismo di Avito, che peraltro si riduce all’identificazione di ogni divinità nel dio di cui è ministro.

 

 

Louis de Wohl,  The living wood, 1947, tr. it. L’albero della vita, RCS 2004

 

L’autore, di origine tedesca ma vissuto in Inghilterra dopo il 1935, ha dedicato le sue fiction a grandi figure storiche, rivisitate secondo una viva e appassionata interpretazione cristiana. Ricordiamo in particolare  le biografie romanzate dedicate ad Attila (Throne of the wordl, it. Attila), a Giovanni d’Austria (The last Crusader, it. L’ultimo crociato), a S.Caterina (Lay siege to Heaven, it. La mia natura è il fuoco) a S.Tommaso d’Aquino (The quiet Light, it. La liberazione del gigante).

Questa che presentiamo è la storia di S. Elena. Soprattutto nella prima parte, che peraltro dà il senso a tutto il romanzo, l’autore si muove con grandissima libertà,  giocando anche sulla limitatezza delle fonti, comunque difficilmente contestabili: l’ostessa della tradizione, vissuta in Asia Minore e concubina di Costanzo, diviene qui principessa dei Tirivanti, tribù dei Britanni il cui re Cel è un profeta, e moglie legittima di Costanzo, secondo il doppio rito romano e celta. Allevata come un guerriero, legata alle tradizioni dei Britanni ma con spirito libero e aperto, Elena conserva una profezia di suo padre che la prepara alla missione di trovare l’albero della vita, più sacro di tutti i sacri legni adorati dagli antichi culti druidici.

Quando Costanzo è allontanato dalla Britannia che diviene preda dell’usurpatore Carausio, Elena alleva in incognito il loro figlio Costantino, attendendo sempre il ritorno del marito di cui ignora gli eventi: l’elevazione a Cesare, il matrimonio con la figlia di Massimiano Teodora dopo un ufficiale ripudio della prima moglie, la nascita di molti nuovi figli. Accanto ad Elena si muove una comunità cristiana a cui la donna si sente sempre più affettivamente legata, finché l’editto di Nicomedia porterà distruzione nella piccola Chiesa. Da quel momento scopo della vita di Elena è la libertà dei cristiani: questo chiede a Costanzo quand’egli torna in Britannia, superando anche il dolore del ripudio; questo ottiene sul letto di morte del marito, e successivamente ottiene dal figlio divenuto imperatore.

Il dolore per le colpe di cui Costantino si macchia - l’abbandono della prima moglie Minervina per sposare la principessa Fausta, la morte di Massimiano, la condanna a morte del figlio di primo letto Crispo, l’uccisione della stessa Fausta -  angoscia la donna ormai vecchia. Ma l’aiuto del vescovo Osio e il ricordo dell’antica profezia paterna le permettono di capire il suo compito: ritrovare il vero “albero della vita”, la croce. A Gerusalemme si compirà il ritrovamento miracoloso.

Il libro è scritto con passione amorevole. Non solo Elena, ma anche Costanzo e lo stesso Costantino sono osservati con magnanimità, sorvolando su qualche aspetto e accettando nel riconoscimento della fragilità umana rispetto alla misericordia di Dio  quanto non si poteva eliminare. I colloqui con i personaggi cristiani storici o di fiction  illuminano il senso della storia narrata. Resta certo qualche perplessità  su una libertà d’invenzione un po’ eccessiva,    

 

Evelyn Waugh, Helena, 1950, trad. it. Elena – La madre dell’imperatore, 2002

Pochi anni dopo il libro di de Wohl uscì sullo stesso personaggio questo romanzo di Waugh,  il grande scrittore inglese da alcuni anni convertito al cattolicesimo. E’ probabile che per la giovinezza di Elena Waugh avesse in mente la versione di de Wohl: anche la sua Elena è una principessa britanna, figlia del capo Coel, allevata come un cavaliere, quasi come un maschio: ma è meno connotata nei suoi legami con gli antichi culti della Britannia, così come il padre non ha le caratteristiche di stregone-profeta del Cel di de Wohl. A differenza del predecessore, Waugh si premura di allontanare subito dopo il matrimonio con Costanzo Elena dalla Britannia, e di insistere sul fatto che le sue origini devono restare nascoste per motivi politici: così si giustificano le differenti varianti sull’origine dell’imperatrice. Nel prosieguo Waugh riempie le lacune delle fonti con un largo ricorso all’invenzione: tempi, luoghi, rapporti con Costanzo, con Costantino, con gli altri personaggi del tempo sono reinventati  molto liberamente. I fatti storici per contro appaiono quasi di passaggio, o per accenni, compresa la stessa conversione di Elena al Cristianesimo, che segue, non precede (giustamente, dice la Sordi nella prefazione), la visione di Costantino e l’editto di Milano.

Il Leitmotiv del personaggio e dell’intero libro è la ricerca di fatti certi che testimonino la verità della fede. Elena si oppone al culto di Mitra prima, allo gnosticismo poi, con domande così semplici da essere criticate come infantili: dove è successo? quando è successo? come fai a saperlo? e voi come lo sapete? E domande simili rivolge a Silvestro, il vescovo di Roma: fino a giungere alla convinzione che c’è bisogno di un fatto visibile, quando anche i cristiani sono divisi da eresie e dispute teologiche. La Croce “dichiara un fatto”.

L’edizione italiana, oltre alla prefazione di M.Sordi (che avanza qualche riserva sul personaggio di Costantino), ha an’ampia postfazione di L. Parmeggiani che commenta la figura e l’opera dell’autore con interessanti riferimenti al testo.

 

 

Gore Vidal, Julian, 1964, tr. it. Giuliano, 2003

Scritta dal famoso autore americano molto discusso per le scelte politiche, culturali  e personali, quest’opera si legge in realtà con grande interesse. L’inizio è collocato nel 380, quando all’anziano retore Libanio, pagano e legato alle religioni misteriche, giunge la notizia che l’imperatore Teodosio si è fatto battezzare ed ha emesso un editto favorevole alla fede cristiana secondo il credo di Nicea. Desolato per questo fatto che sembra distruggere definitivamente il mondo in cui è vissuto, Libanio inizia uno scambio di lettere col retore e filosofo Prisco, allo scopo di riordinare e pubblicare il diario di Giuliano, di cui Prisco è in possesso dall’epoca della morte dell’imperatore in Oriente. La fiction vera e propria consiste quindi nell’autobiografia di Giuliano, che giunge fino alla vigilia della partenza per la spedizione contro il re Sapore di Persia e si completa con appunti presi dall’imperatore nel corso della campagna. Per evitare il rischio di ogni autobiografia fittizia (un’opera per sua natura soggettiva scritta da altri), il testo di Giuliano è intercalato da commenti di Prisco e Libanio, che correggono, spiegano, polemizzano con l’autore e fra loro; le ultime vicende di Giuliano sono narrate da Prisco, prima attraverso i suoi ricordi,  poi con un’indagine che porterà ad un colpo di scena. Infine Teodosio proibirà la pubblicazione del diario e Libanio, abbandonato bruscamente da Prisco che rifiuta di insistere nell’impresa, contemplerà con tristezza la fine del mondo amato.

“Una splendida aubade” è la definizione di Henry de Montherlant. E in effetti, al dilà della banale e ideologica postfazione dell’edizione italiana, l’opera è un omaggio alla cultura classica, i suoi filosofi, i suoi poeti, i suoi storici, i suoi oratori, le sue intuizioni religiose; inevitabilmente nelle parole di Giuliano, Prisco e Libanio il cristianesimo risulta una “follia per i gentili”, e le polemiche dottrinali  qualcosa di incomprensibile (un appunto: l’immacolata concezione non è il concepimento verginale! una gaffe imperdonabile). Una folla di personaggi storici, pagani e cristiani (fra questi ultimi Basilio di Cesarea, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo), romani, greci e barbari è fatta rivivere con uno stile che avvince e tiene sempre desto l’interesse.   

 

Louis de Wohl, Attila the Hun, 1949, tr. it. AttilaLa tempesta dall’Oriente, 2010

Con un largo ricorso alla fiction, l’autore  pone fortemente l’accento su una storia di amore fra Etel (non ancora Attila, il “piccolo padre” del suo popolo) e Onoria, sorella del giovane imperatore Valentiniano III, che ha origine ad Aquileia dove Etel si trova come ostaggio.  Onoria rimane incinta, ma Etel fugge prima di sapere del bambino: il parto avviene di nascosto, il bambino è sottratto alla madre e Onoria chiusa in un  convento a Costantinopoli. Lo spunto storico di questa lovestory è la reiterata richiesta di Attila di aggiungere al suo harem la sorella dell’imperatore, con una parte dell’impero in dote: del resto già la madre di Onoria, Galla Placidia, era stata sposata col re dei Visigoti. Ma l’unione richiesta non fu ottenuta.

La vicenda amorosa, mai più realizzata, percorre tutto il libro: col desiderio di Attila di avere un figlio veramente degno, con le manovre di Onoria per avere contatti con l’amante, fino ad un tragico episodio che determina la morte di Onoria e alla lunga anche quella di Attila (un topos romanzesco alla Nicholas Nickleby di Dickens). Topica è anche la crudeltà violenta e inesausta di Attila e dei suoi. Figure emergenti sono Galla Placidia, donna forte e dominatrice nel bene e nel male, e naturalmente papa Leone, il cui incontro con Attila è posto in forte risalto; in secondo piano altri personaggi, compreso Aezio, il vincitore ai Campi Catalaunici (la stessa battaglia è appena accennata).

 

Michelle Loi, Attila mon ami. Mémoires d’Aetius, Parigi, 1997

L’autrice, una sinologa che ha dedicato la maggior parte delle sue opere al poeta cinese novecentesco Luxun (Lu Xun), affronta in questa un tema particolare: l’autobiografia del generale romano-pannonico Aezio, dedicata al figlio Gaudenzio e incentrata soprattutto sui suoi rapporti col sovrano degli Unni. La finzione è spinta fino alla definizione dell’autrice come editrice critica e commentatrice (texte établi et annoté par): tuttavia l’epilogo post mortem esce inevitabilmente dalla fiction.

Risulta chiaro che tutto il testo è una difesa: una difesa di Attila, il suo carattere, la sua cultura, le sue giuste ragioni, i suoi matrimoni e i rapporti familiari, la sua moderazione rispetto ad altri barbari, la sua religiosità pagana legata alle tradizioni del proprio popolo anche dopo l’incontro (e il rifiuto) di altre religioni. Ma anche un’autodifesa:  dell’intero operato politico-militare di Aezio, sempre contrastato e incompreso, sempre leale a entrambe le parti dell’impero, abile nella strategia e nelle alleanze, preveggente, corretto fino a combattere e sconfiggere l’antico compagno (Aezio da ragazzo era stato ostaggio degli Unni, poi Attila stesso era stato ostaggio dei Romani) ma disposto, con giuste motivazioni,  a lasciarlo partire dopo la sconfitta.

L’insieme risulta forzatamente agiografico nello sforzo di rivalutazione del re unno ed estremamente lamentoso nell’apologia di se stesso: quindi alla fin fine un po’ monotono. Si aggiunga che la stesura è piuttosto frettolosa, con diverse sviste (confusione di parentele, qualche errore di date o nomi di luoghi, ripetizioni di informazioni nelle note, il titolo dell’opera di Salviano indicato per due volte come De gubernatore Dei invece che De gubernatione Dei). Tuttavia ci sono dei pregi: la descrizione della battaglia dei Campi Catalaunici è attraente, così come il lento ritiro dei diversi contingenti alleati dalle vicinanze del campo in cui Attila sta per uccidersi con tutti i suoi. La rilettura del tardoantico (come è per le biografie di Stilicone e di Galla Placidia nell’altra parte di questa rubrica, di Giuliano in questa) serve comunque sempre a suscitare curiosità e a spingere ad approfondimenti. Il ruolo degli uomini e donne “vestiti di bianco”, santi, e sante, vescovi e papi, nella salvezza di ciò che resta dell’impero, pur osservato con gli occhi scettici di Aezio e dell’autrice, colpisce e interessa.  

 

Louis de Wohl, The Restless Flame, 1979, tr. it. Una fiamma inestinguibile. L’avventurosa vita di sant’Agostino, 2015

L’autore, già noto in questa rubrica per le biografie romanzate di s.Elena e Attila, ha per la biografia di Agostino un vantaggio che non possedeva per quelle citate e le molte altre sue opere, cioè la possibilità di utilizzare il diario spirituale del suo personaggio, le Confessioni. Pur ricreando liberamente situazioni e figure, de Wohl segue il percorso tracciato da Agostino stesso, giungendo fino al battesimo e alla morte di s.Monica. Terminata la traccia dell’autobiografo, l’opera avrebbe dovuto utilizzare molte altre fonti e divenire più complessa e rischiosa. De Wohl invece sceglie sostanzialmente di interrompersi: infatti l’ultimo libro salta gli eventi dal 387 al 428 e riprende a ridosso della morte del santo e dei drammatici eventi dell’invasione vandalica. Si rimpiange un po’ di non avere un quadro più ampio degli anni del sacerdozio e dell’episcopato di Agostino, gli anni delle sue opere teologiche.  Comunque il quadro delineato della vita politica ed ecclesiastica dell’epoca è di grande interesse. Curioso il fatto che molto è osservato con gli occhi ammirati e un po’ ingenui di Alipio, personaggio presentato in una veste così inferiore, quasi succube, rispetto al grande amico, che ci stupiamo di ritrovarlo primate di Numidia.