Beethoven e Prometeo
di M. Morani
Il nome di Prometeo ricorre esplicitamente almeno due volte nel catalogo delle opere di Beethoven, ma il riferimento al motivo prometeico è implicito in almeno un'altra opera.
Il riferimento più importante è quello dell'Op. 43, la musica per il balletto Le creature di Prometeo elaborato e messo in scena dal coreografo italiano Salvatore Viganò. Il soggetto della rappresentazione (della cui coreografia nulla ci è rimasto) è brevemente riassunto nel seguente argomento:
La base di questo balletto allegorico è la favola di Prometeo. I filosofi greci la spiegarono nel senso che si tratti di uno spirito sublime che, al suo tempo, trovò gli uomini nello stato di ignoranza, li affinò con le scienze e con le arti e dettò loro delle leggi. Muovendo da questi principi, nel presente balletto su rappresentano due statue animate che, grazie alla potenza dell'armonia, sono rese accessibili a tutte le passioni della vita umana. Prometeo le conduce sul Paranso, per farle istruire da Apollo, il dio delle Arti Belle; Apollo ordina ad Anfione, ad Arione e ad Orfeo di far loro conoscere l'arte musicale, a Melpomene e a Talia la tragedia e la commedia, a Tersicore e a Pan la danza pastorale, della quale sono gli inventori, e a Bacco la danza eroica che è la sua invenzione.
Il balletto fu rappresentato a Vienna al Burgertheater il 28 marzo 1801. Della musica fu pubblicata nel 1802 una riduzione per piano, fatta dallo stesso Beethoven e dedicata alla principessa Lichnowski, mentre la sola Ouverture fu pubblicata nel 1804 col titolo in italiano Gli uomini di Prometeo, che era il titolo originario del brano, successivamente cambiato, al momento della rappresentazione, col titolo rimasto poi definitivo Le creature (die Geschöpfe) di Prometeo.
Il balletto ispirato
al Prometeo proponeva la collaborazione di due tra i più illustri personaggi
dell'epoca, entrambi noti e apprezzati nell'ambiente viennese. Il napoletano
Salvatore Viganò (Napoli 1769-Milano 1821), nipote del compositore Luigi
Boccherini, aveva esordito giovanissimo sulle scene a Roma e aveva ottenuto
grande fama in Italia e all'estero; conobbe a Madrid Jean Georges Noverre, ed ebbe una parte importante anche nel processo di riforma
del balletto che questi aveva iniziato, proponendo un ritorno alla pantomima
degli antichi, anzi ne perfezionò in buona parte le
idee, dando vita al coreodramma, una forma perfezionata di ballet d'action,
una pantomima danzata che privilegiava mimo e azione, rispettando però le
esigenze della musica. L'esito di questa collaborazione tra il più noto
coreografo e uno dei più apprezzati musicisti del tempo fu complessivamente
deludente. I recensori viennesi accolsero in modo molto tiepido la musica di Beethoven, e un recensore ne criticò il carattere "eccessivamente erudito";
anche il grande Haydn, autorità indiscussa dell'ambiente musicale viennese, al
quale Beethoven aveva sottoposto la sua partitura, diede un giudizio piuttosto
freddo, e la situazione non migliorò successivamente, perché la critica musicale
è stata generalmente piuttosto severa, fin ad oggi, col balletto beethoveniano.
Lo stesso Viganò non dovette essere soddisfatto dell'esito, se poco
più di una decina d'anni dopo, nel 1813, rimise in scena a Milano (al Teatro
Carcano) una seconda versione del balletto, utilizzando come sfondo musicale
brani tratti da opere di vari musicisti (Mozart, Haydn, Rossini). La nuova
rappresentazione ebbe comunque uno straordinario successo di pubblico, come ricorda anche
Carlo Porta nelle Olter desgrazi del Giovannin Bongee:
El correva a la Scala tutt Milan
E vegnevan giò a tropp de là e de scià
I forestee de tante mia lontan.
[Offriamo la traduzione per i lettori "forestieri": Correva alla Scala tutta Milano, e venivano a truppe di qua e di là i forestieri lontani di molte miglia].

Dell'Op. 43 di Beethoven la quasi unanimità dei critici
dà un giudizio piuttosto negativo: la musica
del balletto è ritenuta in genere ripetitiva e in ultima analisi monotona
(soprattutto la seconda parte). A noi questo giudizio pare un po'
troppo sommario. Certo la musica del Prometeo non ha l'intensità e la
ricchezza di tante composizioni di Beethoven assai più ispirate. Ma, come dice
A. Bruers nel suo catalogo delle opere beethoveniane (Beethoven, Roma
1951, p. 151), "il fatto di godere ospitalità nella casa del miliardario
Beethoven non autorizza a disprezzare i singoli biglietti da mille". Si deve
tenere conto del fatto che la musica era destinata a fare da sfondo a un'azione
drammatica, e quindi doveva tenere conto delle esigenze sceniche, facendosi
ancella di queste e rispettando i tempi della scena. Questo impediva sicuramente alla fantasia beethoveniana di dare pienamente corso alla sua
genialità: Beethoven si è in
certo modo accontentato di scrivere una musica un po' di routine, senza quelle
invenzioni che profondeva a piene mani nelle sue composizioni maggiori
(avrà anche pensato che il pubblico era più interessato a seguire le spalle nude
e i lunghi capelli neri di Maria Cassentini, l'affascinante prima ballerina
della Corte di Vienna, che non la sua musica), ed è vero che le parti più
interessanti del balletto (in tutto 16 numeri) sono quelle in cui la musica non
è a servizio della scena, come la brillante Ouverture. Va anche detto che, nonostante tutto, la musica
del balletto offre una quantità insospettata di situazioni e di stili diversi,
da brani che rievocano la musica di Mozart a passaggi che starebbero bene in
un'opera italiana. Ed è anche vero che nella strumentazione si ha uno
sperimentalismo che porta a soluzioni inconsuete e di grande interesse. In diversi
passaggi del balletto fanno la loro comparsa strumenti che Beethoven non aveva
mai usato e non userà mai più (come l'arpa o il corno inglese) e si hanno
passaggi
solistici e dialoghi strumentali nuovi e spesso molto felici
(basti citare l'Adagio, n. 5, del secondo atto, in cui flauto,
clarinetto, fagotto e un violoncello solista intonano un motivo di danza in 6/8
,
o i passaggi solistici di oboe e corno di bassetto nell'Andante-Allegro n.
16
). Se, presa in sé, la
musica del balletto non raggiunge quasi mai le vette musicali che ci
aspetteremmo da Beethoven, è anche vero che spesso essa lascia presagire
soluzioni e passaggi che appariranno pienamente compiuti in opere successive. Ad
esempio l'Introduzione che collega l'Ouverture col n. 1 (Poco
adagio) e che evoca la tempesta durante la quale si compie la punizione di
Prometeo è un po' la prova generale della tempesta descritta nella Sesta
sinfonia.
Ma il punto su cui vorremmo soffermarci è un altro.
Il balletto si conclude con un gioioso rondò in mi bemolle maggiore, il cui tema
fondamentale ha una storia tutta particolare nell'ambito della produzione
beethoveniana
. Si tratta di un tema a cui Beethoven sembra essere
particolarmente legato. Lo si trova utilizzato nella settima delle
Controdanze per piccola orchestra a cui è stato assegnato il numero WoO 14
nel catalogo aggiuntivo delle opere
: si tratta di una
serie di brevi composizioni occasionali (come risulta anche dal fatto che non
furono inserite dall'autore nel catalogo delle opere): non si sa bene in quale
periodo esattamente composte queste controdanze, ma sono da considerare
presumibilmente giovanili. Pur essendo difficile stabilire
l'esatta cronologia, e quindi l'eventuale priorità nell'uso del tema nell'una
piuttosto che nell'altra composizione, è rilevante come il tema si presenti qui
in una forma priva di qualsiasi coloritura eroica, con un aspetto per così dire
familiare, se non dimesso. Tuttavia la linea iniziale di sviluppo del tema
rimarrà immutata, e anche la tonalità di mi b maggiore si ritroverà nel finale
dell'Eroica. Il tutto dimostra come per Beethoven non sia tanto il tema
in sé ad essere importante, quanto il contesto armonico e compositivo in cui
esso si inserisce: da una semplice movenza il compositore saprà trarre una serie
di conseguenze progressivamente sempre più approfondite, sviscerando tutte le
potenzialità espressive insite nella cellula originaria, fino alla grandiosa
costruzione della Sinfonia Eroica. Del resto il tema stesso potrebbe non
essere una invenzione originale beethoveniana, in quanto sembra a sua volta la
reminiscenza di un tema di una sonata di Muzio Clementi per pianoforte a
quattro mani. Ma, più che le Controdanze, un'opera minore e poco nota del
repertorio beethoveniano, vale la pena ricordare l'uso che Beethoven fa di
questo tema nelle Variazioni per pianoforte op. 35, pubblicate nel 1803.
La tonalità è la stessa. Si tratta di quindici variazioni in cui il tema viene
esplorato in tutte le sue potenzialità, arricchito, variato nel ritmo, immerso
in un ambiente armonico continuamente cangiante, utilizzato in un breve episodio
fugato. La cosa interessante è che, mentre nel finale del Prometeo il
tema appare nella sua forma definitiva fin dall'inizio del brano, qui al tema
fondamentale si arriva progressivamente: all'inizio si trova una specie di
introduzione, in cui si ha il prevalere di un tema secondario
, nato praticamente
da un arpeggio sull'accordo di tonica (sempre mi bemolle maggiore). Questo tema secondario non è nient'altro che il basso del tema
fondamentale. Si crea così una dialettica del tutto singolare tra il tema e il
suo basso, e il tema fondamentale appare nel corso della composizione come una
conquista
, germinata quasi spontaneamente dall'ambiente armonico. Se il tema nel finale del Prometeo aveva una dimensione un po' statica (in parte
anche dovuta alla forma di rondo, ove il continuo riapparire del motivo
fondamentale non favorisce la possibilità di uno sviluppo pienamente compiuto
del tema), qui lo sviluppo a cui è sottoposto diventa addirittura
imponente: l'idea fondamentale è scandagliata in tutte le sue straordinarie potenzialità, con
una fantasia potente e pressoché inesauribile
.
Ma le variazioni op. 35 costituiscono la premessa
per il'ulteriore e definitiva elaborazione del tema, che si avrà nel finale (Allegro molto) della Sinfonia n. 3 op. 55 "Eroica", ove il
tema prometeico è nuovamente utilizzato, e in una dimensione ancora nuova e più
ricca di idee.
L'idea che sta alla base dell'op. 35, cioè il comparire del tema fondamentale
solamente nel corso del brano, qui è ripresa in modo ancora più ampio. Dopo una
cascata di semicrome proposta dagli archi
, subito il tema secondario, a note vuote, si
preannuncia, proposto dal pizzicato degli archi
, e subito dopo si ha una
ripetizione in cui alla nota vuota degli archi (non è chiaro se ancora pizzicato
o meno, il testo presenta qualche aspetto problematico) segue, come eco, la
ripetizione della nota da parte dei legni
. Il tutto termina con un imperioso
stacco sulla dominante
. Subito dopo il
tema secondario si ripresenta, questa volta a note piene, col contorno di un
ambiente sonoro nuovo che preannuncia nuove possibilità di elaborazione
. Seguono infatti alcune brevi variazioni
(seguendo in buona parte fedelmente il procedimento già usato nell'Op. 35), in cui sulle note del tema
secondario si sovrappongono linee melodiche sempre diverse
,
quasi il tentativo di generare dal basso un qualcosa di adeguato, fino al
raggiungimento dell'esposizione completa del tema fondamentale, che alla fine
entra in scena carico di gioiosità e di vigore
. Anche qui dunque il motivo
fondamentale appare non come un dato, ma come una conquista, che matura via via
nello svolgimento del discorso musicale. Il modo in cui esso appare è la
migliore documentazione dell'inesauribile genialità beethoveniana: mentre il motivo è esposto dal I oboe (con la collaborazione del I clarinetto e del
I fagotto), i primi violini si lanciano in una scorribanda di semicrome, e il
tema secondario è esposto in due linee sovrapposte: il pizzicato di
violoncelli e bassi che lo espongono a note vuote, e la linea dei corni e del secondo fagotto, che lo espongono a note piene! Poi il motivo passa ai primi
violini e le viole, che lo riprendono in forte, in un episodio caratterizzato
da una allegria incontenibile. Il successivo sviluppo produce un
incalzare di idee e di situazioni quanto mai varie, col motivo che passa
festosamente da uno strumento all'altro e, come se si rifrangesse attraverso un
prisma, assume fisionomie continuamente rinnovate
. Il seguito del
movimento presenta una sempre più stretta dialettica tra motivo principale e
motivo secondario, che spesso si alternano tra di loro o si presentano insieme,
con esiti di volta in volta inattesi, dall'episodio fugato
al ritmo di
marcia
, dal presentarsi
con carattere flebile o dimesso (in minore) fino allo spezzettarsi del tema in un'esplosione baldanzosa
. Al termine
dell'episodio, dopo una nuova esposizione del tema fondamentale a piena
orchestra in ff seguito da una breve coda, l'orchestra si raggruppa progressivamente sull'accordo di settima
dominante, dove sosta a lungo in un pieno orchestrale sf
. In luogo
dell'attesa cadenza troviamo la ripresa del motivo fondamentale a un
ritmo considerevolmente più lento (nonostante la dizione Poco andante),
esposto prima dai legni (salvo i flauti) poi dagli archi (a cui si aggiungono i
corni con la loro sonorità)
; dopo un breve sviluppo, troviamo nuovamente il tema
in fortissimo con una straordinaria tensione drammatica: ora è
affidato a violoncelli, contrabbassi, clarinetti, fagotti e primo corno, mentre
gli altri corni, flauti, oboi, trombe e timpani continuano a ribadire la
dominante entrando sul secondo ottavo della battuta in 2/4 e violini e
viole si producono in terzine di semicrome
. Alla piena sonorità dell'episodio
succede un passaggio di grande intensità
(in cui non
mancano reminiscenze, nemmeno tanto velate, di alcune di movenze del secondo
movimento, la Marcia funebre
), a cui segue il Presto finale,
ove una cascata di semicrome (che rievoca la movenza iniziale del movimento)
porta quasi immediatamente all'ultima ripresa, con una leggera
variazione ritmica che non impedisce però di afferrare chiaramente l'identità
del tema
,
e il movimento si conclude con una cadenza molto prolungata (cosa inusuale nelle
sinfonie di Beethoven), ad esprimere una
incontenibile allegria e il raggiungimento dell'ideale
.
Ideale prometeico e ideale eroico si saldano e dànno vita a uno dei più straordinari brani musicali di tutto il repertorio beethoveniano e di tutti i tempi.
Nelle figure. 1. Ritratto d'epoca di Salavtore
Viganò. 2. Bozzetto di S. Fiume per il balletto Prometeo di Beethoven,
portato in scena al Teatro alla Scala di Milano nel 1952.
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