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aggiornamento 27 aprile 2010


Il vecchio continente
è ormai proprio
decrepito
e, come tanti vecchi,
purtroppo soffre di
amnesia
La nuova
Costituzione ha dimenticato gli elementi più preziosi e prestigiosi
dell'identità culturale europea, gli elementi che definiscono l'Europa come
tale: le radici cristiane e l'eredità greco-romana (la definizione di democrazia
tratta da Tucidide è stata eliminata dal preambolo). Non vogliamo commentare
questa decisione: è difficile dire se quella che emerge da questo lungo
travaglio, frutto di compromessi tra spinte contrastanti, è l'immagine di
un'Europa senza passione culturale o di un'Europa giacobina che ritiene di
trovare la linfa dei suoi valori nell'Illuminismo e nelle parole d'ordine della
rivoluzione francese. Certo è un'Europa con un respiro culturale assai modesto,
è un'Europa di mercanti e di banchieri, e (con tutto il rispetto per queste
categorie, che pure hanno avuto delle benemerenze di fronte alla storia) questo
non ci basta. Torneremo sulla questione in modo più ponderato nei prossimi numeri di
Zetesis. Qui ci limitiamo a riferire alcune opinioni "a caldo" seguite
all'approvazione del Trattato.
Leggi l'editoriale di Zetesis 1/2003, che
affrontava questa stessa tematica
La vibrata
reazione di Giovanni Paolo II
CITTA' DEL VATICANO -
"Non si tagliano le radici dalle quali si è nati". Con forza e visibilmente
irato il Papa, parlando in polacco, ha criticato la non menzione delle radici
cristiane nella Costituzione europea.
"Ringrazio la Polonia - ha detto il Papa in polacco, salutando un gruppo di
suoi connazionali radunati in piazza san Pietro per l'Angelus - che nelle
istituzioni europee ha difeso fedelmente le radici cristiane del nostro
continente, dalle quali è cresciuta la cultura e il progresso civile dei nostri
tempi".
"Non si tagliano le radici dalle quali si è nati", ha concluso con forza e
accento esclamativo. Giovanni Paolo II sembrava parlare a braccio.
(Notizia ANSA)
Niente radici cristiane nella Costituzione
Il rammarico di Giovanni Paolo II
"Non si tagliano le radici dalle quali si è nati". Lo dice in polacco, alla fine
della preghiera domenicale, improvvisando dalla finestra di piazza san Pietro
quando tutti non se l'aspettano più. Che cosa pensasse Giovanni Paolo II di una
costituzione europea mutilata del riferimento alle radici cristiane dell'Europa
era facile immaginarlo. Due anni e mezzo di appelli e di lavorio diplomatico per
evitare la nascita di una Europa senz'anima, secondo la definizione di Giovanni
Paolo II, parlavano chiaro. E se non fossero bastati c'era stato, a costituzione
appena approvata, il commento del direttore della sala stampa vaticana, Joaquim
Navarro Valls, che aveva espresso il rammarico della santa sede per
l'opposizione di alcuni governi al riconoscimento esplicito delle radici
cristiane dell'Europa. Un dito puntato contro Svezia, Finlandia, e gli ancor più
colpevoli, perché paesi di tradizione cattolica, Belgio e Francia. Si tratta -
aveva precisato Navarro - di un misconoscimento dell'evidenza storica e
dell'identità cristiana delle popolazioni europee. Insomma un errore secondo il
Vaticano, una miopia grave, appena mitigata dall'apprezzamento per
l'approvazione di un articolo, il 51, a favore dello status delle chiese nelle
differenti dimensioni nazionali. C’era l'attesa di una parola diretta del Papa,
ma Giovanni Paolo secondo ha tirato dritto, parlando prima dei rifugiati e
salutando poi i gruppi di pellegrini presenti in piazza. Un silenzio pesante e
già significativo. Solo in polacco c'era ancora qualcosa da dire. Improvvisando
a braccio Giovanni Paolo II ha ringraziato la Polonia, capofila dei sette paesi
che non hanno risparmiato sforzi a favore del riconoscimento, per aver difeso
davanti alle istituzioni europee le radici cristiane del vecchio continente. E
lanciato il suo monito a tutti gli altri: Non si tagliano le radici dalle quali
si è nati.
(dal sito di Tg5)
Il documento ufficiale della Santa Sede
1) I mezzi di comunicazione sociale hanno riferito circa l'adozione per
consenso, a Bruxelles, del trattato costituzionale europeo, da parte dei Capi di
Stato o di Governo dei 25 Stati membri.
La Santa Sede esprime soddisfazione per questa nuova ed importante tappa nel
processo d'integrazione europea, sempre auspicata ed incoraggiata dal Romano
Pontefice.
2) È anche motivo di soddisfazione l'inserimento nel trattato della disposizione
che salvaguarda lo status delle confessioni religiose negli Stati membri ed
impegna l'Unione a mantenere con esse un dialogo aperto, trasparente e regolare,
riconoscendone l'identità ed il contributo specifico.
3) La Santa Sede non può tuttavia non esprimere rammarico per l'opposizione di
alcuni Governi al riconoscimento esplicito delle radici cristiane dell'Europa.
Si tratta di un misconoscimento dell'evidenza storica e dell'identità cristiana
delle popolazioni europee.
4) La Santa Sede esprime vivo apprezzamento e gratitudine a quei Governi che,
nella consapevolezza del passato e dell'orizzonte storico in cui prende forma la
nuova Europa, hanno lavorato per dare concreta espressione alla sua riconosciuta
eredità religiosa.
Né va dimenticato il forte impegno profuso da varie istanze per far menzionare
il patrimonio cristiano dell'Europa in tale trattato, stimolando la riflessione
dei responsabili politici, dei cittadini e dell'opinione pubblica su una
questione non secondaria nell'odierno contesto nazionale, europeo e mondiale.
Dal Vaticano, 19 Giugno 2004
(dal Sito Ufficiale del Vaticano)
Il comunicato
della Presidenza della Conferenza Episcopale Polacca
Accogliamo questo
fatto [del mancato inserimento delle radici cristiane nel preambolo della
Costituzione europea] con sdegno come una falsificazione della verità storica,
una consapevole emarginazione del cristianesimo che per secoli è stato e
continua ad essere la religione di una parte decisiva degli europei. Il laicismo
ideologico che ha trovato la sua manifestazione nelle prese di posizione di
alcuni governi europei suscita la nostra ferma opposizione e una proeccupazione
per i destini futuri dell'Europa. Di fronte a questa situazione esortiamo tutti
gli uomini di buona volontà a riflettere sul futuro di un'Europa costruita con
l'omissione dei valori fondamentali.
Alcune
affermazioni dell'allora Cardinale Ratzinger (oggi Papa Benedetto XVI)
Il
Cardinale Joseph Ratzinger si è detto contrario all'ingresso della Turchia
nell'Unione Europa. «Nella storia, la Turchia ha sempre rappresentato un
continente diverso, in permanente contrasto con l'Europa», ha dichiarato il
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede in un'intervista al
settimanale allegato a "Le Figaro". «Sarebbe un errore rendere uguali i due
continenti, significherebbe una perdita di ricchezza, la scomparsa della cultura
in favore dei benefici in campo economico». Il cardinale è tornato poi a
stigmatizzare il fatto che nella Costituzione europea non si accenni alle radici
cristiane del Vecchio Continente. «Dovremmo continuare a discuterne», ha detto,
«perché credo che dietro all'opposizione» di alcuni paesi a inserire un
riferimento «si nasconda un odio che l'Europa ha verso sé stessa e la sua grande
storia».
(da Avvenire, 13
agosto 2004)
L'opinione di
alcuni cristiani impegnati ...
... Giorgio
Vittadini, che ha creato la Compagnia delle Opere (vicina a CL) e ora è
presidente della Fondazione per la Sussidiarietà si spinge più in là: "Se ci
sarà il referendum voterò contro: il problema non è il preambolo, ma tutta la
Costituzione, voluta dalla massoneria internazionale e scritta da quel
nazionalista imperialista che è il presidente francese Chirac. Perché non ha
messo al centro l'uomo, ma solo i meccanismi che consentono di conservare il
potere a un gruppo ristretto".
Luigi Bobba
delle Acli insiste sul fatto che "l'affermazione dell'identità non è la
negazione del dialogo, anzi il suo presupposto". Che "non si tratta di
confessionalismo, ma solo di riconoscere la storia". (...)
Mario Marazzitti
ricorda che la "Comunità di Sant'Egidio ha più volte invitato a considerare
l'esplicito riferimento alle radice cristiane e alla tragedia della Shoah, come
a fatti decisivi per la Costituzione europea". Ora però "sta a noi vivere in
profondità quei valori spirituali e umani a cui l'Europa non può rinunciare". Un
appello lanciato recentemente durante il meeting dei movimenti cristiani a
Stoccarda: cattolici, protestanti e ortodossi per la prima volta insieme,
proprio alla ricerca di "un'anima per l'Europa"
(Corriere della Sera,
21 giugno 2004)
... e quella di
alcuni musulmani che vivono in Italia
Khaled Fouad Allam, professore di Islamistica
all'Università di Trieste
Ma c'è anche qualcosa di più profondo, che ha segnato in modo indelebile questo
continente le cui frontiere culturali sono molteplici ma in cui riconosciamo
un'unica essenza, che difficilmente si riesce ad elaborare razionalmente in modo
univoco ma che è presente nel cuore più profondo dell'essere europeo: la
passione per la libertà - ovvero le passioni democratiche – e il sentirsi
partecipi di una storia comune, che ha fatto del cristianesimo il punto focale
intorno cui l'Europa si è definita. È così che ci si commuove dinanzi a un
Cristo di Cimabue o ci si sente incantati dalle Madonne rinascimentali, che ci
si sente travolti all'ascolto di un mottetto di Bach o del Requiem di Mozart.
Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza quel debito. L'Europa è debitrice
verso il cristianesimo: perché, che lo voglia o no, esso le ha dato forma,
significato e valori. Rifiutare tutto ciò significa, per l'Europa, negare se
stessa.
La questione delle radici cristiane d'Europa, in un momento in cui tutti parlano
di eterogeneità delle culture e di multietnicità, suscita altre problematiche:
come accogliere l'altro se si nega se stessi? Come saldare un patto fra le
comunità umane se l'Europa rifiuta di riconoscersi? Le radici affondano nella
terra, dove incontrano e incontreranno altre radici. Se le radici del
cristianesimo affondano nel mondo ebraico e in quello greco, oggi esso incontra
l'islam, domani l'Asia e l'Africa.
L'incontro è possibile soltanto se si è consapevoli delle proprie radici.
Pensare alle radici d'Europa significa pensare ai possibili, a volte inediti,
prolungamenti del continente. Oggi l'America, la Cina, l'Africa ci interrogano,
ognuna con le proprie radici fatte di dolore e di speranza, mentre in terra
d'Europa l'inquietudine ha già preso forma e si sta diffondendo. L'Europa,
faccia a faccia con se stessa, è ricca di saperi ma restia ad accettarsi. Ma per
me essa rappresenta l'albero d'ulivo che nel Corano, al versetto 35 della Sura
della Luce, è "né d'oriente né d'occidente".
(dall'intervento riportato in www.emilianet.it)
Magdi Allam,
vicedirettore del "Corriere della Sera"
Cosa pensa un islamico
della richiesta di inserire le radici giudaico-cristiane nella Costituzione
europea?
“Posso dire ciò che
penso io, e credo sia un’opinione condivisa da chi desidera un’Europa forte
anche sul piano religioso. Sono favorevole, perché soltanto chi ha un’identità
forte e completa può aprirsi agli altri. Viceversa le conseguenze sono negative
per tutti. In Italia ad un islamico non viene concessa la cittadinanza prima dei
18 anni, e diventare maggiorenne potrebbe non bastare. Si determina così una
smagliatura pericolosa nell’identità di un individuo.”
(dall'intervista
rilasciata nel corso del Meeting per l'amicizia fra i Popoli del 2004 e
pubblicata su
Corriere Meeting; la conversione di Magdi Allam al Cristianesimo è avvenuta in
un momento successivo)
Reazioni del mondo
politico: il Presidente del Senato Marcello Pera
"No, non è questa,
non è ancora questa l'Europa dei Padri. Quella era una comunità spirituale, di
valori, di civiltà. La nostra è una comunità di libero mercato, entro i suoi
confini, di sicurezza". Marcello Pera, partecipando a Berlino a una conferenza
sulle figure di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, avverte che "C'è ancora
molto da fare" per arrivare a quell'Europa che i Padri (il presidente del Senato
cita anche Robert Schuman) avevano in mente.
La seconda carica dello Stato parla nella sala plenaria del bundesrat
sottolineando i risultati ottenuti ma anche le mancanze dell'Unione europea e
ponendo come punto di riferimento soprattutto le intuizioni di Alcide De Gasperi.
Marcello Pera ricorda come per De Gasperi "la vera funzione dell'Europa non era
militare, bensì politica, morale e spirituale". Per il Presidente del Senato
l'idea dell'Europa concepita dai "padri fondatori" è quella di "un'Europa della
civiltà cristiana. Cristiane, sosteneva De Gasperi, sono le radici culturali
dell'Europa" ricorda Pera, "cristiana secondo De Gasperi è la democrazia",
"cristiano, infine, l'occidente, compresa l'America" aggiunge il Presidente del
Senato, che parla di un'Europa così come immaginata da De Gasperi, Adenauer e
Schuman "cristiana, ma non monolitica" in quanto "non esiste un pensiero
dominante", non il liberalismo - sostiene il Presidente del Senato ricordando
ancora le parole di De Gasperi -, non il socialismo e neppure il cristianesimo.
La seconda carica dello Stato si pone, quindi una domanda: "questa nuova Europa,
per cui De Gasperi si batté fino all'ultimo, è la stessa che abbiamo
realizzato?". La risposta è affermativa se si considera "che i nostri governi
hanno sottoscritto un trattato costituzionale europeo. Ma se si guarda piu' a
fondo - dice Pera - dobbiamo avere la forza e il coraggio di dire che le cose
non stanno esattamente così".
Per il Presidente del Senato "i padri avevano in mente l'Europa come 'unica
comunità di sicurezza', con un solo esercito, la situazione - continua - ancor
oggi è del tutto diversa. Né in politica estera, né nella politica di difesa
l'Europa parla con una sola voce e intende farlo, come da ultimo mostrano anche
le divergenze sulla riforma dell'Onu".
La seconda carica dello stato sottolinea come "i padri avevano in mente l'Europa
come 'unica comunità politica'.
Ancor oggi non è così. La nostra Europa - riflette il presidente del Senato - è
un grande spazio economico, ma resta divisa su questioni fondamentali, mentre
riaffiorano divergenze anche fra i sei paesi fondatori, nascono alcune
tentazioni egemoniche, si manifestano perplessità sull'allargamento e, oggi come
50 anni fa, c'è ancora il timore che il trattato costituzionale non venga
ratificato da tutti i paesi".
Marcello Pera inoltre osserva come "i Padri avevano in mente un'Europa Federale
e identitaria. Le desolanti polemiche, prima, e il rifiuto, poi, del richiamo
alle radici cristiane nel preambolo del trattato indicano che siamo ancora
lontani da questo obiettivo". Infine - dice Pera - De Gasperi, Adenauer e
Schuman "avevano in mente un'Europa come parte della stessa 'civiltà
euro-atlantica'".
(Notizia AGI)
Reazioni dal mondo
politico: Alleanza Nazionale
Roma. "Un grave tributo è stato pagato alle culture solo esclusivamente
illuministiche omettendo nel preambolo della costituzione il riconoscimento
dovuto e storico delle radici cristiane dell'Europa". Lo afferma Roberto
Salerno, senatore di An, che si associa al rammarico del vice presidente del
Consiglio Fini e di altri colleghi di partito di Alleanza nazionale che "non
hanno visto il giusto premio ai tanti sforzi compiuti affinché questo
riconoscimento fosse inserito". "Grave quindi il mancato riconoscimento anche
in termini culturali -conclude- Auspico infine che vi sia ancora nel tempo
l'occasione di porre rimedio"
(Notizie Adnkronos)
Reazioni dal mondo
politico: il ministro degli esteri Frattini
Tornando alle «radici
cristiane», il Vaticano ha «espresso rammarico»...
«E’ anche il nostro. Perché noi, più di altri Paesi, ci siamo battuti fino
all’ultimo per cambiare il testo del preambolo. La nostra proposta in extremis
era quella di aggiungere due sole parole: "notamment chrétienne
", "in particolare cristiana", subito dopo il passaggio che richiama
"l’eredità religiosa". Ma abbiamo incontrato un’opposizione pregiudiziale che
risponde a una concezione di laicismo invalicabile. Belgio, Francia, Finlandia
ci hanno fatto sapere che in nessun caso si poteva accettare la nostra idea,
salvo mettere a rischio l’esistenza stessa del preambolo».
(Corriere della Sera, 20 giugno 2004)
Reazioni dal mondo
politico: il ministro Buttiglione
"Un'Europa che non sa dire una parola forte sulla propria identità è un'Europa
che è ancora alla ricerca di se stessa. Nei paesi dell'Est, la battaglia contro
il comunismo e per la libertà è stata contemporaneamente una battaglia per
l'Europa ed una battaglia per l'identità cristiana della propria nazione e
dell'intero continente.
Questa Europa, che deve tanto alla predicazione di Giovanni Paolo II, non è
stata capace di raccogliere questa eredità e di proporla al mondo come segno di
speranza. In questo è l'incompiutezza del cammino". Così il ministro per le
politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, in un'intervista a Radio Vaticana
commentando il via libera alla Costituzione europea venuto ieri da Bruxelles.
Per Buttiglione, quel mancato riconoscimento non deve pero' significare la fine,
tutt'altro: "Noi dobbiamo guardare a questo con serenità. Questo non è il
punto di arrivo del processo storico dell'unificazione europea, ci saranno altre
tappe". Piu' in generale, il ministro delle politiche comunitarie ritiene che la
Costituzione Ue così com'è stata definita "è un buon compromesso. Rimane,
infatti, un carattere costituzionale. Non ci si è allontanati troppo dal
risultato della Convenzione, quindi non è un semplice trattato fra gli stati.
È un documento che unisce i popoli con un patto fra cittadini, perche' è stato
redatto dai rappresentanti dei cittadini".
Quanto al sistema di voto adottato, Buttiglione sottolinea nell'intervista a
Radio Vaticana che esso "corrisponde allo stato attuale della situazione. In
molti casi è un compromesso migliorabile, nel senso che c'è la possibilità,
attraverso delle cosiddette passerelle, di passare da questo sistema ad un
sistema piu' efficace. Il passaggio pero' va deciso sulla base di un accordo
unanime dei partecipanti. Fa parte della natura di questo lavoro che prosegue,
che non è terminato, di cui questa Costituzione certamente rappresenta un passo
in avanti, un passo positivo, ma se ci si fermasse qui non sarebbe sufficiente".
(da www.agi.it)
C'è chi si
accontenta...
BRUXELLES - Nel
preambolo del Trattato costituzionale europeo non è stato inserito il
riferimento alle radici cristiane, nonostante le ripetute richieste di Italia,
Polonia e altri cinque paesi. Il testo definitivo è così quello proposto dalla
presidenza irlandese, da cui scompare anche la definizione di democrazia dello
storico greco Tucidide.
Nel primo paragrafo del testo finale -ampiamente rimaneggiato rispetto a quello
che era uscito dalla Convenzione- compare pero' un riferimento "all'eredità
culturale, religiosa ed umanistica dell'Europa". Romano Prodi, presidente
uscente della Commissione Ue, ha fatto osservare che il preambolo contiene "il
riconoscimento delle grandi radici religiose e culturali dell'Unione"; e poi
c'è l'art. 51 che "riconosce i diritti delle Chiese e il dialogo strutturale
fra le istituzioni europee e le Chiese". Secondo Prodi proprio l'art. 51 "è
una parte fondamentale della Costituzione" e il risultato raggiunto "è serio,
forte, anche se non è esattamente quello che avevo auspicato e sostenuto".
(Notizia ANSA)
... e c'è persino
chi si entusiasma
L'approvazione della
Costituzione è "un passo importantissimo" per la vita dell'Unione europea. Lo
ha sottolineato il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino che, parlando con i
giornalisti nel corso dell'inaugurazione della Fiera della Casa, ha fatto un
parallelo tra la nostra Magna carta e quella europea. "I valori della nostra
Costituzione - ha detto - sono ancora non soltanto capaci di governare l'attualità,
ma anche di segnare una prospettiva per il paese. Se la nuova Costituzione europea
sarà, come si avvia ad essere, all'altezza
dei valori di pace, di solidarietà e di integrazione tra i popoli,
significherà l'inizio di un periodo di pace e di sviluppo che spero non si
arresti mai".
(Notizia AGI)
E ancora: da un
editoriale di Ernesto Galli della Loggia
...Tra il
cristianesimo cattolico e i principi in cui si riconosce l' Europa come
istituzione esiste una incompatibilità sostanziale. Ma non è solo questione del
cattolicesimo, si badi: fino a prova contraria, infatti, disapprovazione
dell'omosessualità e concezione bisessuale del matrimonio sono comuni anche all'
ebraismo e all' islamismo. I Saint-Just in sedicesimo di Bruxelles hanno dunque
messo al bando d' un sol colpo né più né meno i tratti fondamentali dell'
antropologia dell' intero monoteismo. È questa la conclusione - non so se più
ridicola o agghiacciante - dell' incontrastata egemonia, culturale prima che
politica, che nel nostro Continente è sul punto di arridere ormai all' ideologia
del politicamente corretto. Ciò vale particolarmente per la socialdemocrazia e
per la sinistra in genere. Svaniti nell' ultimo trentennio tutti i suoi
tradizionali punti di riferimento (la centralità operaia e sindacale, il
maestoso welfare di un tempo, lo statalismo, perfino il comunismo), essa si
ritrova sospinta dallo spirito dei tempi tra i due fuochi dell' individualismo
libertario da un lato e del radicalismo movimentista dall' altro. A collegare i
due, l' ideologia per l' appunto del politicamente corretto. L' ideologia cioè
dell' obbligatorio e generale relativismo dei valori e della conseguente accusa
di intolleranza per chi obietta, della radicale delegittimazione per ciò che
riguarda i comportamenti personali di ogni vincolo rappresentato dalla storia e
dal passato culturale, la tendenziale riduzione a «diritto» di ogni inclinazione
o scelta individuali.
(Corriere della sera,
13 ottobre 2004)
... e da un editoriale
di Angelo Panebianco
La scristianizzazione
dell' Europa è un fatto. La testimoniano, in giro per l' Europa, i dati sulla
frequenza alle funzioni e le inchieste sulle credenze e gli atteggiamenti
morali. La prova definitiva del radicamento di un maggioritario pregiudizio
anticristiano è stata data dal rifiuto di inserire un riferimento alle radici
cristiane nel preambolo identitario del trattato costituzionale europeo. A parte
le Chiese cristiane, quasi nessuno protestò. (...) Perché in nome dei suoi
(nuovi) pregiudizi l'Europa arrivò al punto di cancellare una storia bimillenaria e di fingersi nata ieri (con l' illuminismo e la rivoluzione
francesi). Senza comprendere che rinnegare la propria storia significa negarsi
anche una credibile identità. La laicità delle istituzioni europee non sarebbe
stata compromessa da quel riferimento ma sarebbe stata rispettata la verità
storica. Senza la quale non ci può mai essere alcuna seria pretesa di identità.
(...) Resta però un interessante paradosso. E riguarda proprio i temi dell'
omosessualità e della famiglia. Il diffuso pregiudizio anticristiano vieta ai
cattolici di dichiararsi solidali con le posizioni della propria Chiesa su
questi temi. Nel frattempo, si è ormai accasato in Europa un islam militante che
su omosessualità, donne e famiglia dice cose terribili. Cose che la Chiesa non
sostiene più da tanto tempo. Ma l'Europa, in questo caso, finge di non sentire.
Scherzi (atroci) del relativismo culturale.
(Corriere della Sera,
16 ottobre 2004)
Dall'intervista a
una nota studiosa, Marta Sordi
Sguardi di
ammirazione e di stupore si sono colti fra i politici dell'intero continente
convenuti sul Campidoglio per la storica firma del Trattato. Forse qualcuno tra
quelli dell'Est vedevano Roma per la prima volta; ma più d'uno non può che aver
sentito di essere proprio sopra le radici d'Europa. Hanno firmato sotto lo
sguardo di due grandi Papi in bronzo, rinascimentali, su quel colle dove sorgeva
il tempio arcaico di Giove Capitolino, cuore della romanità; dove Marco Aurelio
filosofo e imperatore è ancora lì a cavallo; dove si affaccia la chiesa romanica
di Santa Maria in Ara Pacis; e la piazzetta nitida è di Michelangelo, la cui
arte è satura delle forme di Roma antica. Altro che «radici»: è un vecchio
tronco di tremila anni, ricco di innesti, e ancora vivo.
Radici romane o radici cristiane? Lo chiedo a Marta Sordi, la storica
della Romanità. E lei, pronta:
«Non c'è contraddizione: c'è innesto e reciproca, cordiale integrazione. Si
ricordi che Roma è già 'cattolica' prima di diventare cristiana».
In che senso?
Nel senso letterale: "cattolico" vuol dire universale, e l'antica Roma fu
proprio questo, l'integrazione di ogni popolo entro il diritto universale. E'
quel che distingue Roma dai Greci: per questi l'unità che contava era, come dice
Erodoto, essere dello stesso sangue, lingua, costumi...
L'unità etnica.
Roma invece, dice Sallustio, fa di popoli diversi per sangue lingua e costumi
una concordis civitas. E quando i notabili della Gallia Comata vengono
ammessi come senatori, Tacito sottolinea con quale prontezza Roma fa dei
cittadini di quelli che erano fino a ieri nemici. Roma è il solo spazio antico
dove uno schiavo, un prigioniero di guerra, può essere liberato e diventare
cittadino, anzi magistrato. Rutilio Namaziano, un gallo pagano, potrà cantare le
lodi di Roma ormai al tramonto con le celebri parole: fecisti patriam
diversis gentibus unam, hai reso una sola patria etnie diverse.
Per questo la Chiesa si dice Romana? Per questa tensione generosa ad
integrare?
San Paolo dice che con Cristo "non c'è più né giudeo né greco". Non avrebbe
potuto dire, e nemmeno pensare, "non più giudeo né romano", perché "giudeo" è
un'etnia, e "romano" è un fatto giuridico, una cittadinanza. Un cristiano non
cessa di essere romano, anzi.
Anzi?
Sant'Ambrogio rivendica con orgoglio la "fides" di Attilio Regolo, il valore
di Camillo e degli Scipioni: insomma accetta tutta la tradizione
politico-militare romana, pur rigettandone la religione. In questo, però, è
molto romano: anche Polibio notava come i romani siano pronti ad accettare cose
nuove, se le giudicano buone. Colpiva i greci come i romani fossero insieme i
più tradizionalisti e i più innovatori del mondo antico.
Dice Rémy Brague, un arabista della Sorbona, che la forza di Roma stava nel
riconoscersi «seconda». Potenza mondiale, si riconosce alunna dei greci. La
Chiesa è anch'essa una religione che in un certo modo si sa «seconda»: riconosce
di derivare dall'ebraismo. Secondo Brague, questa è la differenza con l'islam.
L'islam è la radice di se stesso, Roma e la Chiesa, invece, si sanno nate da
altre radici che vanno continuamente a rinnovare, a recuperare...
«Per questo è assurdo che l'Europa rifiuti le radici cristiane: perché rifiuta
con ciò le radici romane e greche, ossia umane.
Umane?
Il concetto di Humanitas è centrale in Roma, e in Occidente. Roma
riconosce un «diritto delle genti», non scritto ma valido per l'intera umanità.
È significativo che San Paolo, che innesta consapevolmente la piccola nascente
comunità ebraica di Cristo nel tronco di Roma, lo fa aderendo al diritto romano.
Il cristianesimo non ha una sharia, come l'islam, ha un diritto che viene da
Roma ed è «umano». Non si legge nei testi sacri, ma si decide nei tribunali,
secondo equità e ragione. Ciò, fra l'altro, esclude ogni integralismo.
(dall'intervista di
Maurizio Blondet a Marta Sordi, Avvenire 30 ottobre 2004.
Clicca qui per leggere l'intervista nella sua integralità)
E l'approvazione
di un noto opinionista, Paolo Mieli
In occasione della firma a Roma del trattato costituzionale europeo, lei,
caro Mieli, ha scritto che l' Europa ha un grande problema con la propria
storia. Tra le righe mi è parso che lei si riferisse alla questione del mancato
inserimento in quella carta delle radici giudaico cristiane.
Francesco Mengoni Ascoli Piceno
Caro signor Mengoni,
perché quell' omaggio - ma sarebbe più giusto definirlo riconoscimento - è a
Roma più che alla Chiesa. In un' intervista di qualche giorno fa ad Avvenire, la
grande studiosa dell'antichità greca e romana Marta Sordi, ha spiegato che
l'Europa quando respinge le radici cristiane, non rifiuta una fede, ma Roma
ossia l'humanitas, la ragione, la natura. Ricordava poi, la stessa Marta
Sordi, che l' esercito romano non fu mai l'orda di Gengis Khan, la mera
violenza, ma la sentinella armata dello spazio giuridico che creava. E vi
chiamava tutti i popoli, con un' enorme apertura politica e culturale che è
passata alla Chiesa». (...). «Roma», è stata la conclusione di Marta Sordi, «non
avrebbe avuto problemi a far diventare "romani" i turchi; ma noi, senza radici,
come faremo a integrare popoli così diversi?» Sono parole che, pur essendo io in
ogni caso favorevole all' ingresso della Turchia nell'Unione europea, mi hanno
indotto a qualche riflessione. E mi sono domandato se l'aver trascurato questi
temi non sia imputabile a quel conformismo del nuovismo europeista che rischia
di portare fuori strada anche chi all'Europa ci crede davvero. All' indomani
delle elezioni europee, su queste colonne Ernesto Galli della Loggia ha
ricordato come da anni giornalisti e grand commis da tempo in area di
parcheggio, accademici a caccia di incarichi e politici ambiziosi girano di
convegno in convegno, di seminario in seminario, alimentando incessantemente la
sempre medesima retorica della costruzione europea e dei suoi problemi, buona
soltanto a scrivere papers e libri che nessuno legge e a impedire a
chiunque altro di pensare qualcosa. «Bisogna spezzare questo circolo vizioso»,
aggiunse, «fare entrare aria nuova, riconoscere gli errori commessi, cambiare
uomini e regole. Con il passare degli anni l' europeismo è diventato una
professione, spesso lucrosa: è necessario che torni a essere quella scommessa
politica e quel rischio intellettuale che esso fu nella sua stagione più degna».
Sono d' accordo con lui e - al di là della questione delle radici cristiane -
tra gli errori commessi ritengo che il primo sia stato quello di non aver messo
in evidenza il rapporto che ci deve essere tra il nostro passato e il nostro
futuro.
(Corriere della sera, 4 novembre 2004)
L'opinione di un
altro noto studioso: Gianfranco Morra
Niente riferimenti al
Cristianesimo nella Costituzione dell'Unione Europea. Eppure essa prese le mosse
dall'opera di tre politici (demo)cristiani: Konrad Adenauer, Robert Schuman e
Alcide De Gasperi. E, ancor più, non v'è storico delle civiltà, cattolico o
laico che sia, che non riconosca nel Cristianesimo la principale forza fondativa
dell'Europa, senza con ciò sottovalutare né Grecia né Roma e neppure il ruolo,
peraltro minore, dei popoli barbarici e dello stesso Islam. Tanto che per tutto
il medioevo la stessa parola "Europa" scompare, sostituita dalla coincidente "Christianitas"
o "Respublica Christiana". Diciamo con Federico Chabod: «(...) Il cristianesimo
ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e
la diversità profonda che c'è fra noi e gli antichi, fra il nostro modo di
sentire la vita e quello di un contemporaneo di Pericle e di Augusto, è proprio
dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia
universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti "liberi pensatori",
anche gli "anticlericali" non possono sfuggire a questa sorte comune dello
spirito europeo» (Storia dell'idea d'Europa, 1943-44, Laterza, Bari,
1964).
Preoccupato primariamente di problemi economici, tecnologici e politici, volto
ad estendere a tutte le nozioni europee il nichilismo e l'indifferentismo etico,
il parlamento di Strasburgo ha dimenticato che ogni paese in esso rappresentato
è nato culturalmente dalla diffusione del messaggio cristiano - un'antropologia
del tutto diversa da quelle di altre aree culturali, che ha trasformato un
piccolo spazio geografico, una "appendice dell'immensa Asia", in qualcosa di
originale, distinto da ogni altra parte del mondo, una civiltà, un "modo di
essere", una "individualità storica" caratterizzata da un originale modo di
sentire, di pensare e di agire, da sistemi filosofici e politici inconfondibili,
da «tradizioni memorie speranze; è l'eredità dei padri - ricorda ancora Chabod
-, antica ormai di millenni».
È interessante notare che non soltanto filosofi e storici, come appunto Croce e
Chabod, hanno sottolineato l'eidos inconfondibilmente cristiano dell'Europa, ma
anche letterati e poeti. (...)
(Da L'Europa nel
segno di Vienna, Il Domenicale, anno 3, numero 46, sabato 13 novembre 2004)
Un intervento
chiarificatore di Padre Piero Gheddo
Caro Romano, per
capire le «radici cristiane» dell'Europa, non serve notare, come lei fa,
che ci sono molte Chiese cristiane, che i Papi hanno sbagliato, che
l'identità originaria è stata spesso modificata da guerre, commerci,
scambi umani e culturali; e nessuno pensa di «cancellare dalla storia
d'Europa tutto ciò che è stato fatto contro la Chiesa o a dispetto della
sua volontà». Si parla di «radici», non di «storia» dell'Europa. Le
differenze si vedono dal confronto fra le civiltà diverse: i missionari le
conoscono bene. Lei richiama «la gloriosa rivoluzione inglese, la grande
rivoluzione francese, il suffragio universale, il voto alle donne».
Ma da dove vengono
queste rivoluzioni che hanno portato allo «sviluppo moderno»
nell'Occidente cristiano o cristianizzato? Dall'affermarsi di quei
principi della Bibbia e del Vangelo (assenti nelle altre religioni e
culture) che stanno alla base della nostra civiltà: l'uomo creato da Dio a
sua immagine e con dignità superiore a quella degli animali, l'uguaglianza
di tutti gli uomini, la famiglia monogamica, l'autorità come servizio al
popolo, l'amore e il perdono delle offese, la nobiltà del lavoro anche
manuale come contributo all'opera della creazione, il senso del futuro e
del progresso (noi siamo una «civiltà progressista»; altre «civiltà
conservatrici» o «circolari», come dicono gli studiosi di civiltà). Nehru,
nella sua «Autobiografia» (del 1946), si chiede perché l'India, con 5.000
anni di grande civiltà, ha dovuto attendere l'Inghilterra del sec. XIX per
avere tutto quel che è «mondo moderno»: libertà di pensiero e di stampa,
elezioni, giustizia sociale, eccetera.
La differenza
vitale era questa: in Europa forze invisibili ribollivano all'interno
delle sue masse facendole continuamente evolvere. In India invece la
natura statica della società indiana rifiutava di evolversi». Se non è
dalle «radici ebraico-cristiane», come si può spiegare, senza cadere nel
razzismo, il fatto che la Carta dei Diritti dell'Uomo e il «mondo
moderno» sono nati in Europa?
...e la
risposta di Sergio Romano
Approfitto della sua lettera
per ripetere che non ho mai negato l'importanza della cristianità nella
storia europea. Credo tuttavia che a nessuna istituzione, nell'ambito
della società di uno Stato laico, debba essere riconosciuto il diritto di
stabilire ciò che è o non è cristiano. E temo che questo sarebbe accaduto
se i membri della Convenzione avessero accolto la richiesta della Santa
Sede.
(Corriere della Sera, 16 settembre 2005)
La posizione della Chiesa ortodossa
Nel
maggio 2006 Alessio II, patriarca di tutte le Russie, concede un'intervista
all'Agenzia Ansa in cui, oltre a considerazioni molto positive sulla figura e
sull'operato di Papa Benedetto XVI, fa anche alcune considerazioni sulla
tradizione cristiana dell'Europa. Leggiamo tra l'altro:
Il destino (dell'Europa) "è indissolubilmente legato al
Cristianesimo, la cui cultura si è nutrita nel tempo, e in modo organico, di
valori cristiani. Le scoperte scientifiche, quelle tecnologiche così come i
capolavori artistici parlano proprio di questo legame. Conquiste che sono state
possibili col contributo di molte generazioni di europei che hanno professato la
fede cristiana''. Un presupposto che si scontra con una "civiltà europea che fa
riferimento sempre più ad altro, ad autorità non cristiane e questo non può che
allarmare". Alessio II cita nichilismo, decadimento morale, ma anche
secolarizzazione. ''Stato laico - dice - non vuol dire marginalizzare la
religione dalla vita pubblica della società'', perché ''una società senza
spiritualità è anche una società senza futuro".
L'incontro "Ridare un'anima all'Europa"
Che quella delle radici cristiane del continente sia una
preoccupazione condivisa dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa è
mostrato anche dal convegno congiunto "Ridare un'anima all'Europa". Così
leggiamo nelle agenzie di stampa:
"Ridare un'anima all'Europa" è il tema dell'Incontro Europeo
di cultura cristiana, che si è tenuto a Vienna (Austria), dal 3 al 5 maggio
2006, organizzato congiuntamente per la prima volta da un organismo della Santa
Sede e dal Patriarcato di Mosca. In occasione dell'Incontro, il Cardinale Angelo
Sodano, Segretario di Stato, ha fatto pervenire, a nome del Santo Padre, un
Messaggio ai partecipanti nel quale sottolinea che: "La Chiesa, 'esperta in
umanità', non cessa di ribadire che solo conservando e valorizzando appieno il
patrimonio valoriale trasmesso dagli antenati, l'Europa, nel rispetto delle
diverse tradizioni spirituali che la arricchiscono, può scrivere una nuova
pagina della sua storia, rispettando la dignità dell'uomo e bandendo
definitivamente abusi e violenze contro i diritti umani, perchè ciò ostacola
gravemente lo sviluppo integrale delle Nazioni, inquina il cuore dell'uomo e
lede grandemente l'onore del Creatore".
In un Comunicato reso pubblico ieri si legge: "Questo incontro, frutto della
visita del Cardinale Poupard a Sua Santità Alessio II, Patriarca di Mosca, nel
novembre 2004, è nato dalla comune preoccupazione fra i cristiani in Europa di
far fronte all'attuale processo di perdita di identità del Continente, di
riflettere sulle radici cristiane dell'Europa e di proporre con forza un
progetto di futuro. La cultura si rivela così, secondo l'intuizione di Giovanni
Paolo II nel fondare il Pontificio Consiglio della Cultura, un terreno comune di
dialogo tra i cristiani di diverse confessioni". L'Incontro, reso possibile dal
sostegno della Fondazione 'Pro Oriente', che ha sede a Vienna, sarà
co-presieduto dal Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio
della Cultura e dal Metropolita Kirill, di Smolensk e Kaliningrad, Presidente
del Dipartimento per i Rapporti Esteri del Patriarcato di Mosca. All'Incontro
parteciperanno esperti di tutto il continente, laici e religiosi, scelti
congiuntamente dai due organismi convocanti. Fra i temi che saranno esaminati
nei tre giorni dell'Incontro: Europa: le Chiese davanti alle sfide della
globalizzazione e della modernità, delle sette e delle nuove forme di non
credenza e di indifferenza religiosa; L'influenza dell'etica cristiana in
politica, economia e nei mezzi di comunicazione; Il dialogo delle Chiese con le
altre religioni e l'umanesimo delle culture secolarizzate.
(http://www.europacristiana.it/news_leggi.asp?id=9215)
L'opinione del filosofo inglese Roger Scruton
Leggete la proposta
di Costituzione Europea. In nessun punto parla della religione dell'Europa,
delle glorie o delle imprese del passato europeo o della grande cultura che il
nostro continente ha saputo produrre. (...) Questo documento non è altro che un
sistematico rinnegamento del passato europeo (...) Il Trattato Costituzionale
Europeo ci ricorda che un gran numero di europei, compresi coloro che hanno
preso il controllo del continente, non ha alcun autentico affetto per la cultura
europea. Considerano come il frutto di una semplice casualità il fatto di vivere
sullo stesso continente in cuis ono vissuti Dante, Shakesapeare, Mozart, di
abitare in città dominate da grandi cattedrali e di essere protetti da uno stato
di diritto che deriva dal codice dell'imperatore Giustiniano e dalla common
law delle tribù sassoni. Anziché affermare la nostra paternità di queste
cose e di considerarle come la chiave della nostra identità condivisa e del
nostro destino comune, ci viene chiesto di "diversificare", invocando un
approccio "multiculturale" su ogni questione di decisiva importanza culturale.
Molti in realtà hanno un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti
dell'eredità europea, sono aggressivamente anticristiani e sostengono un
approccio "postmoderno" che rifiuta ogni tentativo di raggiungere un consenso
culturale. (...) Oggi in Europa non esiste più quasi nessuna scuola pubblica
nella quale si insegnino la cultura e l'eredità dell'Europa. Il nostro programma
di studi è fondato sull'insicurezza e ci tropviamo con una cultura sull'orlo del
suicidio.
(da "Tempi", 1 giugno
2006: dal testo delle conferenze Quo vadis Europa? Quo vadis Italia?
tenute dal filosofo inglese R. Scruton a Milano e Roma rispettivamente nei
giorni 29 e 31 maggio 2006)
Qualche segno iniziale di pentimento?
Poettering rilancia
le radici cristiane dell’Europa
Merkel, Barroso e il neo-presidente dell’Europarlamento Poettering - ieri
all’atto di insediamento - tornano a rilanciare la necessità di dare una carta
costituzionale all’Europa.
La Bundeskanzlerin pone il traguardo per i primi mesi del 2009 per sciogliere
l’impasse e nel suo entourage si fa capire che la presidenza semestrale tedesca,
più che al 50° anniversario della Ue che verrà celebrato a Berlino il 25 marzo,
è a dopo il 14 maggio delle elezioni francesi che guarda, come momento in cui
verranno lanciate le ipotesi di lavoro.
Il presidente portoghese della commissione, a sua volta, invoca il «senso di
responsabilità» dei capi di Stato e di governo: vero che non si può riesumare il
vecchio testo bocciato da francesi e olandesi, ma «tutti hanno firmato a Roma»
quel solenne impegno e ora non possono far finta di niente.
Stessa analisi da parte di Hans Gert Poettering, eurodeputato della Cdu tedesca
fin dalla prima legislatura, che è riuscito a scalare il gradino più alto
dell’istituzione. Rileva che nessuno si sogna di contestare i risultati dei
referendum, ma sottolinea pure che in 27 hanno firmato quel trattato. E che i
patti devono essere rispettati.
Una punzecchiatura secca per chi - inglesi e polacchi in primo luogo - han già
fatto sapere informalmente che al varo di una nuova carta non ci pensano per
nulla. Seguita poi da una novità di non poco conto che ai più forse è sfuggita.
Rilevata la necessità di armonizzare maggiormente culture e religioni che si
ritrovano in Europa, Poettering racconta che nel corso dei suoi viaggi in Paesi
arabi molto spesso gli è stato chiesto come i musulmani vivono in Europa.
Potendo rispondere che forse non sono ancora del tutto integrati, ma comunque
possono praticare il loro credo in moschee e in diversi luoghi di culto. Ma di
aver trovato invece solo silenzi imbarazzati quando era lui a chiedere se fosse
vero che nei Paesi arabi è prevista la pena di morte per chi si convertisse al
cristianesimo.
I socialisti europei, larghi di applausi fino a quel momento con Poettering, si
son guardati bene a quel punto dal battere le mani. Forse tra i pochi ad
accorgersi che nelle sue parole c’era - manco troppo sottotraccia - un richiamo
al discorso di Ratisbona di papa Ratzinger, visto che a parlare di un Islam
omicida contro i convertiti sarebbe stato sempre quel Emanuele II° Paleologo,
citato all’epoca dal pontefice tedesco.
Che Poettering possa richiamarsi al Papa è da metter di conto, visto che i
Popolari non nascondono lo speciale rapporto con la chiesa cattolica.
Ma dietro le sue parole - stando al vicepresidente dell’Europarlamento Mario
Mauro - potrebbe anche esserci dell’altro: a partire dalla riproposizione delle
«radici cristiane» dell’Europa. Gettate fuori dalla porta europea da Chirac,
potrebbero esser riproposte dalla finestra aperta di Sarkozy, se fosse eletto
all’Eliseo.
(...)
Carne al fuoco
insomma, comincia a essercene. Tutto resta però indissolubilmente legato
all’esito delle presidenziali francesi.
di Alessandro M. Caprettini, "il Giornale", 14 febbraio 2007
La censura di Tucidide
Nella sua prima stesura la Costituzione Eruropea si
rifaceva nel preambolo alla definizione di democrazia che Tucidide inserisce nel
II libro della sua opera (nella cd. demegoria di Pericle). Successivamente si è
deciso di eliminare questo riferimento. A proposito di questa decisione così si
esprimeva G. Morandi in un intervento ospitato su un forum di Internet
E così Tucidide l’ateniese è uscito dalla Costituzione
europea (era citato nel penultimo preambolo, è scomparso nell’ultimo) non per
eccesso di vetustà semmai, viene il sospetto, per il suo contrario, perché il
suo nome avrebbe potuto creare imbarazzi non solo per le allusioni al passato
prossimo ma più ancora per quelle al presente.
E’ singolare il percorso che ha fatto la censura dei compromessi, che non ha
aggiunto nulla al testo di dicembre ma lo ha amputato di parti, che se lette in
successione hanno un loro significato, perché fanno riferimento ai temi del
grande duello tra Atene e Sparta, tra società aperta e totalitarismo, tra
democrazia - non è forse una parola mutuata dal greco antico? - e oligarchia.
(...) Viene il sospetto che le censure dei compromessi abbiamo seguìto il
criterio della troppa attualità piuttosto che quello dell’eccesso di storia
antica. E’ vero, ricordare, soprattutto se si è inclini all’oblìo, può riservare
delle sorprese e far scoprire radici, che è meglio far finta che non esistano.
Forse a questo principio sono stati sacrificati i riferimenti oltreché alla
democrazia di cui parla l’ateniese anche alla civiltà ellenica e romana.
Eppure 2400 anni fa nella cosiddetta guerra del Peloponneso raccontata dallo
storico cassato c’erano già tutte le risposte ai dubbi che ci tormentano oggi,
compreso il perché si debba a volte usare la forza, perchè al più forte spettino
più privilegi ma anche più doveri, perché nulla dura, nemmeno la vittoria, e
perché, come gridano gli abitanti di Corinto, gli ateniesi sono nati per non dar
pace a se stessi e per non darla agli altri.
Perché è delle democrazie e delle società aperte sottoporsi alla tirannide
dell’interrogarsi. Con tutto quel che ne consegue. Ma chiedere questo alla
vecchia Europa sarebbe troppo, meglio una vita modesta ma tranquilla.
(forum.quotidiano.net/phpBB2/ viewtopic.php?t=5272&view=previous, 22 Giugno
2004)
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