"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)
"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)
 
  HomeChi siamoLa rivistaTestiDidatticaAttivitàGuestbookVariaCerca
   
FEDRO

di Pietro Rapezzi
                      


IL LUPO E L’AGNELLO
    Lupus et agnus (I 1)

FablesErano scesi un lupo ed un agnello
a dissetarsi al solito ruscello.

Più in alto il lupo, in basso l’altro stava.
Allora, spinto dalla gola prava,

di litigio il ladrone spia un pretesto
e rimbrotta l’agnello: “Perché questo

ruscello, mentre bevo, m’hai intorbato?”
E l’agnellino tutto spaventato:

“Come posso, di grazia, fare cupo
il chiaro rivo a te, risponde , o lupo,

se l’acqua scorre dai tuoi sorsi ai miei?”
Quello, dal vero sconcertato: “Sei

mesi fa, dice, tu di me hai sparlato!”
E l’agnellino: “Ma non ero nato”.

“Tuo padre allora, caspita!, riprende
quel manigoldo, m’insultò”. Poi stende

l’artiglio sulla misera bestiola
e di sangue le imporpora la gola.

Questa favola è scritta per la gente,
che opprime con pretesti l’innocente.

 

IL CANE INGORDO
    
Canis per fluvium carnem ferens (I 4)

Perde a ragione il suo chi all’altrui aspira.
I 4
Un cane, mentre nuota in un torrente
con della carne in bocca, a un tratto mira
 
riflettersi sull’acqua trasparente
le sue sembianze: ad altro cane crede
con altra carne e contro avidamente

gli s’avventa, bramoso di due prede.
La sua ingordigia gli è però nociva:
deluso infatti i due bocconi vede

sparire in un istante alla deriva.


LA LEGGE DEL PIU’ FORTE
      Vacca, capella, ovis et leo, I 5        

E’ sempre infido il patto col potente:
lo testimonia questa favoletta.
La vacca, la capretta e la mansueta
pecora, andando a caccia per montani
pascoli insieme col leone, strinsero
con lui un accordo. Catturato un cervo
di gran mole, diviso in quattro parti
il bottino, così parlò il leone:
“La prima è mia, perché sono il leone;
la seconda mi spetta come socio;
poiché ho più forza, è mia pure la terza;
guai, se qualcuno toccherà la quarta”.

Così tutto arraffò la prepotenza.


LA MASCHERA TRAGICA
    Vulpes ad personam tragicam, I 7

La volpe vide per caso una maschera
da attore di tragedie e disse: “Oh quanta
magnificenza: ma non ha cervello!”
Questo vale per chi ebbe dalla sorte
onori e fama, non intelligenza.

 
IL CERVO ALLA SORGENTE
    Cervus ad fontem, I 12              

Quel che disprezzi spesso si rivela
più prezioso di quello a cui dài pregio.
Questo racconto vale ad attestarlo.
Dopo avere bevuto alla sorgente,
il cervo nelle limpide acque scorse
le sue sembianze. Come lo deluse
la sottigliezza delle gambe e come
ammirò le ramose corna! A un tratto
sente atterrito levarsi  le grida
dei cacciatori e per gli aperti campi
elude con fulminea corsa i cani;
poi l’accolse la selva, nel cui folto
restò impigliato con le larghe corna:
subito i cani gli furono addosso
e con crudeli morsi lo sbranarono.
Si dice che morendo pronunciasse
queste parole: “Solo ora capisco,
me sciagurato, quanto m’ era utile
quello che disprezzavo e quanto invece
m’era dannoso quello che ammiravo”.


LA VOLPE E IL CORVO
    Vulpes et corvus, I 13
          
Chi si compiace d’essere adulato,
rimane poi deluso e scorbacchiato.         
Il corvo, appollaiato sopra un alto
albero, per godersi del formaggio
sottratto a una finestra, fu adocchiato
dalla volpe, che prese a lusingarlo:
“Come splendono, corvo, le tue penne!
Come sei bello in viso e in tutto il corpo!
Se avessi anche la voce, sulla terra
nessun alato ti supererebbe”.
Per dar fiato alla voce, quello stolto
aprì la bocca e cadde giù il formaggio,
che subito la volpe ingannatrice
agguantò con i suoi denti famelici.
Soltanto allora il corvo della sua
stupidità beffata ben si dolse.


CREDULITA’ DEL POPOLO
    Ex sutore medicus, I 14
       
Un ciabattino incapace, stremato
dalla miseria, cominciò in un luogo
straniero a fare il medico e, spacciando
sotto un nome ingannevole un antidoto,
si fece un nome con astute frottole.
Ora accadde che il re della città,
afflitto da una grave malattia,
era a letto. Per metterlo alla prova,
chiese un bicchiere: messavi dell’acqua,
finse di mescolare con l’antidoto
un veleno e, promessogli un gran  premio,
gli ordinò di inghiottirlo. Quello allora,
temendo di morire, confessò
di non avere alcuna cognizione
medica e di esser diventato celebre
per la stupidità del volgo. Indetta
un’assemblea del popolo, il sovrano
disse: “Quale demenza è mai la vostra,
che ad uno, a cui nessuno porse mai
i piedi da calzare, voi la testa
non esitate ad affidare?”. Questo
racconto è adatto, direi, per coloro
la cui stoltezza è fonte di guadagno
per chi non si vergogna di ingannare.


CAMBIO DI GOVERNO
   Asinus ad senem pastorem, I 15

Quando cambia il governo, per i poveri
niente in genere cambia fuor che il nome.
Un vecchio timoroso pascolava
nel prato un asinello. All’improvviso
si alzano grida di nemici: preso
dal terrore, cercava di convincere
l’asino a darsi alla fuga e sottrarsi
al nemico. Ma quello, indifferente:
“Credi, di grazia, che mi metterà
il vincitore due basti per volta?”
Il vecchio disse di no. “Che m’importa
dunque a chi servo, se il basto è lo stesso?”

     
       
PREVEGGENZA
    Ovis, cervus et lupus, I 16

Quando a garanti chiama i disonesti,
conta di fare il male l’imbroglione,
invece di una retta operazione.
Chiedeva il cervo in prestito alla pecora
un moggio di frumento, avendo il lupo
mallevadore. Ma quella, fiutando
l’inganno disse: “Il lupo è sempre solito
rubare e scappar via, tu con veloce
corsa sottrarti agli occhi: dove mai
potrò cercarvi, quando sarà giunto
il giorno in cui mi debba essere reso?”


L’OLTRAGGIO DEL VILE
    Leo senex, aper, taurus et asinus,  I 21
      
Quando il vecchio prestigio ci abbandona,
anche il vile approfitta del declino.
Poiché il leone, vinto dall’età
e perduta ogni forza ormai, giaceva
esalando il suo ultimo respiro,
andò da lui il cinghiale con i denti
micidiali e gli inferse una zannata
per vendicarsi di un’antica offesa.
Poi lo investì con le nemiche corna
il toro. Quando l’asino si accorse
che si poteva senza alcun pericolo
colpirlo, a calci gli spaccò la testa.
Quello morendo disse: “Ho sopportato
amaramente l’oltraggio dei forti:
ma che debba subire te, vergogna
della natura, è morire due volte”.
     

LA RANA SCOPPIATA
    Rana rupta et bos, I 24
    
rana rupta et bosQuando imita il potente, crepa il povero.
La rana vide in mezzo a un prato il bove
e, di tanta grandezza invidiosa,
prese a gonfiare la pelle rugosa.
Poi ai figli domandò se era del bove
più grande. Quelli dissero di no.
Raddoppiando gli sforzi, allora prese
a gonfiarsi di nuovo e, come prima,
chiese chi era più grande ai figli. Quelli
dissero: il bove. In ultimo, stizzita,
mentre vuole gonfiarsi sempre più,
s’afflosciò a terra col corpo scoppiato.


ACCORTEZZA
Canes et corcodili, I 25
       
Chi dà malvagi consigli agli accorti
spreca il suo tempo e viene svergognato.
Si dice che nel Nilo i cani bevano
correndo, per non essere ghermiti
dai coccodrilli. Un cane dunque, mentre
iniziava, bevuto un sorso, a correre,
così da un  coccodrillo fu blandito:
“Bevi quanto ti pare, non temere!”.
Ma quello: “Lo farei, se non sapessi
quanto della mia carne sei goloso”.


LA VOLPE E LA CICOGNA
    Vulpes et ciconia, I 26

A nessuno si deve far del male,
ma se qualcuno t’offende, l’offesa
va ripagata di uguale moneta.
Ce ne dà questa favola l’esempio.
Si dice che la volpe invitò a cena
per prima la cicogna e che le offrì
nel piatto un cibo liquido, che quella,
benché affamata, non poté ingerire,
per quanti sforzi facesse. Fu poi
la cicogna a sua volta a ricambiare
l’invito. Essa le porse un fiasco pieno
di una ghiotta poltiglia: con gran gusto,
inserendovi il becco, se ne sazia
e tormenta la volpe per la fame.
Mentre questa passava inutilmente
la lingua intorno al collo di quel fiasco,
si dice che l’uccello migratore
così le disse: “Di buon grado soffra
ciascuno il male da lui stesso fatto”.


IL BENE DELLA LIBERTA’
    Lupus ad canem, III 7
   
Brevemente dirò quanto sia dolce
la libertà. Per caso s’incontrarono
un cane ben pasciuto e un lupo tutto
pelle e ossa. Scambiatisi i saluti,
il lupo disse: “Cosa ha reso, dimmi,
il tuo pelo così lucente? Quale
cibo ti ha messo così bene in carne?
Io, che di te sono molto più forte,
non mi sostengo per la fame.” E il cane
candidamente: “Puoi anche tu godere
della mia condizione, se allo stesso
servizio adempi”. “Quale?” chiese il lupo.
“Sorvegliare la porta della casa
e di notte proteggerla dai ladri”.
“Sono pronto: ora soffro nevi e piogge,
facendo vita grama nelle selve.
Quanto più facile per me sarebbe
stare al riparo d’un tetto e saziarmi
comodamente di abbondante cibo!”
“Vieni dunque con me”.  Mentre procedono,
il lupo vede che il collo del cane
è torno torno tutto spelacchiato.
“Questo, amico, cos’è?” “Nulla” “Ma dimmi
lo stesso, te ne prego.”  “Poiché sono
troppo vivace, talvolta mi legano,
perché durante il giorno mi riposi
e la notte stia sveglio. Ma al crepuscolo
vado, slegato, dove più mi piace.
Mi si butta del pane; della sua
mensa il padrone mi riserva gli ossi;
la servitù mi dà bocconi ed anche
le pietanze che avanzano. Così
la mia pancia si riempie senza sforzo”.
“Ma dimmi: se ti fa voglia di andare
in qualche luogo, puoi?” “No, questo no”.
“Goditi pure quel che lodi, o cane:
nemmeno il re farei, senza esser libero”.


VALORE MISCONOSCIUTO
     Pullus ad margaritam, III 12

             non gettate le vostre perle davanti ai porci, Matteo 7, 6       

In una concimaia un pollo, mentre
ci razzolava, rintracciò una perla.
“In che luogo del tuo valore indegna –
disse – tu giaci! Se ti avesse visto
qualcuno amante del tuo pregio, avresti
già ripreso l’antico tuo splendore.
Ma, siccome a trovarti sono io,
che apprezzo molto più il mio nutrimento,
questo non può né a me, né  a te giovare”.
La favola è  per chi non mi capisce.



I DIFETTI DEGLI UOMINI
    De vitiis hominum, IV  11              

                               Perché osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello
                                       e non consideri la trave che è nell’occhio tuo?,
Matteo 7, 3

Giove ci mise addosso due bisacce:
quella coi propri vizi sulle spalle,
quella coi vizi altrui davanti al petto.
Per questo non vediamo i nostri errori;
ma, se erra un altro, facciamo i censori.


LA RICCHEZZA CORROMPE
    Malas esse divitias, IV 12               

                                Quid non mortalia pectora cogis,
                                        auri sacra fames!,
Verg., Aeneis, III 56-57

A ragione disprezza la ricchezza
una nobile anima: si oppone
lo scrigno pieno ad una vera gloria.
Accolto in cielo per il suo valore,
Ercole, dopo avere salutato
ad uno ad uno tutti gli dèi accorsi
per rallegrarsi, quando sopraggiunse
Pluto, della Fortuna figlio, volse
altrove gli occhi. Al padre che gli chiese
la ragione, rispose: “Odio costui,
perché dei disonesti è amico e tutto
guasta con l’attrazione del denaro”.


LA MONTAGNA PARTORISCE
Mons parturiens, IV 23

Tra le doglie del parto la montagna
alzava al cielo spaventosi gemiti:
l’attesa sulla terra era grandissima.
Ma quella mise al mondo un topolino.
Questo è scritto per te che fai promesse
grandi e solenni e non concludi nulla.


CUORE OLTRE LE FORZE
    Canis et sus et venator, V 10

Un cane di gran forza, che al padrone
aveva reso i massimi servigi
a caccia di veloci fiere, vinto
dall’età, perse l’antico vigore.
Un giorno, aizzato contro un setoloso
cinghiale, lo addentò per un orecchio,
ma, tradito dai denti ormai consunti,
lasciò la preda. Irato il cacciatore
lo sgridava aspramente. Ed a lui il vecchio
cane della Laconia: “Non il cuore,
ma le mie forze ti hanno abbandonato.
Loda chi fui, se quel che sono biasimi”.
Ben sai, Fileto, perché ho scritto questo.


ESOPO E LO SCHIAVO FUGGITIVO
    Aesopus et servus profugus, App. 18       

                                    Non si deve aggiungere male al male.

Uno schiavo, fuggendo dal padrone
poco umano, incontrò il vicino Esopo.
“Perché così agitato?” “A te, che padre
sei degno ch’io ti chiami, lo dirò
francamente, perché qualunque cosa
a te si dica sta bene al sicuro.
Bòtte anche troppe, cibo molto poco;
di frequente mi mandano al podere,
senza darmi un rosicchio da mangiare.
Quando il padrone cena in casa, sto
l’intera notte in piedi; se invitato,
mi sdraio sulla strada fino all’alba.
Pur guadagnatami la libertà,
canuto servo ancora. Se credessi
di avere qualche colpa, di buon grado
sopporterei: la fame mai mi tolgo
e per di più, me sciagurato, soffro
una crudele schiavitù. Per questo
ed altro che sarebbe lungo dire,
ho stabilito di andarmene dove
i piedi mi conducano”. “Perciò”,
gli disse, “ascolta: se sostieni i mali,
che dici, da innocente, che accadrà
quando ti sarai reso anche  colpevole?
Quali vantaggi pensi di ottenere?”
Questo consiglio valse a dissuaderlo.


 

NB. L'immagine annessa alla traduzione della favola I 4 è tratta dall'edizione illustrata delle favole di Esopo (di H.  Steimnhöwel) pubblicata nel 1479. Questa e altre figure del volume sono visibili nell'edizione on line sul sito della Library of Congress (Washington) .                                                       

Print Friendly and PDFCliccando sul bottone hai questa pagina in formato stampabile o in pdf
Per tornare alla home
Per contattare la Redazione


Questo sito fa uso di cookies. Privacy policy del sito e autorizzazione all'uso dei cookie: clicca qui