Il notturno in musica
Nei secoli XVIII-XIX il tema del notturno
coinvolge anche la musica, e il Notturno si afferma anche come genere musicale.
Inizialmente col termine di Musica notturna si designano semplicemente delle
composizioni destinate a essere eseguite di notte e di prima mattina, senza
nessuna allusione a particolari caratteristiche formali che contraddistinguano
questi brani.
Nell'ambito della music a descrittiva Settecentesca va
citato il Concerto per flauto, archi e basso continuo RV 439 di Antonio
Vivaldi (contenuto nell Op.X, pubblicata ad Amsterdam nel 1729), intitolato
appunto La Notte. Mentre i brani lenti si propongono di evocare la quiete
notturna con un'armonia basata su accordi molto larghi e passaggi melodici dolci
e suadenti dello strumento solista (in particolare l'ultimo Largo è
intitolato Il sonno, e in un altro Largo è previsto l'uso delle
sordine per tutti gli "stromenti"
),
il Presto che occupa la seconda posizione evoca, nella sua vivacità,
un'incursione di fantasmi (il titolo è appunto Fantasmi
).
Si tratta di una musica fortemente suggestiva che rientra nel quadro di quei
tentativi più volte operati da Vivaldi (si pensi alla Caccia, alla
Follia e soprattutto alle notissime Quattro Stagioni)di descrivere
con mezzi e in termini puramente musicali fatti e momenti della vita di tutti i
giorni.
Fu Mozart il primo a usare il termine Nachtstücke (Brani notturni)
ed è celebre la sua Kleine Nachtmusik (Piccola musica notturna) per quintetto
d’archi (K 525, del 1787). Col Romanticismo il titolo di Notturno identifica una
composizione particolare, generalmente di ritmo sostenuto e dalla melodia piana
e cantabile, che si prefigge di evocare un’atmosfera rarefatta e sognante. Lo
svilupparsi del Notturno come genere musicale procede di pari passo con
l’affermarsi della musica a programma, capace cioè di evocare atmosfere
particolari o addirittura di descrivere in modo appropriato situazioni o
avvenimenti.
Non di rado la qualifica di musica notturna viene data a composizioni che erano
state composte con altro intendimento e pubblicate con altro titolo, e non era
nelle intenzioni dell'autore scrivere un brano che evocasse la notte o il
paesaggio notturno. Un caso
esemplare in questo senso è quello dell’Op. 27 n. 2 di Beethoven. Alle due
sonate per pianoforte raccolte nell’Op. 27 (composte probabilmente in epoche
diverse) l’autore pose il titolo di Sonata quasi una Fantasia, per
rilevare il loro carattere molto libero rispetto alla struttura tradizionale
della sonata. La seconda sonata della raccolta (in do # minore) si articola in
tre tempi (Adagio
cantabile, Allegretto, Presto agitato, ciascuno dei quali ha
una fisionomia molto netta (sereno e tranquillo l'Allegretto, frenetico e
convulso il Presto): il primo tempo è caratterizzato, oltre
che dal movimento lento (ci si aspetterebbe un Allegro come movimento iniziale
di una sonata), dal fatto di non essere costruito secondo lo schema abituale (e
molto amato da Beethoven) della forma sonata: poiché l’Allegretto intermedio e
il Presto finale potrebbero benissimo rappresentare il terzo e il quarto
movimento di una sonata tradizionale, così come l’Adagio dovrebbe occupare
normalmente il secondo posto, si potrebbe concludere che la
Sonata op. 27 n. 2 si possa configurare come una sonata tradizionale privata del
suo primo movimento. È in grazia dell’Adagio che la sonata è oggi universalmente
nota col titolo Al chiaro di luna, che gli fu dato, a quanto sembra, da L.
Rellstab (amico di Beethoven e autore dei testi di molti Lieder di Schubert), il
quale paragonò l’effetto del primo tempo al chiaro di luna che si rispecchia nel
Lago dei Quattro Cantoni. In precedenza l’opera era nota come Sonata del
pergolato (Lauben Sonata), in quanto si raccontava che Beethoven, innamorato della
contessa
Giulietta Guicciardi (alla quale la Sonata è dedicata - mentre l'Op. 27
n. 1 è dedicata alla principessa Josephine di Liechtenstein -),
l’avesse composta sotto un pergolato. L’Adagio sostenuto in grazia del
quale la sonata
tutta ha finito per assumere il nome di Al chiaro di luna ha una
struttura elementare: una melodia semplice e nello stesso tempo intensissima si
dispiega sull’accompagnamento insistente e ininterrotto di terzine, mentre la
mano sinistra esegue una serie di accordi molto larghi, tanto che, come notava
già Berlioz, la loro durata
permette alle vibrazioni del pianoforte di spegnersi gradatamente e dolcemente
su di esse
. La novità di questa musica,
che secondo l'indicazione data (in italiano) dal compositore stesso deve essere
suonata "delicatissimamente e senza sordino", sta nell’intrecciarsi quasi indissolubile
tra la melodia e l’accompagnamento delle terzine, tanto che, verso la fine del
tempo, con un capovolgimento di parti che potrebbe apparire sorprendente dal
punto di vista dell’analisi tecnica, ma che riesce assolutamente naturale
all’ascoltatore, la melodia passa in subordine e cessa, e le terzine si
presentano esse stesse come portatrici dei valori melodici
. È difficile
definire l’impressione che questo brano genera nell’ascoltatore: dire, come
hanno fatto alcuni, che esso vuole comunicare un messaggio d’angoscia sembra
inesatto o esagerato (la prima esposizione del tema è in mi maggiore, anche se
subito dopo esso viene ripetuto più basso di un semitono!): d’altronde anche l’idea di quiete suggerita dal titolo con
cui il brano è correntemente noto sembra inadeguata: esso evoca piuttosto
un’atmosfera in cui serenità e malinconia s’incrociano e quasi si fondono in una
stretta unità, e questa impressione è tanto più vera, se si paragona il
carattere tenero e delicato di questo brano col turbinoso e agitato finale. Dal
punto di vista della struttura il brano, che, come già detto, non s’inquadra
nello schema della forma sonata, presenta uno schema ABA'. Sarà lo
schema che avrà successivamente il Notturno per pianoforte, con l’avvertenza che
in generale la sezione B ha un andamento ritmico più mosso rispetto alla sezione
iniziale e finale.
Tra le opere nelle quali la denominazione di Notturno non discende dalla volontà
dell’autore possiamo annoverare il Trio per pianoforte, violino e violoncello di F.
Schubert (Op. post.
148 = D 897), costituito da un unico tempo, un Adagio dall’andamento
morbidamente melodioso.
Fu scritto verso il 1827,
ossia nella sua ultima fase creativa: benché giudicato generalmente una pagina
secondaria, contiene momenti di grande intensità. Su alcuni arpeggi del
pianoforte gli archi introducono, prima sommessamente e poi a voce più alta, un
tema improntato a profondo lirismo
: subito dopo è il
pianoforte a riprendere il motivo, accompagnato del pizzicato degli archi. Nel
prosieguo dello sviluppo il tema si presta ad alcune libere variazioni, nelle
quali finisce per assumere ora un'andatura decisa e perentoria
ora un
atteggiamento mesto e riflessivo
.
Benché i Notturni di Chopin siano i più amati dal pubblico e dagli interpreti e
i più frequentemente eseguiti nelle sale da concerto, inventore del Notturno
per
pianoforte è considerato il compositore e pianista irlandese John Field
(1782-1837), autore di 16 o 17 notturni. Il conto esatto è difficile, perché
spesso l’autore ci ha lasciato di una medesima composizione più versioni, tanto diverse
fra loro da poter essere considerate ciascuna come un brano autonomo: in realtà
il Field diede il titolo di Notturno solamente a dodici di queste composizioni,
mentre le altre sono qualificate come Romances o in altro modo. Il Field non fu
solo l’inventore del genere, perché è stato rilevato che diversi Notturni di Chopin prendono spunto dalle omologhe composizioni di Field
(p.es. Chopin op. 9 n. 2
~ Field 1
e 5
; Chopin
op. 15 n. 2
~ Field
4
; Chopin
op. 72 n. 1
~ Field 10
; ecc.). Non è questa la
sede per chiedersi quali ragioni hanno portato a un progressivo offuscarsi della
fama di Field, musicista originale nella concezione e fervidamente apprezzato
dai contemporanei (Spohr ne rammentava la capacità di creare atmosfere da sogno,
e Glinka sosteneva che i suoni uscivano dalle sue dita «come perle sul
velluto»). Se la musicologia ha dimostrato in anni recenti la volontà di operare
una revisione in senso positivo della sua figura, ciò non toglie che le sue
opere non siano comprese nel repertorio abituale dei pianisti e che anche la
discografia sia modesta e limitata.
Ventuno in tutto sono i notturni di Chopin. Diciotto furono pubblicati in vita,
e precisamente (tra parentesi sono indicati il luogo e la data dell’editio
princeps): Trois Nocturnes Op. 9 (Lipsia 1832); Trois
Nocturnes Op. 15 (Lipsia 1833); Deux Nocturnes Op. 27 (Lipsia
1836); Deux Nocturnes Op. 32 (Parigi 1837); Deux Nocturnes Op.
37 (Parigi 1840); Deux Nocturnes Op. 48 (Parigi 1841); Deux
Nocturnes Op. 55 (Parigi 1844); Deux Nocturnes Op. 62 (Parigi
1846). A questi va
aggiunto il Notturno giovanile compreso nell’Op. 72 (Op. 72, n. 1: si tratta di una composizione giovanile
- del 1827 - raccolta
nell’Op. 72 insieme con altri brani pianistici: le Op. dal 65 al 72 furono
pubblicate postume, Berlino 1855, sulla base dei manoscritti lasciati
dall’autore e con il consenso dei familiari di Chopin), più due altre composizioni
pubblicate a parecchi anni di distanza dalla morte dell’autore (il primo, in do min., fu pubblicato a Varsavia nel 1938 e potrebbe risalire
al 1837; il secondo in do # min. risale al 1830 e fu pubblicato a Poznan nel
1875 col titolo Adagio: entrambi sono compresi nel vol. XVIII
dell’edizione nazionale polacca delle opere di Chopin, Cracovia 1949-1964,
mentre i Notturni pubblicati in vita più quello dell’Op. 72 sono
compresi nel vol. VII). Non è questa la
sede per entrare nel merito della musica chopiniana, che solleva problema spesso
delicati e complessi.
Basterà accennare molto rapidamente al fatto che il tema
del notturno è largamente presente nella musica ottocentesca, dal Romanticismo
fino all’Impressionismo, e si prolunga nella musica del Novecento. Notturni
scrissero R. Schumann (i tre pezzi dell’Op. 23 intitolati Nachtstücke
) e F.
Liszt (Nocturne, En rêve
, pubblicato a Vienna nel 1888).
Non è ovviamente possibile qui né seguire l'evoluzione del genere né citare gli
infiniti esempi di Notturno in musica (o di brani intitolati Sogno
e simile) che si affollano nel Romanticismo.
Una posizione di grande rilievo nella storia della musica ha il trittico per orchestra Nocturnes di C. Debussy, al quale pertanto dedichiamo un'analisi più dettagliata.
Scritti tra il 1897 e il 1899, i tre brani che costituiscono
il trittico (intitolati Nubi, Feste, Sirene) sono tra le composizioni
più interessanti e significative di Debussy e di tutto l'impressionismo
musicale.
Il primo brano evoca il movimento lento e fluente delle nubi: con una
valorizzazione straordinaria dei diversi timbri strumentali (l'organico prevede:
archi, legni - due flauti, due oboi, un corno inglese, due clarinetti e tre
fagotti -, quattro corni, timpani, un'arpa) e un uso ardito dei procedimenti armonici il
compositore raggiunge risultati di grande suggestione. All'inizio
("Modéré") clarinetti e fagotti introducono un motivo lento e ondeggiante procedendo su
linee parallele a intervalli ora di terza ora di quinta. Fin dall'inizio dunque
si preannuncia un uso innovativo dell'armonia (che nella sua forma più
rigorosa sconsiglia gli intervalli di quinta, per non dare adito al
presentarsi di quinte parallele, sia pure dissimulate, che creerebbero
turbamento rendendo difficile lo stabilirsi di una tonalità precisa): pur rimanendo sostanzialmente nel solco dell'armonia classica (il
brano è fondamentalmente in tonalità di si minore), Debussy fa in modo di dare
un carattere sfuggente e vago allo sfondo armonico, sia evitando di utilizzare accordi tonali completi sia inserendo
negli accordi elementi estranei che
rendono meno netto l'insediarsi di una tonalità definita. L'esposizione del primo tema
termina in un'atmosfera di grande calma sostando su un lungo accordo sol-si
(prima clarinetti e fagotti, poi flauti e corni), sul quale il corno inglese introduce un secondo motivo, il
cui inizio suggerisce un dinamismo che non viene proseguito nella seconda parte,
tranquilla e discendente
.
Dopo un breve sviluppo, nel quale gli archi intonano una melodia derivata dal
primo tema, i due motivi si ripresentano sovrapposti, e immediatamente si
aggiunge a questi un altro motivo, semplicissimo (due sole note: una quinta
discendente), introdotto dai corni e subito ripreso da violoncelli e
contrabbassi
. Dopo un lungo
episodio di sviluppo del primo tema (con gli archi che insistono nell'imitazione
dell'andamento oscillante delle onde, e con alcuni passaggi molto suggestivi,
p.es. la riesposizione del tema affidata agli oboi mentre una viola solista
intona una delicata melodia
),
con la batt. 64 inizia una seconda parte, ritmicamente più mossa
("un peu animé"). Il tema fondamentale, esposto dai flauti e dall'arpa, è
costituito da una melodia che imita la scala "pentatonale" del sistema cinese
(il compositore segna sulla partitura Sol b, Ré b, La b, Mi b, Si b, che
in realtà appaiono nella loro variante enarmonica di Fa #, Do #, Sol #, Re #,
La #)
: dopo un breve sviluppo, che presenta
una notevole libertà nel trattamento armonico, si ha il ritorno al tempo
iniziale. I temi della prima parte vengono riesposti in maniera sempre più
frammentaria, mentre il brano sembra spegnersi in un'atmosfera
dolce e rarefatta, con le voci dell'orchestra che intervengono in modo sempre
più isolato e il ritmo si fa man mano più lento.
Il secondo notturno (Feste) ha un carattere più descrittivo, ed evoca
l'atmosfera di un raduno festoso, nel quale però non mancano venature di
malinconia. Su un ritmo insistito degli archi si sovrappone una melodia dei
clarinetti e del corno inglesse, che inizia con un vorticoso ritmo di tarantella
per poi prolungarsi in una seconda parte dall'andamento più riflessivo e
incerto, come se non si riuscisse a trovare una conclusione degna e coerente
della melodia così audacemente proposta, nonostante i cenni di approvazione di
trombe e corni
. Il motivo è ripreso più volte da diverse componenti dell'orchestra,
mentre i diversi strumenti fanno sentire a turno la loro voce e dànno il loro
contributo alla costruzione della tessitura ritmica e armonica: l'esaltazione
dei diversi timbri, lo sfondo armonico continuamente variato, l'alternarsi di
sonorità delicate e potenti, tutto contribuisce a creare una sensazione di
allegria con la corale partecipazione di tutti, fino
alla conclusione dettata da un fragoroso intervento di corni e trombe che viene proseguito senza
soluzione di continuità dal fragoroso rullare dei timpani (prima fff poi
p) e da un glissando dell'arpa, per sfociare in un passaggio dal ritmo più mosso ("un peu
plus animé") e dall'andatura più distesa (anche l'armonia passa a un più
tranquillo la maggiore), in cui lo spunto
iniziale di tarantella termina in una forma più abbreviata e compatta
. Viene ribadito in
modo insistente il ritmo di tarantella, che però in alcuni passaggi sembra
assumere un andamento di marcia, e si ha l'affacciarsi
di un nuovo motivo, molto semplice, che dà spunto a una grande quantità di
episodi. Alla fine si ritorna al tempo iniziale ("Modéré, mais très animé", batt.
116). Quando sembra, con l'improvviso e inaspettato passaggio dal ff a un
pp, che l'animazione
della festa abbia un momento di stasi, sul sordo, ma persistente movimento
ritmico di violoncelli, contrabbassi, timpani e arpe affiora improvviso un gaio
motivo di fanfara introdotto dalle trombe, dapprima lontane
e poi via via più
prossime. La proposta conquista tutta l'orchestra, che sosta a lungo sul motivo,
prima con un fitto dialogo tra legni e corni, poi con l'intervento di tutti e
col ritmo fortemente sottolineato dalle percussioni (tamburo, timpani e
cimbalo), fino a una conclusione quasi trionfale
. Ma
ormai è quasi l'alba e la fanfara cessa. La festa è giunta alla sua conclusione,
anche se qualcuno, non ancora soddisfatto, cerca di prolungarla. Si ripresentano il ritmo
(batt. 174 "I° tempo") della prima parte e il tema della tarantella misto a
qualche reminiscenza della fanfara, ma in modo sempre più frammentario e isolato: l'introduzione, poco prima del termine, di un nuovo motivo
esposto da oboi e flauti si spegne nel nulla: il tentativo di ravvivare la festa
non ha esito
, e gli ultimi accordi, che evocano l'allontanarsi degli
ultimi partecipanti e lo stendersi progressivo del silenzio, conferiscono alla parte finale
un andamento mesto e un tono malinconico che finisce per lasciare
nell'ascoltatore un'impressione più di velata tristezza che di gaiezza.
La terza parte (Sirènes) è quella che presenta la tessitura più complessa, ed è caratterizzata dalla presenza di due cori femminili (soprani
e mezzosoprani, entrambe le sezioni composte da due gruppi di quattro cantrici)
che cantano a bocca chiusa e che hanno un trattamento strumentale. Debussy
scrive un brano che tramezza tra l'atmosfera rarefatta e fiabesca
dell'evocazione mitologica (per di più evocazione di figure che da sempre hanno
affascinato ed esaltato la fantasia di quanto ne hanno trattato) e la
suggestione del mare, che lo stesso compositore descrive in altre pagine
altrettanto famose (La Mer). Così il compositore stesso riassumeva il
carattere di questo brano: «È il mare e il suo ritmo infinito, poi, tra le
onde argentate della luna, si ode, ride e passa il canto misterioso delle sirene
(C'est la mer et son rythme innombrable, puis, parmi les vagues
argentées de lune, s'entend, rit et passe le chant mystérieux des Sirènes)».
All'inizio del brano il paesaggio marino viene riecheggiato dalle quinte fa-do
di violoncelli e contrabbassi, dai leggeri e rapidi tocchi di arpe, corni, trombe, sui
sui si sovrappongono le sestine dei clarinetti. Su questo sfondo delicato e in
questa fase statica e contemplativa, nella quale si fanno presenti via via in
modo discreto varie voci dell'orchestra, inizia il canto delle sirene.
All'inizio si tratta di note tenute e lievi appoggiature
: Debussy ottiene la massima
suggestione coi mezzi più economici. Dopo una prolungata fase in pianissimo, col
tremolo degli archi e le veloci sestine dell'arpa, all'improvviso (batt. 12)
il corno inglese enuncia il primo tema, una breve figura di cinque
note subito riecheggiata dai mezzosoprani (f)
, e poi ribadita
ancora
dal corno inglese e imitata da altre voci. Mentre lo sviluppo è
ancora in corso il coro fa sentire una dolce e suadente melodia cantilenante
, e poco per
volta il canto delle sirene assume un rilievo sempre più netto, mentre gli archi
(e poi anche i legni) in parte riprendono e variano il tema del corno inglese e
in parte imitano il rumore delle onde. Alla battuta 37 tutto il fluire
suadente e melodioso del discorso subisce una improvvisa battuta d'arresto.
Tacciono le sirene, e i legni introducono con decisione un nuovo motivo,
peraltro strettamente legato al precedente tema del corno inglese, accompagnato
dal pizzicato degli archi, che poi passano a una figura di accompagnamento molto
più vigorosa: il canto delle sirene per un momento sembra sovrastato
dall'orchestra e assume una sfumatura cupa
, ma è solo un
attimo, perché poi procede con un'intensità molto più forte ("très
expressif et très soutenu"): cresce anche l'intensità sonora, col
passaggio al forte e col cambio di tonalità (mi bemolle maggiore): il tremolo
degli archi e le appoggiature dei legni propongono vaghe reminiscenze della fase
iniziale, fino al passaggio alla seconda parte. Nel nuovo episodio anche il
farsi più lento del tempo ("Un peu plus lent") sottolinea il carattere di
maggiore melanconia che il brano tende ad assumere. Le sirene propongono un
motivo che non è altro che una rielaborazione, ma a un ritmo molto più calmo,
del motivo enunciato dal corno inglese
. E' un momento di stasi che sembra
prolungarsi a lungo, fino alla battuta 72, quando l'espressione si fa più
animata ("En animant surtout dans l'expression") e tutta l'orchestra
concordemente partecipa all'enunciazione un nuovo motivo di grande profondità,
mentre il coro prima si limita ad alcune lunghe note tenute e poco tace del
tutto. Mentre le sirene tacciono, sembra che un'ondata di entusiasmo si
impadronisca dell'orchestra, col dilatarsi della sonorità (prima
mf e poi f) e la maggiore vivacità del tempo ("Serré" e poi "Retenu avec force"): l'intervento delle trombe
(che riprendono e ripetono il canto delle sirene) sottolinea questo nuovo stato d'animo più vivace
.
Ma il ricomparire del canto porta con sé un nuovo rallentamento
("Tempo un peu plus lent"), e soprattutto sembra crearsi un solco tra la
vivacità dell'orchestra (sottolineata da molti preziosismi timbrici) e la staticità del coro, che
continuamente ripete il tema
del corno inglese nella sua versione rallentata . Gli stati d'animo sembrano
alternarsi: slancio e malinconia sembrano cedere il posto l'uno all'altra,
finché (batt. 101) si ritorna progressivamente al tempo iniziale, ma il quadro,
come nei due brani precedenti, si fa più spezzettato e cupo: si riodono
frammenti dei motivi iniziali, sempre più lontani e mesti, nonostante qualche
breve momento di ripresa di vivacità, fino a che tutto, rumore delle onde e
canto delle sirene, s'interrompe
.
Lo stesso Debussy fu anche autore di
un Notturno per piano
.
Un Notturno in si maggiore per orchestra d’archi (Op.
40) fu scritto nel 1882-83 da A. Dvořák: del brano, dall'andamento calmo e
sereno, si ha sia la versione per orchestra
o pianoforte a quattro mani, sia une versione per violino e pianoforte
.
Notturno è anche l'intitolazione del terzo tempo del Quartetto n. 2 in Re
maggiore scritto nel 1881 dal compositore russo A. Borodin (1833-1877)
.
Non si può tentare un
breve profilo del Notturno in musica senza accennare alla
grandiosa settima sinfonia di G. Mahler (1904-1905), intitolata
spesso (anche se l'intitolazione non è dell'autore) Canto della notte (Lied der Nacht), perché contiene
due Notturni (Nachtmusik), che incorniciano uno Scherzo
recante la curiosa indicazione di tempo "Schattenhaft" (Tenebroso).
Scritta in un momento cruciale della produzione artistica mahleriana, che si
sta affrancando da consuetudini precedenti per approdare a una concezione
artistica fortemente nuova (anche il trattamento dell'armonia in questa sinfonia
è di particolare importanza: si veda in particolare il primo movimento,
continuamente oscillante tra mi minore e si minore), la Settima sinfonia
si presenta come una composizione in cinque tempi, una struttura "simmetrica":
due Allegri alle due estremità, un breve Scherzo nella
posizione centrale e, come detto, due Notturni, assai diversi tra loro, in seconda e quarta
posizione. La prima Nachtmusik ("Allegro moderato") si distingue per i
suoi ritmi di marcia (tanto che si è pensato che sul compositore avesse
influito la Ronda notturna di Rembrandt,
da lui vista al museum di Amsterdam), accanto ad evocazioni del mondo naturale
(i Naturlaute che hanno tanta parte nella poetica mahleriana). Nella seconda
Nachtmusik ("Andante amoroso") sono utilizzati due strumenti appartenenti
più al folklore che alla tradizione sinfonica, una chitarra e un mandolino, che
contribuiscono a dare al pezzo momenti di sonorità insolita e quasi surreale.
L'incipit affidato al violino solista è contiene richiami a brani popolari di
musica (anche Verdi), ma anche questo è operato in modo da
richiamare più la tradizione folklorica e quindi da aggiungere ulteriori effetti
espressivi: la dizione "amoroso" aggiunta all'indicazione di tempo stabilisce
con nettezza il carattere delicato del movimento, che finisce per essere
assimilato a una serenata. Tra le due differenti notti del secondo e quarto
tempo sta intercalato uno Scherzo che è anch'esso una notte, ma una notte
di sabba e di strega (i richiami al tempo finale della Symphonie fantastique
di Berlioz sono evidenti in alcuni tratti): una ricerca persino esasperata di
effetti vòlti a creare un clima di angoscia, in coerenza col richiamo a ombre e
fantasmi richiamato dall'inconsueta e innovativa indicazione agogica. Dopo
queste tre notti di marcia, di spavento e di tenerezza, nell'ultimo movimento, la citazione
dell'ouverture dai wagneriani I maestri cantori di Norimberga, che fa non
solo da inizio del brano, ma da motivo ricorrente, inframmezzato da motivetti
giocosi e spesso all'apparenza banali.
Tra le composizioni più recenti citiamo i Notturni
pianistici del compositore francese (1845-1924) G. Fauré (op. 33 n. 2
e op. 74
), la Musica notturna
op. 35 n. 10 del compositore sovietico di origine tedesca Reinhold Glière [in
realtà originariamente Glier] (1875-1956), una calda e serena melodia per corno
e pianoforte scritta nel 1908
, la Impresion nocturna del
quasi contemporaneo compositore e violinista galiziano
Andrés Gaos (1874-1959), un brano di grande intensità melodica scritto nel 1937
per orchestra d'archi
, con un andamento calmo e
sereno che differenzia nettamente questo brano dalla maggior parte delle sue
altre composizioni, caratterizzate spesso da un carattere veemente e impetuoso (clicca
qui per ascoltare il brano nella sua integralità dal sito dedicato al
compositore).
Nelle illustrazioni: 1. Jan STEEN, Serenata notturna, c. 1675, olio su tela, Galleria Nazionalre, Praga; 2. Ulisse e le Sirene, Vaso ateniese del V sec. a.C. (British Museum); 3. Rembrandt, La ronda di notte, 1641/42, olio su tela, cm359 – 438 cm. Amsterdam, Rijksmuseum.
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