La coscienza di sé nella storia
 

 

 

 

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La coscienza di sé nella storia di Roma

 

di Giulia Regoliosi Morani

 

Testo di una conferenza tenuta a Cesano Boscone (MI) nel 2004

 

In occasione della Mostra "L'età della conquista" in corso ai Musei Capitolini di Roma riproponiamo un intervento di Giulia Regoliosi, tenuto su invito del Comune di Cesano Boscone nel 2004.

 

Molto prima che i Romani stessi si rendessero conto della loro importanza al centro del Mediterraneo, quando ancora stavano difendendo la propria sopravvivenza in Italia, incontriamo uno strano testo greco, di un autore del III secolo a.C. vissuto come addetto alla grande Biblioteca presso la corte d’Egitto. Licofrone (questo il suo nome) ci ha lasciato una sorta di poema o monologo in versi che consiste in una lunga profezia attribuita alla principessa troiana Cassandra: a partire da Paride la profetessa preannuncia la guerra di Troia e tutte le vicende successive, per lo più già narrate nei poemi omerici o postomerici. Ma di nuovo c’è un’ampia trattazione che riguarda l’esilio di Enea, l’arrivo nel Lazio, la sua discendenza fino alla fondazione di Roma, con alcune differenze importanti rispetto alla leggenda che sarà ripresa in ambito latino, anzitutto un’immagine meno negativa dei Greci vincitori: Enea non fugge, ma è lasciato partire col padre e gli dèi patrii per la sua pietà; in Italia avrà l’aiuto di Ulisse, qui stabilitosi e identificato con un eroe etrusco. E’ singolare che nel pieno sviluppo delle monarchie orientali successive all’impero di Alessandro Magno l’attenzione sia rivolta alla piccola Roma in occidente, anche in Italia meno importante di città d’origine greca quali Siracusa. Considerato piissimo anche dai suoi nemici, costruirà una patria che i suoi discendenti faranno prospera e celebre nelle battaglie (1270 segg.): come si vede, è alla pietas di Enea (sua caratteristica già nei testi arcaici e classici) che risale ultimamente la fortuna di Roma. Più tardi, nel secolo successivo, un altro greco, Polibio, verrà a Roma come pegno di pace da parte della lega di città greche cui apparteneva; divenne amico di Scipione Emiliano e del suo circolo e rimase colpito dalla potenza che Roma aveva sviluppato nel giro di poco più di cinquant’anni, in particolare con le vittorie nelle tre guerre puniche e la creazione delle province. Tutta l’opera storiografica di Polibio partirà da questa domanda: come è stato possibile questo?

La risposta di Polibio non lascia spazio ad un disegno provvidenziale, né ad un favore divino. Polibio punta, oltre che sull’abilità militare, sulla genialità politica di Roma, che ha creato un sistema di governo stabile e concorde, in cui nessuna istituzione ha la possibilità di prevaricare sulle altre: un sistema, cioè, di separazione dei poteri che anticipa di molto le tesi di Montesquieu. Ma rileva anche la grande religiosità romana: solo che, con lo scetticismo proprio dei greci di quel tempo, la considera uno strumento di consenso popolare, secondo una teoria che sarà ripresa a distanza da Machiavelli. In realtà il motore della storia, accanto all’abilità dell’uomo, è per Polibio la tyche, la casualità, che tanta parte avrà nel pensiero successivo (col nome di Fortuna) fino a Dante e a Machiavelli stesso.

Quando i Romani iniziano a porsi la questione, si trovano di fronte leggende e modelli interpretativi proposti dall’esterno, nati tutti comunque da profonda e stupita ammirazione per un piccolo stato che sopravviveva nel Lazio nel III secolo a.C., che dominava il Mediterraneo nel II. Già nello stesso II secolo si sviluppa un’indagine, attraverso la nascita della storiografia e dell’epica storica, caratteristica esclusiva di Roma che per molto tempo esclude il poema mitologico, sulle proprie vicende, una riflessione a posteriori sul perché e il come di uno sviluppo stupefacente. I poeti riprendono il mito delle origini, Catone, il primo storico latino, propone un popolo concorde che opera per il bene dello stato, tanto che nella sua opera non viene chiamato nessuno per nome, perché non prevalga il singolo. Proprio nella sua opera incontriamo i tre elementi che per i Romani interagiranno sempre nella storia umana, sintetizzati in una frase: gli dèi immortali diedero al tribuno una fortuna pari al suo valore (Dèi, fortuna e virtus). E tuttavia già nella seconda metà del secondo secolo si cominciano a intravedere elementi di preoccupazione: sono le perplessità su conquiste non indispensabili, i conflitti dei Gracchi, la morte misteriosa dello stesso Scipione Emiliano, le lotte ideologiche fra innovatori e sostenitori delle antiche fedi e dei mores maiorum, alcune vicende militari che mettono in dubbio l’integrità morale della classe dirigente. Anche sulla leggenda originaria cominciano a sorgere inquietudini: Roma è nata da un fratricidio, e la colpa di Romolo rischia di pesare sui suoi discendenti, secondo la diffusa concezione antica (anche biblica) di una responsabilità comune di tutta la stirpe nella colpa individuale.

Il I secolo vede il tragico realizzarsi di queste prime incrinature: il prevalere degli interessi individuali porta a tre guerre civili e a conflitti minori, come la congiura di Catilina. Riflessioni realistiche o accentuatamente moralistiche cercano le cause della crisi nell’eccesso di ricchezza, nell’ambizione, nell’abbandono dell’antica concordia e della ricerca del bene comune: così Virgilio: (Saturno) in placida pace reggeva il suo popolo, finché vennero  generazioni sempre peggiori e più squallide, e la rabbia di guerra e l’amore per il possesso (Eneide, VIII, vv. 325 segg.). Così Sallustio: quando con l’attività e la giustizia lo Stato si fu ingrandito, re potenti furono battuti in guerra, genti barbare e popoli grandi furono sottomessi con la forza, Cartagine, rivale della potenza di Roma, fu distrutta dalle fondamenta, quando tutti i mari e le terre erano aperti al servizio di Roma, la Fortuna cominciò ad infierire, tutto sconvolgendo. Per quegli uomini che avevano senza difficoltà sopportato travagli, pericoli, incertezze ed avversità, la pace e la ricchezza, beni pur desiderabili in altri casi, riuscirono gravi e rovinose. Pertanto, in un primo tempo crebbe la brama del denaro, poi quella del dominio: e queste furono, per dir così, l’esca da cui trassero origine tutti i mali. Fu la cupidigia, infatti, a sovvertire la lealtà, l’onestà e le altre virtù: in cambio insegnò la tracotanza, la crudeltà, il disprezzo degli dèi, la venalità in tutto (La congiura di Catilina, 9). Appare dunque una spaccatura fra i tre elementi che formano la potenza romana: la fortuna che infierisce, la virtus che viene meno, gli dèi di cui non si chiede più la protezione e la pax, ma che vengono disprezzati. E Orazio fa risalire questo al peccato d’origine: perseguita i Romani un aspro destino e la colpa del fratricidio, per cui il sangue di Remo innocente fluì a terra, maledizione per i discendenti (VII epodo, vv. 17 segg.).

Ma proprio nel I secolo la riflessione sulla storia di Roma nel suo complesso diviene più attenta e consapevole: al di là del dramma contingente, anzi proprio per la percezione della fragilità degli uomini e delle istituzioni, si risale all’idea originaria (in fondo già in Licofrone) di una volontà provvidenziale sulla storia di Roma. Molti autori dell’ultima generazione repubblicana e dell’età di trapasso istituzionale concorrono a questa concezione. Vitruvio, Cicerone, Livio fra gli altri vedono nella storia di Romolo, nella sua stessa sopravvivenza da bambino, nella scelta del luogo in cui porre la nuova città una volontà provvidenziale, una profezia del ruolo che Roma avrebbe avuto in futuro; Livio legge le vicende dei primi secoli (la parte dell’opera che ci rimane) come una costante corrispondenza fra la pietas dell’uomo e la protezione degli dèi, tanto che anche la fortuna è piegata in tal senso, e il suo intervento è interpretato come un segno di benevolenza divina; il male, il limite, la sconfitta non sono casuali, ma dovuti al venir meno del singolo alla collettività e agli dèi: la colpa del singolo ricade sì su tutti, perché non c’è separazione fra uomo e uomo, ma il popolo concorde e fidente è in grado di risollevarsi (ad esempio dai primi drammatici eventi della II guerra punica). Orazio stesso finirà per vedere in Roma, superate le guerre civili, una saldezza che sfida la storia: quando affermerà che la propria fama durerà finchè sul Campidoglio salirà il Pontefice Massimo con la silenziosa vestale (Odi, 30) è a una fama immortale che pensa, non a un effettivo limite di tempo.

E’ abbastanza facile, anzi era un luogo comune indiscusso fino a qualche decennio fa, vedere in questi testi del primo secolo a.C. un’illusione o una nostalgia durante le guerre civili, un’adulazione dopo la vittoria di Ottaviano. Sicuramente non sono mancate né nostalgie né adulazioni. Tuttavia nelle personalità più profonde, in cui è costantemente presente il senso del limite e il senso del male, c’è ben di più. Va anzitutto detto che una vera e propria percezione del mutamento istituzionale è tipica dell’età tiberiana, più che della prima età augustea: Ottaviano ripristinò tutte le istituzione repubblicane civili e religiose cadute in disuso nei lunghi anni delle guerre civili, in cui un’intera generazione aveva perso le abitudini alla democrazia. D’altra parte la definitiva vittoria venne sentita non come la fine di una guerra civile (anche in seguito l’idea di guerra civile sarà riservata essenzialmente alla guerra fra Cesare e Pompeo) ma dell’ultima guerra con le monarchie orientali e con una concezione del mondo e della civiltà estranea alla tradizione romana: la vittoria dell’equilibrio sulla follia, del realismo sul sogno avventato e utopistico, come dice Orazio nell’ode sulla morte di Cleopatra. Si sviluppa così l’idea di un compito non soltanto interno alla societas romana, ma esterno ad essa, un compito verso gli altri popoli con cui si era fino a quel momento percepito più che altro un rapporto di conflitto o di alleanza: diffondere all’esterno quello che è peculiare di Roma, l’equilibrio realista nei paesi sfrenati e viziosi dell’oriente, il diritto positivo e la legge di pace nei popoli barbari. Sarebbe irrealistico vedere in questo compito, identificato nell’espressione pax Romana, solo una positività: luci ed ombre di esso saranno potentemente espressi più tardi dallo storico Tacito, fra il I e il II secolo d.C.: se da un lato la sottomissione a Roma è garanzia di pace e concordia per nazioni perennemente incapaci di convivere, dall’altro l’integrazione culturale non è sempre vista come ricchezza, ma a volte come impoverimento di identità particolari. Tuttavia la consapevolezza di essere il solo popolo ad aver elaborato una legislazione compiuta e complessa, ad aver affermato la supremazio dello ius, del diritto, sull’arbitrio, è fondamentale e sincera. Virgilio assegna proprio questo compito ai Romani: tu, Romano, ricordati di governare i popoli. Queste saranno le tue arti, imporre l’abitudine della pace, essere mite coi sudditi e sconfiggere i superbi (Eneide, VI, 851 segg.).

C’è però ancora dell’altro. Misteriosamente si diffonde, negli ultimi decenni prima di Cristo, un’attesa. Forse concorre ad essa anche la presenza a Roma di una forte comunità ebraica, e la possibilità di accedere ai testi dell’Antico Testamento tradotti in greco (lingua allora internazionale): le profezie, in particolare quelle messianiche di Isaia, dovevano essere conosciute anche presso pagani colti. Certo il testo più singolare di questi anni, la IV ecloga di Virgilio, ha echi messianici straordinari, tanto da giustificare l’interpretazione diffusa nel Medio Evo di un Virgilio profeta e mago; più propriamente Dante lo presenta come un profeta inconsapevole, come una guida che nel buio della notte conduce gli altri tenendo una luce sulle spalle, che lui stesso non riesce a vedere. Nessuna delle moltissime interpretazioni è riuscita a spiegare storicamente la fede del poeta nel progressivo ritorno all’età dell’oro legata al nascere e al crescere di un bambino: tutto il mondo risentirà di questa novità, e l’antica colpa sarà finalmente annullata.

Nell’Eneide la fede di Virgilio è rivolta ad un destino buono, obbedendo al quale Enea compie un viaggio dalla patria perduta alla patria ritrovata. Non c’è altro testo pagano in cui la vicenda umana sia osservata con uno sguardo così coinvolgente e certo: la storia procede in linea retta verso un compimento buono in cui Roma ha un ruolo essenziale. Compito dell’uomo è cercare instancabilmente quali mete, quali vie portano al realizzarsi del destino, ed adeguarvisi, accettando anche di ricominciare, ammettere errori e peccati, lasciare con dolore persone care. Ma in questo non è solo: ha l’aiuto degli dèi propizi, e il destino stesso lo sorregge: il destino troverà la via, e Apollo, se invocato, sarà sempre presente. Soprattutto l’obbedienza al destino crea un popolo: di un volgo disperso e fuggiasco prima, di un crogiuolo di genti in guerra fra loro alla fine del poema e, in prospettiva, di tutto il mondo abitato.

La riflessione del Cristianesimo primitivo, e poi dei pensatori medioevali fino a Dante ha ripercorso le vie dei pagani con la certezza che la promessa era compiuta ben al di là di quanto essi si fossero attesi. Anche noi, che li rileggiamo, possiamo dire con emozione, di comprendere gli antichi più di quanto essi stressi si comprendessero.

 

Nelle immagini: 1. Luca Cambiaso, La partenza di Enea, Anchise e Ascanio da Troia, disegno a penna e matita scura, 1555-60, Hermitage, S. Pietroburgo. 2. Ignazio Collino, Vestale che sacrifica, terracotta, altezza cm. 80, 1754, Torino, Accademia Albertina.

 

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