Poesia latina della decadenza (II)
 

 

 

 

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Poesia latina della decadenza (II)

Nuova Secondaria, 15 marzo 2002, pag. 66

Una pista di lettura facile da seguire e immediatamente produttiva, per chi utilizza l'antologia di poeti latini della decadenza che abbiamo nominato nel nostro precedente intervento (1), è quella che rileva il tenace attaccamento a Roma da parte dei letterati dell'età imperiale, letterati che, lo si tenga sempre nella dovuta considerazione, sono per la maggior parte cresciuti e vissuti alla periferia dell'impero. Si legga ad esempio nel brano di Claudio Claudiano riportato nell'antologia e tratto dal De consulatu Stilichonis, il lungo elogio di Roma (2). La lettura è tanto più impressionante, se si tien conto del fatto che queste parole furono scritte l'anno 400, quando la potenza politica di Roma doveva essere poco più di un ricordo e lo stesso impero d'occidente si avviava rapidamente e inesorabilmente a una fine non indolore. Ma non è tanto il giudizio politico ad animare la voce del poeta (ché altrimenti le sue parole suonerebbero vuote e retoriche: e le si possono mettere a confronto con le pagine del De civitate dei agostiniano, ove la consapevolezza della caducità dell'opera umana conferisce ben altro taglio e ben altro peso alla considerazione in chiave politica e teologica degli avvenimenti contemporanei): Claudiano afferma piuttosto con orgoglio la piena e compiuta realizzazione di un progetto di natura culturale che ha portato all'affermazione di una civiltà: "Haec est in gremium victos quae sola recepit | humanumque genus communi nomine fovit, | matris, non dominae ritu, civesque vocavit | quos domuit nexuque pio longinqua revinxit". Ancora più marcata l'esaltazione di questa opera unificatrice nel noto passo del De reditu suo di Rutilio Namaziano, anch'esso riportato nell'antologia (3): qui l'affermazione è ancor più significativa, perché dall'insieme del poemetto aleggia una sensazione di squallore e di desolazione, soprattutto negli insistiti accenni a illustri città ormai abbandonate e a luoghi abbandonati e malsani. Non è neppure da sottovalutare il limite di questo atteggiamento: un tenace attaccamento ai riti del paganesimo ormai moribondo (si veda in Rutilio la nostalgica descrizione degli antichi riti in onore di Osiride), e il rifiuto pieno di livore di culture diverse da quella romana, come appare dalla violenta e sgradevole invettiva di Rutilio contro i giudei. Da un punto di vista letterario questo atteggiamento si esprime con la ripresa di tematiche mitologiche ormai lontane dalla sensibilità comune, con la conseguente creazione di poemetti di fattura accurata, ma sostanzialmente vuoti di contenuto e di afflato poetico. In sostanza, il tono poetico è stanco e ripetitivo quando l'autore si cimenta con tematiche di natura epica, sia nella forma più ampia del poema sia nel componimento più breve dell'epillio: lo si rileverà, facendo sempre riferimento a brani contenuti nell'antologia citata, sia dai passi del De raptu Proserpinae di Claudiano (4) sia da altri componimenti di minor valore e notorietà come il Concubitus Martis et Veneris di Reposiano (5): si potranno trovare qua e là occasionalmente dei momenti di vera poesia (si veda nel De raptu Proserpinae la descrizione dell'alba sul mare [6]), ma si tratta di evenienze tutto sommato rare.
Diverso il discorso quando si ha a che fare con componimenti di minor impegno o di natura personale: per limitarci a un solo esempio, meriterebbe considerazione la Mosella di Ausonio: accanto a qualche lungaggine e a qualche eccessiva enfasi, si hanno momenti di sincera commozione, e il preziosismo linguistico rende la descrizione efficace e nitida, dando adito anche a soluzioni stilistiche ed espressive sicuramente interessanti: ma soprattutto, vi si sentono gli echi di una civiltà in profonda trasformazione. Cristiano, sia pure convertito in tarda età e forse mai fervente, fu Ausonio, così come fu cristiano (e vescovo di Arvernia) un altro degli autori menzionati nell'antologia, Sidonio Apollineare: potrebbe essere interessante notare come la poesia cristiana si avvalse di moduli stilistici nati nella tradizione pagana per esprimere contenuti nuovi: il materiale offerto dall'antologia è però troppo limitato per affrontare un tema del genere, la cui importanza risulta peraltro evidente, e che sarà bene rinviare ad altra occasione.

(1) Poeti latini della decadenza a cura di Carlo Carena, Torino, Einaudi 1988
(2) Op. cit., pag. 96-99 (si tratta dei vv. 130 e ss. del poemetto).
(3) Pag. 114-115.
(4) Per un ulteriore approfondimento l'allievo ha a disposizione una comoda edizione, con traduzione a fronte, del De raptu Proserpinae di Claudiano (a cura di F. Serpa, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1981).
(5) L'antologia offre una cinquantina di versi di questo poemetto (sui 182 complessivi): si potrebbe mettere a confronto la grazia un po'esangue e leziosa della descrizione col proemio del De rerum natura lucreziano, ove la tematica degli amori di Marte e Venere, comunque convenzionale e non priva di leziosità, è piegata a una problematica ben diversa, ovvero, per chi ha la possibilità di accedere direttamente al testo greco, con la fonte ultima del passo nell'Odissea (VIII 266 ss.), ove si troveranno ben diversa sobrietà e capacità evocativa nella dichiarata ironia della descrizione.
(6) Si tratta dei versi II 1-3, pag. 108-109 dell'antologia.

 

 
 

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