Prosa latina e lingue europee (II)
 

 

 

 

"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

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Prosa latina e lingue europee (II)

A una scrittura caratterizzata da periodi ampi con prevalenza di subordinate il latino approdò dopo un lungo periodo di elaborazione, e fu l’influsso della cultura greca ad agire in modo determinante. Anche in greco peraltro questo modo di scrivere non deve essere considerato originario. Il periodo complesso è un’innovazione dell’Atene periclea: le coordinate storiche e culturali hanno in questo caso strette relazioni con gli eventi linguistici. La prosa complessa nasce in un periodo in cui la lotta politica è vigorosa e ferve l’attività dei tribunali: quando è d’obbligo convincere avversari e interlocutori della superiorità delle proprie posizioni, il periodo complesso si pone come uno strumento efficace sia per conferire sintesi alle proprie idee sia per permettere all’interlocutore di seguire con chiarezza il dipanarsi dei concetti, indicandone le gerarchie e i nessi. Che si tratti di un’innovazione ateniese si prova facilmente: basta confrontare una pagine di Demostene o Isocrate con qualche passo di Omero o di Erodoto, per notare come in questi ultimi autori la subordinazione abbia uno spazio in genere più modesto. Anche in Roma il periodo complesso si affermò in modo definitivo quando ferveva in modo più vivace la lotta politica: sembra quasi che vi sia un’interconnessione tra il periodare ampio e l’ordinamento democratico: dovrebbero ricordarsene i politici che vorrebbero ridurre lo spazio della cultura classica nelle scuole col pretesto che essa non corrisponde più ai bisogni dei tempi!
Roma perfezionò il modello appreso dai greci con un’aggiunta di grande importanza: la possibilità di determinare in modo preciso le coordinate cronologiche delle azioni, sfruttando l’esistenza nel proprio sistema verbale di una categoria (il tempo) che nel sistema verbale greco ha una presenza assai più limitata, essendo il sistema medesimo orientato piuttosto all’espressione dell’aspetto. Un periodo latino descrive con assoluta precisione sia la collocazione dell’azione fondamentale nel tempo (cronologia assoluta: presente passato futuro) sia il situarsi rispetto a questa delle azioni accessorie (cronologia relativa: contemporaneamente prima dopo). Accanto a ciò, portando a compimento le potenzialità insite nei modi, il latino è in grado di asserire con la massima precisione il grado di obiettività con cui ogni affermazione viene presentata, distinguendo ciò che è certo da ciò che è solo possibile o eventuale o frutto di un’affermazione altrui (c’è differenza tra miror quod venisti e miror quod veneris). Da una semplice frase come la seguente: cum nuntiavissent te Romam venturum esse, omnia paravi, sappiamo che la venuta dell’interlocutore è successiva all’annunzio che ne è stato dato, e che questo è a sua volta anteriore rispetto al paravi che costituisce il nucleo centrale della frase.
La fase cruciale del processo si pone nel periodo che intercorre tra Plauto e Terenzio: è in quest’epoca, ad esempio, che si diffonde l’uso del cum narrativo, una costruzione ignota a Plauto e molto amata dagli autori dell’ultima età repubblicana, tanto da divenire uno dei cardini del periodare latino. L’ultimo esempio in prosa di un’interrogativa diretta con l’indicativo si ha nella Rhetorica ad Herennium: il che significa che solamente in questo momento diventa definitiva la specializzazione dei modi: una struttura del tipo ignoro quid facis rappresenta una contraddizione in termini rispetto alla norma che esige l’uso del congiuntivo per tutto ciò che non è riferito come dato di fatto.
L’indicazione obbligatoria delle coordinate cronologiche è diventata oggi patrimonio comune nella sintassi europea ed è sentita come irrinunciabile. Questo spiega la genesi nei verbi delle lingue germaniche di forme come ingl. I had seen, ted. ich hatte gesehen, sved. jag hade sett ‘io avevo visto’: nella fase più antica di queste lingue esisteva solo una forma semplice, il preterito, che indicava genericamente l’azione passata. Le grammatiche storiche dell’inglese documentano quanto sia recente l’affermarsi dei tipi I have written e I had written: nella fase più antica della lingua bastava il tipo I wrote per esprimere il senso di ‘scrissi, scrivevo, ho scritto, avevo scritto’. Più in generale, i testi più antichi scritti in lingue germaniche mostrano quanto sia grande il tributo che queste lingue devono al modello latino. Il testo più antico, rappresentato dalla traduzione gotica della Bibbia (IV secolo), è scarsamente significativo, perché, trattandosi di traduzione da un originale greco, la necessità di adeguarsi alla sintassi del modello ha portato il traduttore Wulfila a mettere insieme periodi di una certa consistenza. Se si osserva la sintassi dei più antichi poemi eroico-epici nordici (le Saghe e la poesia degli scaldi, IX-X secolo), gli unici testi ancora immuni da significative influenze dei modelli classici, si nota invece come la narrazione proceda con periodi brevi, non collegati fra di loro, e la subordinazione sia pressoché assente. Nelle tradizioni indeuropee dell’Asia troviamo differenze ancora più grandi. Chiunque abbia una conoscenza anche rudimentale del sanscrito sa come in questa lingua per l’espressione di concetti complessi ci si serva di strategie completamente diverse. Mentre sono poche le subordinate esplicite, si fa un uso abbondante di assolutivi (forme verbali invariabili che per la loro natura non sono in grado di esprimere relazioni di tempo), e ha assunto uno spazio notevole (in alcuni testi addirittura impressionante) la composizione nominale: nei composti, talora di numerosi membri, vengono concentrate, ed organizzate gerarchicamente, espressioni concettuali articolate. Siamo dunque di fronte a modi diversi di comunicare: quanto la frase classica tende a precisare in modo incontrovertibile i rapporti tra i vari elementi del pensiero, altrettanto nella frase sanscrita i rapporti risultano vaghi e imprecisati, e tocca all’interlocutore determinare e sistemare i nessi che collegano le idee.

 
 

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