Prosa latina e lingue europee (I)
 

 

 

 

"Il patrimonio greco, criticamente purificato, è parte integrante della fede cristiana" (Benedetto XVI)

"La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma" (Benedetto XVI)

 

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Prosa latina e lingue europee

La consistenza dell’eredità che le lingue classiche ci hanno tra-smesso non può essere valutata solo sulla base del lessico. Certamente i vocaboli di derivazione latina costituiscono l'ossatura fondamentale del lessico delle lingue romanze, e in secoli più recenti una forte espansio-ne di parole greche e latine, soprattutto nella terminologia tecnica e intellettuale, ha contribuito al formarsi di un lessico comune europeo (lo Standard Average European). Ma, pur senza sottovalutare questo aspetto, vi sono influssi di natura stilistica e sintattica che ancora meglio permettono di apprezzare il debito che le lingue dell’Europa moderna hanno nei confronti della cultura classica: e parliamo in questo caso di lingue dell’Europa moderna, e non solo di lingue romanze, perché l’imitazione di costrutti latini non riguarda solamente quegli idiomi che sono la diretta continuazione del latino parlato nell’impero romano, bensì quasi tutte le lingue europee che hanno alle spalle una tradizione letteraria, tanto indeuropee quanto, in alcuni casi, non indeuropee, come l’ungherese o il finnico. Un noto linguista, R. A. Hall, autore di una grammatica ungherese, scrisse che “l’ungherese differisce dalle lingue indeuropee dell’Europa occidentale moltissimo nella fonetica, parecchio nella morfologia, ma poco nella struttura della frase e della proposizione”. Chi legge un testo di prosa moderna scritto in una lingua europea diversa dall’italiano vi percepisce spesso, al di là delle naturali diversità linguistiche, qualcosa di familiare, che non si avverte leggendo pagine scritte in lingue che non sono state a contatto con la tradizione classica. C’è sullo sfondo un modo di pensare e di organizzare i pensieri per buona parte comune. Un grande grecista, E. Schwyzer, autore della grammatica storica tuttora fondamentale per chiunque operi nel campo della linguistica greca, scrisse che è più facile tradurre uno scritto in prosa (per esempio una lettera d’affari) dal tedesco in un’altra lingua europea o in latino che in un dialetto svizzero (o, aggiungiamo noi, italiano), perché, poco o tanto, i testi di prosa impegnata sono permeati dai modelli classici. Questa omogeneità non è un dato di fatto genetico: non rappresenta cioè la continuazione di uno stato di cose originario. Molte lingue (anche romanze) hanno trasformato la loro struttura, abbandonando costrutti precedentemente in uso, per accogliere strutture proprie delle sintassi latina (o greca). Diversi fattori contribuirono a questo esito: il prestigio assunto, in ogni contrada d’Europa, dagli autori classici, soprattutto nell’Umanesimo e nel Rinascimento, e il diffondersi di traduzioni dei classici: ogni traduzione, oltre a portare con sé il mondo di valori dell’autore, influenza in qualche misura lo stile della lingua d’arrivo: e l’idea che la traduzione dei classici potesse avere un effetto positivo sulle letterature moderne era diffusa (la tesi fu compiutamente esposta da Scipione Maffei in uno scritto del 1720). Era presente, conscia o inconscia, la sensazione che non si potesse scrivere della buona prosa se non seguendo il modello latino (di cui Cicerone era indiscutibilmente il massimo rappresentante). Quali sono le caratteristiche essenziali che definiscono questo modello? Senza entrare in particolari strettamente tecnici, e senza enumerare le costruzioni delle lingue europee moderne che ricerche solide e documentate fanno considerare imitazioni di costrutti latini, ci limiteremo a indicare un paio di tratti di fondo: la prevalenza di frasi ampie e strutturate, con abbondante uso della subordinazione, e la volontà di collegare fra loro sia i vari elementi del periodo, sia più periodi tra loro, rendendo trasparenti i nessi che uniscono i vari membri. La prevalenza dell’ipotassi distingue la lingua scritta dal parlato, in cui, come è naturale, la dinamica della comunicazione, le esigenze espressive, il minore rigore formale fanno prevalere una sintassi meno strutturata. In molte lingue (compreso l’italiano) la tendenza attuale parrebbe preferire la paratassi a scapito della subordinazione. Si tratta di un’apparenza. In realtà le congiunzioni, i pronomi e gli avverbi relativi, gli infiniti e i participi conservano una presenza sempre ragguardevole nei moderni testi scritti, e l’asindeto è tuttora percepito come marcato, tanto che se ne fa uso solamente per ottenere fini stilistici ben determinati. In ogni modo la propensione per la frase breve ha ragioni più letterarie che linguistiche: essa muove fondamentalmente dalla convinzione che lo scritto debba avvicinarsi al parlato, imitandone nella misura del possibile le movenze. Nello stile giornalistico la preferenza per la frase breve è motivata dal principio che il lettore è per sua natura frettoloso, non disponibile quindi a cimentarsi nella lettura di testi impegnativi. In realtà basta leggere le pagine dei quotidiani per accorgersi di come tutto ciò sia una petizione di principio più che una realtà. Persino nelle pagine delle cronache sportive si trovano periodi complessi e costruiti con precise corrispondenze dei vari membri. In molti casi la brevità della frase è fittizia e frutto di un artificio grafico, in quanto si pone un punto a metà di un periodo logicamente unitario e si riprende con una congiunzione subordinante, come appare dal seguente esempio, scelto a caso: «Ma ormai nel gruppo dei campioni d'Italia gli stranieri sono integrati, con o senza passaporto. Tanto che (introduce una consecutiva in dipendenza dal periodo precedente), in occasione del calcio di rigore che poi avrebbe fruttato la terza segnatura, Albertini ieri sera ha rinunciato a calciare nel rispetto dei desideri della curva, che invocava Bierhoff sul dischetto (dipendenza di IV grado)» (Corriere della sera, 26/9/99). È così naturale e spontaneo questo modo di organizzare il pensiero in periodi ampi, da rappresentare il DNA della prosa europea: per contro appare innaturale e forzato un modo di scrivere che procede per frasi giustapposte e prive di nessi. Anche gli insegnanti d’italiano dovrebbero tenere conto di questo dato di fatto storico, quando educano i loro allievi alla scrittura.

 
 

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