(1) Seneca, De provid., II, 1-2. Il saggio vertit malum in bonum (II, 4 e passim); cfr. Epitteto, Diatribe, II, 20. Sono moltissimi i punti di contatto tra Seneca ed Epitteto; essi attestano l’’esistenza di una dottrina stoica comune (risalente alla tradizione stoica), nel I-II sec. d.C.

(2) Cfr. De prov. II, 3, segg.; 6 segg.; III, 4; IV, 2 segg.; V, 1. Epitteto, Diatribe, II, 9, 13 e passim.

(3) De prov.. II, 4: Marcet sine adversario virtus.

(4) De prov. II, 6.

(5) De prov., IV, 4 segg.

(6) De prov., III, 13.

(7) De prov. V, 4 segg.

(8)  Qua re aliqua incommoda bonis viris accidant cum sit Providentia. I propositi di Seneca sono espressi a III, 1 segg. Dunque, non si tratta di un trattatello sul male come tale e sulla Provvidenza, quanto sul problema dell’apparente iniquità dell’ordine naturale. Tutta la trattazione ha taglio morale e nient’affatto metafisico. Sulla Provvidenza e la teodicea presso gli Stoici cfr. Pohlenz, La Stoa, tr. it., Firenze 1967, I, pp. 198-9 e passim.

(9) La Provvidenza Storica è razionalità finalizzata e immanente nel cosmo; cfr. Reale, Storia della filosofia antica, Milano 1976, III, pp. 369 sgg.: sul fato “ineluttabile necessità” cfr. Sen., De prov., V, 7: causa pendet ex causa; Reale, l. c., pp. 372 ss. Seneca non condivide l’antropocentrismo di Zenone, cfr. Pohlenz, op. cit., II, p. 93; tende ad un Dio personale, Pohlenza, l.c., p. 92.

(10) De prov., I, 4. Risulta sterile cercare in Seneca una teologia ben determinata e priva di oscillazioni, che realmente si stacchi dalla fisica (cfr. Seneca, I Dialoghi, a cura di A. Marastoni, Milano, Rusconi, pp. 66-7). Inoltre, applicare a Seneca la forma mentis cristiana (e magari pretendere che vi si trovi una Provvidenza trascendente) ci preclude la comprensione del suo messaggio.

(11) È la tradizionale soluzione intellettualistica; cfr. Pohlenz, I, 198-9; 241 sgg.: male è solo il vizio, bene solo la virtù, il resto indifferente (adiaphoron); cfr.De prov., V,VI, 1 sgg. Seneca nell’opuscolo non dà troppo rilievo alla tesi sopraddetta che sviluppa solo alla fine della; trattazione.

(12) Gli dèi si occupano degli uomini in generale più che dei singoli: cfr. De prov. III, 1: Maior diis est universorum cura quam singulorum.

(13) L’emotività; e certa enfasi oratoria non sconvengono affatto, dato il taglio dell’opuscolo (cfr. la diversa opinione di Marastoni, op. cit., p. 65).

(14) De prov., VI, 6

(15) Ibid., VI,; 8

(16) Ibid., VI, 7; Sen.. Ep. 70;; cfr.; Epitteto, Diatr., I,; 9,; 20 e; passim

(17) De prov. I, 1.

(18) Ibid., IV, 1.

(19) Ibidem.

(20) Ibidem IV, 6; cfr. Epitteto, Diatr., I, 6, 32.

(21) Ibidem IV, 6.

(22) Ibidem IV, 0.

(23) Ibidem IV, 12.

(24) Ibidem I, 5.

(25) Ibidem I, 5 bonus tempore tantum a deo differt, discipulus eius aemulatorque et vera progenies; cfr. VI, 6.

(26) Ibid., I, 6; cfr. Epitteto, I, 24, 1.

(27) Ibid., II, 10; 12.

(28) Ibid., IV, 12.  

(29) Ibid., V, 5.

(30) Ibid., V, 8; cfr. Epitteto, Ench., 53.

(31) Ibid., V, 9.

(32) De prov., V, 9-10.

(33) Ibid., V, 10-11. La tesi per cui male è solo il vizio e bene solo la virtù, mentre il resto è indifferente (in pratica la tesi portante di Epitteto, cfr. Diatr., I, 20, 12 e  passim) nel  cap. VI, cfr. nota 11.

(34) Leopardi, La Ginestra, vv. 297 sgg.

(35) Ibid., vv. 78-86.

(36) K. Vossler, Nel Centenario di Leopardi, 1937, pp. 8 sgg.: è quasi il riflesso inverso, il fantasma ‘revenant’, l’ombra in pena del Cristianesimo tramontato, per non dire estirpato.

(37) Cfr. S. Timpanaro, Classicismo e Illuminismo dell’Ottocento italiano, Pisa 1965, pp. 150 segg.

(38) La Ginestra, vv. 111 sgg.  

(39) Palinodia, vv. 173 sgg.   

(40) Ginestra, v. 125.    

(41) Palinodia, vv. 150 sgg.   

(42) Ginestra, vv. 155 sgg.   

(43) Palinodia, vv. 75 sgg.; 59 sgg. 

(44) Ginestra, vv. 126 sgg.

(45) Cfr. W. Binni, La poesia eroica di G. Leopardi, in “Il Ponte”, XVI, 1960, pp. 1730 sgg. È questo critico che dal 1947 (La nuova poetica di Leopardi) in poi, fino alla Protesta leopardiana del 1973, ha dato peso e rilievo al Leopardi combattivo ed eroico, accanto a quello ‘idillico’. Il critico Campailla ha di recente sottolineato l’inattualità di Leopardi in senso nietzschiano.

(46) Tale divisione ormai classica risale a Carducci e Zumbini.

(47) Canto notturno, vv. 1-6. 18-20. 88-89.

(48) Cfr. Leopardi, I Canti, a cura di M. Fubini, Torino 1964, pp. 243-4.

(49) Binni, loc. cit.

(50) Croce, Poesia e non poesia, Bari 1949, pp. 109 sgg.

(51) Vossler, l.c..

(52) Cfr. Epitteto, Diatribe, Milano 1982, Introduzione, pp. 27 sgg.

(53) Ibid., pp. 523 sgg.

(54)  Vossler, l.c.

(55) Nemo sanus naturae irascitur: Sen, De ira, II, 10, 6. È stoltezza o follia ricusare l’ordine naturale. Saggezza, al contrario, accettare l’apparente indifferenza dei ciclo perpetuo delle cose. Il quasi ottimismo di Seneca si collega al suo aporetico teismo dalle posizioni stoiche più genuine discenderebbe più coerentemente un duro e disincantato realismo (nient’affatto un pessimismo nichilistico).

(56) Cfr. Epitteto, op. cit., Indice, s.v. assimilarsi.

(57) Cfr. J. Galot, Perché la sofferenza?, Lovanio 1984, tr. it. Milano 1986, pp. 45 sgg. (particolarmente il libro di Giobbe)(58) Lettera apostolica di Giovanni Paolo vivifici doloris, 1984, Ed. dehoniane, pp. 51 sgg.

(59) Ibid, p. 27.

, solo note)